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Isabella Ferrari a "Professione attrice"
Con "Amatemi" di Renato De Maria, Isabella Ferrari è stata ospite dell'appuntamento settimanale della Casa del Cinema di Roma "Professione attrice". Pellicola ruvida, dai contorni noir, sulla storia di una donna che torna alla vita dopo una separazione traumatica dal compagno di sempre, interpretato da Pierfrancesco Favino. Nina, interpretata da una Isabella Ferrari più sensuale che mai - complice anche lo sguardo "innamorato" nelle inquadrature del regista e marito De Maria - attraversa una prima fase di depressione, ma poi ne esce a testa alta, creandosi altre situazioni amorose ma - e questo è il suo traguardo più importante - mettendo al primo posto l'amore per se stessa.

Il film non trovò al momento della sua uscita, nel 2005, una distribuzione fortunata e passò piuttosto in sordina. Tutto merito della Casa del Cinema quindi aver creato un'occasione per far conoscere un'opera semisconosciuta ai più nonostante il cast di tutto rispetto (Valerio Mastrandrea, Marco Grillini, Donatella Finocchiaro, Branco Djuric), e che ha il pregio di costruire una narrazione avvincente su uno snodo forse banale come può essere la separazione di una coppia.

Isabella Ferrari, che se ci guardiamo indietro di qualche anno riusciamo ancora a vedere in quel castigatissimo costume anni Sessanta che la rese il personaggio cult di Selvaggia in "Sapore di mare", non ha perso un filo di fascino e sensualità. L'ex ragazza di provincia, che dalle sue origini ha imparato "l'umiltà e la generosità della terra, che si è portata dietro", afferma di non essersi "allontanata da quello che era". E quanto ad "Amatemi": "E' un film che va verso la vita, ha uno spirito positivo" - commenta - "evoca la femminilità, come il desiderio di essere amati, e di risolvere la propria vita trovando l'amore per sé", il messaggio più incisivo della pellicola.

Per l'attrice è un ruolo nuovo, simile ad altri del passato nella loro valenza di vittima (come per "Un giorno perfetto" di Ferzan Ozpetek), ma diverso per la vitalità e consapevolezza di sé. Per lei che dichiara di "giocare molto con il corpo e poco con la testa", "Amatemi" è stato anche un modo per spezzare con quel personaggio "duro" che le era stato cucito addosso con l'esperienza televisiva di "Distretto di polizia". Colpisce la platea sottolineando più volte di non provenire da nessuna scuola, ma di "aver conosciuto i fondamentali della recitazione facendoli". Per questo sono stati i registi con cui ha lavorato, ancora più che i testi di un'opera, la chiave di ogni sua scelta professionale: "Tutto ciò che so l'ho imparato dai registi", da Marco Tullio Giordana, che le ha insegnato "la concentrazione, la capacità di non portarsi a casa il personaggio", a Dino Risi, "che la insultava con il megafono dicendo che non era brava e facendola piangere, ma che poi la incontrava e le faceva i complimenti". "Nessun regista può darti il talento, ma sì dirti se quello che fai è credibile", chiosa l'attrice per cui "la telecamera è l'unica cosa che riesce a tirarle fuori qualcosa".

Certo non tutti sono stati successi (impossibile in carriere così lunghe e intense), come per "Due partite", un trionfo a teatro che però non si è ripetuto sul grande schermo. A volte le decisioni di aderire a un progetto si prendono non per convinzione ma "per bisogno", confida, ricordando anche con preoccupazione il brutto momento che sta passando il cinema, dove "non ci sono progetti per nessuno". E cosa pensa della critica Isabella Ferrari? "Ancora influisce. Io la leggo, non ho ancora imparato a non leggerla. A volte mi fa male, a volte gioisco, ma tutto finisce nell'arco di una giornata", come non potrebbe essere altrimenti per un'attrice che è anche una madre molto impegnata di ben tre figli.

Ilaria Mariotti

Si ringrazia l'Ufficio Stampa Francesca Nigro (Casa del Cinema)



 
 
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