RB Casting dà il Benvenuto a Luis Prieto

Intervista esclusiva a Luis Prieto

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In Spagna è l’autore impegnato di “Bamboleho”, in Italia il regista del sequel di “Tre metri sopra il cielo” (protagonisti  Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti), in Inghilterra l’esordiente che si è cimentato nel remake di “Pusher”, primo film del danese Nicolas Winding Refn. Da parte sua Luis Prieto, regista e sceneggiatore madrileno, classe 1970, si definisce una persona eclettica che non intende piegarsi alla pratica stritolante dell’incasellamento. “I miei film non si assomigliano – spiega – sia nei contenuti che nello stile. Eppure in Italia funzionano le etichette, e i produttori ti chiamano solo per un tipo di progetto. Sarà interessante vedere come gli italiani reagiranno al mio film sui gangster”.

Lo incontro in un bar-ristorante all’aperto, nel cuore di Trastevere. Ordina subito un cappuccino perché, dice, “la caffeina mi aiuta a comunicare”. Parla in italiano con un forte accento spagnolo e qualche termine inglese, ma soprattutto emana adrenalina: il suo “Pusher” uscirà a maggio in Inghilterra e a settembre negli Stati Uniti, e lui aspetta una chiamata da Londra. Si allontana per un’ora, poi torna: dagli occhi che brillano si intravede una leggera euforia mista a un sentimento di impazienza. “Finalmente ho l’occasione di dimostrare che posso andare oltre la commedia romantica”, sembra pensare.

In effetti “Pusher”, che è finanziato dall’inglese Vertigo con la produzione esecutiva dello stesso Refn, pare sia fatto di tutt’altra pasta. Nel cast ci sono Richard Coyle, Bronson Webb, Agyness Deyn e il “cattivo” della versione originale, l’attore croato Zlatko Buric. La storia riprende la pellicola del ’96: un piccolo spacciatore compra a credito una grossa partita di eroina, ma l’affare va male e l’uomo, che perde merce e soldi, ha una sola settimana per restituire il dovuto. Comincia una folle corsa contro il tempo.

Che cosa vedremo, di nuovo, rispetto al primo film?
Nella versione di Refn il protagonista era un uomo solitario. Nel remake, che è ambientato a Londra e non più a Copenhagen, abbiamo cercato di approfondire i motivi della sua solitudine e il rapporto con la compagna. L’azione si sposta nella testa del protagonista e diventa una specie di viaggio interiore: all’inizio della nostra vita siamo tutti uguali e liberi, poi diventiamo ciò che ci succede. Il ritmo è sostenuto, direi quasi adrenalinico.

Come nel “Drive”di Refn?
Penso che i due film siano molto diversi, ma il paragone mi lusinga. Dopo l’uscita del trailer, tanta critica inglese e americana ha avvicinato “Pusher” a questo film. Considero Nicolas un grande maestro e dunque ne sono felice.

Ha rivisto il film originale?
Ho scelto di non rivederlo, volevo fare qualcosa di diverso. Coyle (il protagonista, ndr), invece, non l’ha mai visto. E’ stata una fortuna.

Com’è nata l’idea del remake?
Risale a dieci anni fa. I produttori videro “Bamboleho” a Venezia e mi vollero conoscere. E’ passato del tempo, loro hanno prodotto diversi film di successo e io sono cresciuto. Due anni fa mi hanno proposto il progetto: abbiamo girato l’anno scorso, nel frattempo “Drive” ha vinto il premio per la regia a Cannes e il nostro “Pusher” ha acquistato valore.

Come ha iniziato a fare cinema?
Quando ero adolescente guardavo molti film, mi piaceva andare nei cineclub di Madrid dove si sperimentavano le novità, e con gli amici mi divertivo a girare cortometraggi horror. Per un breve periodo ho fatto altro, poi ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso di trasferirmi a Los Angeles, dove ho frequentato il corso di cinematografia al California Institute of Arts. In quegli anni ho cominciato a fare cinema seriamente.

Che ricordi ha del suo periodo americano?
Sono rimasto negli Stati Uniti per otto anni, quattro al California Institute. Un bel posto per aprire la mente: non si studiava solo cinema, ma anche fotografia, arte, musica, danza. L’Università era aperta 24 ore su 24 e tutti, professori e studenti, erano interessanti. Tra i miei compagni di studi, per esempio, c’era Sofia Coppola.

Chi sono stati i suoi maestri?
Tutti i classici, anche se i registi di cui mi sono nutrito sono Michelangelo Antonioni e Martin Scorsese. Con  Antonioni le immagini respirano e parlano: quando posso cerco di ispirarmi a lui, ovviamente senza presunzioni. Avrei voluto realizzare un documentario-intervista, ma quando sono arrivato in Italia era già malato.

Mi parla del suo primo cortometraggio in Spagna?
Quando sono tornato a Madrid ho lavorato come montatore e ho girato spot pubblicitari. La prima esperienza da regista è stata “Bamboleho”, che ha vinto 45 premi internazionali. Parla di due bambini di strada, un marocchino e un catalano, che vivono sui tetti di Barcellona. Quando l’ho scritto accadeva davvero. L’idea era di costruire una metafora con il romanzo di Italo Calvino, “Il barone rampante”. Dopo il corto ho girato “Condón Express”, un lungometraggio ispano-argentino che però, a causa del fallimento dei produttori, non è mai arrivato nelle sale.

Di cosa parla il film?
E’ una commedia irriverente che ho scritto con David Blanco García e Fernando Moreno Oncins. Ha presente Pizza Hut? Ecco, nel film c’è lo stesso sistema di trasporto a domicilio, solo che invece della pizza ti portano i preservativi. Racconta di due cugini spagnoli che vivono a Buenos Aires, in realtà è un remake di “Fuori orario”, dove tutto succede in una notte.

Com’è arrivato in Italia?
Conoscevo i titolari di Cattleya, perché sono stati sul punto di co-produrre “Condón Express”. In quel periodo stavano cercando un regista per il sequel di “Tre metri sopra il cielo”: nel mio film c’erano scene d’azione con le moto e scene d’amore, forse per questo hanno pensato fossi giusto. Com’è noto la storia è stata scritta da Federico Moccia e ha funzionato bene al box office (nel 2007 ha incassato 15 milioni di euro, ndr), ma io non c’entro niente.

Si è pentito?
Era il mio primo lavoro in Italia, mi ha lasciato un’etichetta che non c’entra niente con la mia reputazione spagnola. Semplicemente ho avuto la fortuna/sfortuna di dirigere un film adolescenziale che è andato bene, ma posso fare anche altro.

Se dovesse tornare in Italia?
Lavorerei a qualcosa di nuovo, non ho voglia di ripetermi.

Non sente il bisogno di scrivere una storia di suo pugno?
Come no! Ho sviluppato qualcosa di mio, ma in Italia mi conoscono per le commedie romantiche e se propongo un progetto diverso nemmeno lo guardano. Insomma, adesso per me è più facile lavorare in Inghilterra o negli Stati Uniti, dove “Pusher” è stato acquistato da Harvey Weinstein (produttore di “Nine”, “Grindhouse”, “Gangs of New York”, ndr).

Che cosa si aspetta da questo film?
Meglio non aspettarsi niente: se funziona sarà fantastico, se non funziona potrò dire di essermi divertito.

Altri progetti all’estero?
C’è un film scritto da un comico inglese. Prima, però, voglio vedere come va “Pusher”.

In Italia ha girato anche “Menomale che ci sei”, con Claudia Gerini, Chiara Martegiani e Alessandro Sperduti.
Dopo il successo di “Ho voglia di te”, Cattleya mi ha proposto diversi progetti ma niente mi convinceva. Solo quando ho letto il libro di Maria Daniela Raineri mi sono deciso: racconta di una ragazza che perde i genitori in un incidente, una storia tenera e commovente che mi è sembrata  giusta per il grande schermo. E’ stato interessante esplorare il mondo delle donne che non hanno figli e che, a un certo punto della vita, non sanno più dove sono.

Nel film gli uomini sono tutti mammoni e vigliacchi.
In conferenza stampa c’erano tanti maschi scandalizzati, ma io racconto un tipo di uomo che esiste, soprattutto in Italia. Quante volte si vedono ragazze giovanissime accompagnarsi a uomini più grandi? Ricordo che Claudia ha detto: “scusate ma voi non leggete i giornali?”. Il film attrae soprattutto il pubblico femminile, ma parla anche di famiglia allargata. Sono argomenti scomodi…

Lei come la vede?
Il concetto di famiglia è relativo. Ci sono famiglie allargate e bellissime, famiglie normali che vivono situazioni orrende. E viceversa.

Che idea si è fatto degli uomini italiani?
C’è l’aspetto positivo e c’è quello negativo: quasi tutti sanno cucinare, quasi nessuno riesce a superare il complesso di Peter Pan.

A proposito di cucina…il suo piatto preferito?
Gli spaghetti alle vongole e, ovviamente, la paella.

Di recente ha diretto “Il signore della truffa”, la miniserie Rai con Gigi Proietti. Com’è stato lavorare con lui?
E’ la persona più generosa con cui abbia mai lavorato e, allo stesso tempo, il più grande artista. Mi ha colpito la sua capacità di improvvisare in ogni situazione.

E con Scamarcio com’è andata?
All’inizio il rapporto è stato un po’ complicato.

Se non fosse un regista?
A un certo punto della vita ti rendi conto che puoi prendere solo una strada. Il mio momento è arrivato prima di partire per l’America: ero al terzo anno di scienze economiche, decisamente non era per me.

Che lavoro facevano i suoi genitori?
Lascio il mistero perché…in Italia mi sono capitati due episodi interessanti. Dopo il successo di “Ho voglia di te” mi sono trovato a parlare con una personalità del mondo del cinema. Era interessato al mio lavoro, ma invece di chiedermi degli studi o delle esperienze sul set, mi ha fatto tre domande: come mi muovevo in città, dove abitavo e se la casa era di mia proprietà. Poi c’è il mio cognome, che è lo stesso del direttore della fotografia, Rodrigo Prieto. Quando sono arrivato in Italia girava voce che fossi suo nipote, per tanta gente lavoravo solo grazie a questa fantomatica parentela.

Quanto conta la meritocrazia in Italia?
E’ proprio questo il punto. Non sa quante persone mi hanno chiesto chi conoscevo nell’ambiente e perché mai Cattleya mi avesse considerato.

Le dà fastidio questo atteggiamento?
Non sono italiano e non m’importa. Ma se fossi italiano mi farebbe molto male.

I critici italiani non l’hanno trattata bene.
Non leggo mai le critiche.

Devo crederci?
I nomi dei critici non mi dicono niente, non sono cresciuto con loro. E poi le opinioni sono soggettive: gli americani guardano agli incassi, gli europei prediligono le pellicole d’autore. A volte i film ricevono montagne di premi perché sono girati in Asia e appaiono “esotici”, ma se gli stessi fossero girati in Italia risulterebbero noiosi. Riguardo a me ho tanti amici: quando leggono qualcosa di bello me lo segnalano, se sono critiche negative mi consigliano di lasciar stare. E io mi fido.

Cosa eliminerebbe del cinema italiano?
Non amo le generalizzazioni, penso che ogni tanto l’Italia realizzi qualcosa di positivo. L’importante è avere un’industria cinematografica, così si può anche sbagliare.

Un attore italiano con cui vorrebbe lavorare?
Francesco Scianna.

Che cosa la fa arrabbiare?
In genere non mi arrabbio, ma sul lavoro detesto le persone poco professionali.

Il vizio di cui non può fare a meno?
Non saprei…forse sono una persona senza vizi o forse ne ho troppi per raccontarli tutti insieme.

Un pregio e un difetto.
Sono troppo sincero, un pregio che è anche un difetto. Nelle interviste divento terribile!

L’ultima domanda…la sua paura più grande?
Che questa domanda non sia l’ultima (ride).

 

 

Scritto da . Giornalista professionista, collabora con RB Casting dal 2008. Dal 2005 è redattrice del programma Rai "Porta a Porta". Abruzzese di Penne (Pescara), ha collaborato con diverse testate locali ("TVUno", "Rete 8", "TVQ", "Abruzzo Oggi") e ha svolto uno stage all'ANSA. E' laureata in Lingue e Letterature straniere.

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