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"Milarepa": la regista Liliana Cavani incontra il pubblico
"Non sono un'appassionata della revisione dei miei film. Sono più occupata da quello che farò". Non la pensa allo stesso modo della regista Liliana Cavani, il pubblico che ha assistito con entusiasmo alla proiezione della versione restaurata di "Milarepa", martedì 19 gennaio alla Casa del Cinema di Roma, in occasione della rassegna "Il dvd della settimana".
 
La pellicola, come ci spiega la regista, fu prodotta dalla Rai nel 1974 con un micro finanziamento di 100 milioni di lire, racconta la storia di un viaggio spirituale in Tibet compiuto con la fantasia da un ragazzo che si occupa del Guru, vissuto nel XII secolo, nella sua tesi di laurea.
 
Le immagini ripulite, "di ottima qualità" - sottolinea la Cavani - trascinano dentro la narrazione, ammaliante nello scorrere di paesaggi di montagne sconfinate: un Tibet fittizio, perché nella realtà si tratta di riprese del nostro Abruzzo. "Allora c'era un Tibet ancora chiuso, in guerriglia" - racconta la regista - "ho tentato di andare con una jeep e ho visto contadini bellissimi, con monili, tessuti e una tradizione affascinante". Tutti poi ricostruiti nel film. Liliana Cavani decise però di raccontare quella trama di cui aveva sentito parlare per un libro indicatole da Elsa Morante, attraverso una diversa chiave di lettura, che fosse dal punto di vista di un'altra cultura. Così era a quei tempi, alla fine degli anni Sessanta, quando si sentiva grande curiosità intellettuale verso i nuovi mondi. Nel film "il viaggio si fa con la fantasia, è un Tibet come te lo immagini e non come è". E' un'opera che nasce "dallo spirito di voler esplorare altre culture", ribadisce la cineasta.
 
Interviene anche il critico Enrico Magrelli, che così commenta la pellicola: "Milarepa appartiene a una fase in cui ci si appassionava a personaggi fuori norma, che facevano i conti con qualche forma di verità e di idea, e per le idee valeva la pena cambiare vita". Il concetto delle idee torna anche nelle riflessioni della regista, secondo cui quello del protagonista è "un viaggio dell'intelligenza, del cercare, del capire, del dare un senso". "Io mi sento in viaggio sulla Terra, e mi dà fastidio non sapere cosa c'è di là" dichiara, ricordando come proprio la scienza e la religione abbiano sempre cercato di dare queste risposte.
 
E a chi le chiede se non sente il peso di una carriera di solito riservata al sesso maschile, risponde candidamente di no. "Sono cresciuta in una famiglia molto laica e non ho vissuto questa cosa". Piuttosto "penso che le difficoltà del mio cinema esistano perché non è molto commerciale", chiosa la cineasta.

Ilaria Mariotti
 
 
 
 
 
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