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RB Casting dà il Benvenuto ad Alexis Sweet www.rbcasting.com/site/alexissweet.rb
Intervista esclusiva ad Alexis Sweet

di Marialuisa Di Simone
Alexis Sweet è un uomo di talento che sogna di "essere considerato un buon narratore". Regista italo-inglese di spot pubblicitari e documentari, in Italia è conosciuto per aver diretto tre serie televisive di grande successo, tutte prodotte dalla Taodue di Pietro Valsecchi per Mediaset: "R.I.S. - Delitti imperfetti", in onda su Canale 5 da cinque stagioni (lui ha diretto le prime due e parte della terza), la fiction sulla storia di Totò Riina, e "Intelligence", l'action movie sui servizi segreti interpretato da Raolul Bova e Ana Caterina Morariu. "Spero che i miei prodotti siano sempre di alta qualità - dice lui - non pretendo di svelare il significato della vita, vorrei solo che il pubblico scegliesse le mie storie per trascorrere due ore di puro intrettenimento". E a giudicare dagli ascolti dei suoi serial, che ogni volta incollano al piccolo schermo una media di 7 milioni di telespettatori, pare proprio che il suo sogno si avvicini sempre di più alla realtà.
 
Madre italiana e padre inglese, Sweet trascorre l'infanzia e l'adolescenza a Londra, ma passa quasi tutte le vacanze in Italia. I primi cortometraggi li gira a 12 anni, in super 8. A 18 anni decide di entrare nell'industria del cinema. "All'epoca, in Inghilterra, c'era un sindacato molto potente - racconta - e per avere accesso alla regia dovevi essere iscritto. Il mio obiettivo era quello di diventare terzo assistente, così feci tutta la gavetta: prima come montatore e poi come runner, che poi è il factotum della produzione". Da aiuto regista, Sweet lavora nel cinema e nella pubblicità con diversi maestri: tra loro Hugh Hudson, Steven Spielberg, Joe Pytka, John Boorman, Ridley Scott, Nick Roeg, Richard Loncraine, Spike Lee, Mike Figgis e Tsui Hark. Tra il 1995 e il 2003 gira molti documentari in Africa e più di 100 spot pubblicitari in Italia, Germania, Stati Uniti e soprattutto nei Paesi dell'Est. "Ho sempre cercato nuovi mercati - confessa - nei primi anni Novanta mi ero già trasferito in Italia, ma mi spostavo spesso in Russia e in Romania, dove la pubblicità era appena nata. Lavorare in quei posti era come portare le perline in Africa".
 
Nel 2003 Sweet è in Italia per incontrare Valsecchi, che gli propone di girare le prime due serie di "R.I.S.". E' la svolta. Due anni dopo finalmente l'esordio: il successo è immediato e inaspettato. Le altre proposte arriveranno automaticamente: nel 2007 "Il Capo dei Capi" (in co-regia con Enzo Monteleone, interpreti Claudio Gioè e Daniele Liotti) racconta mezzo secolo di Cosa nostra con estremo realismo, nel 2009 la serie con Bova inaugura lo 007 all'italiana. Adesso il regista è di nuovo al lavoro con Taodue: nella prossima stagione un Gioè gesuita e una Claudia Pandolfi psicologa saranno i protagonisti della fiction "Il tredicesimo apostolo". "Insieme risolveranno casi legati al paranormale - spiega - tra stati di possessione satanica, esorcismi, reincarnazioni e varie diavolerie".
 
Ci sveli il trucco, Sweet. Tre serie con ascolti da record e piogge di premi. Come si fa?
E' come inventare l'acqua calda. Io l'ho fatto in Italia dove non c'è una grande concorrenza. Prima la regia televisiva era considerata di serie B e quindi trattata come tale anche dagli stessi registi. Io ci ho messo tanta passione e la fatica di costruire un "impianto" produttivo: nella fiction italiana l'autore è unico, in America, la stessa serie è diretta da 4-5 registi. Poi ci vuole l'esperienza, il coraggio di osare e un po' di fortuna. Non capita tutti i giorni di trovare un produttore come Valsecchi che non ha paura di investire nelle novità.
 
Di recente è stato un giurato del Premio Solinas S.A.C.T., il concorso riservato alle sceneggiature "pilota" della serialità televisiva. Che idea si è fatto riguardo alle nuove leve?
Ho letto i copioni di una ventina di finalisti e mi sono accorto che, rispetto alle fiction che vediamo ogni giorno in tv, il livello è più alto. Vuol dire che in Italia il talento c'è, ma manca il coraggio di Reti e produttori. Nella speranza di indovinare i desideri del pubblico, spesso si fanno guidare da scelte nazional-popolari e hanno paura di proporre progetti diversi. E invece questo Premio rispecchia la voglia di idee nuove.
 
Parliamo un po' di lei. Com'è nata la sua passione per il cinema?
Avevo uno zio che collezionava film: li registrava continuamente dalla tv ed era arrivato a quota 6.000. Si era fatto una serie di "stazioni" in giro per l'Europa: Londra, Parigi, Ginevra, Roma. Da piccolo, uno dei miei compiti era di portare le pellicole dalla casa londinese a quella romana, dove lui abitava. Trascorrevo la maggior parte dei week-end con lui e potevo vedermi tutto Cary Grant, l'intera filmografia di John Ford, tutti i lavori di William Wyler. Da bambino sapevo chi era Billy Wilder, a casa si parlava quotidianamente di attori come Gary Cooper, Fredric March e Paul Muni.
 
C'è un film che più degli altri l'ha convinta a scegliere la strada della regia?
"Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica mi ha commosso tanto. Poi ci sono stati "Fronte del porto" di Elia Kazan e "8 e 1/2". Il messaggio di Fellini è universale, ogni artista o aspirante tale può farlo diventare suo. Più tardi mi ha colpito "Lo squalo" di Spielberg.
 
Negli anni Ottanta ha lavorato anche con Spielberg. Che cosa ha imparato da lui?
Ho avuto la fortuna di vivere l'epoca d'oro del cinema inglese, i primi anni Ottanta. Saghe come "Guerre stellari", "Superman" e "Indiana Jones" sono state girate in Inghilterra con tecnici inglesi. Con Spielberg ero il terzo aiuto sulla seconda unità per "Indiana Jones e il tempio maledetto". E' stata un'esperienza industriale, nel senso che ero parte di una troupe enorme, circa 500 persone. Io ho partecipato solo alle scene girate in teatro e con lui parlavo ogni tanto, nei corridoi. L'esperienza mi è stata utile per imparare come si costruiscono gli effetti speciali e tutta la preparazione di un film d'avventura. Tra i registi che mi hanno influenzato di più, però, c'è John Boorman: con lui ho passato cinque mesi in Brasile.
 
E com'è finito in Italia?
A 26 anni giravo videoclip: ne feci uno per gli INXS, un gruppo australiano che all'epoca andava forte, e l'esperienza mi catapultò a Milano, nel mondo della pubblicità. Ma all'inizio non ho avuto molto successo e sono tornato a fare il direttore di produzione e l'aiuto regista. Nel frattempo continuavo a girare documentari e spot, tutte esperienze che mi hanno dato la possibilità di confezionarmi uno showreel.
 
Nel 2003 l'incontro della vita.
Tutto è successo grazie a un amico sceneggiatore, Stefano Bises. Valsecchi cerca un regista e lui mi propone. Mi presento con lo showreel. C'è uno spot d'azione, uno scalatore che precipita da una montagna e viene salvato dai suoi compagni. Pietro ne è colpito e mi affida il primo R.I.S., lasciandomi più o meno carta bianca. Non mi era mai successo di ricevere tanta fiducia in così poco tempo.
 
Che esperienza è stata?
R.I.S. era un mondo nuovo. Epperò, almeno all'inizio, lo stile che decido di seguire non piace. La Rete e anche Taodue hanno paura di una reazione negativa da parte del pubblico: la serie potrebbe essere giudicata troppo americana, troppo fredda, troppo veloce. Per un anno rimane in un cassetto. Quando finalmente va in onda arriviamo a toccare punte da 8 milioni di telespettatori.
 
Da dove viene l'idea?
Da "L'ultima pallottola" (miniserie sul serial killer Donato Bilancia, N.d.R.), a cui hanno collaborato dei R.I.S. veri. Pietro ha fatto uno spin-off, concentrando la nuova serie sulla scientifica investigativa dei Carabinieri di Parma. La fiction contiene due tipi di sceneggiatura: quella orizzontale, quando la storia ha uno sviluppo continuo, e i casi-puntata. Tutto dal cervello di Daniele Cesarano e Valsecchi.
 
Vi siete ispirati anche a "C.S.I."?
Giuro che non ho mai visto una puntata di C.S.I.! Solo un episodio diretto da Quentin Tarantino, ma avevo già finito di girare R.I.S. 2. Intanto, diversamente da R.I.S., C.S.I. non è una serie d'azione. E poi le investigazioni scientifiche non sono un monopolio dell'America: l'Italia ha due reparti che se ne occupano, uno per i Carabinieri e l'altro per la Polizia, e in Inghilterra c'è Scotland Yard.
 
Una delle scelte più indovinate della serie è la tecnica dello split screen. E' stata una sua idea?
Lo split screen esiste da tempo, già negli anni Sessanta John Frankenheimer utilizzava questa tecnica con grande efficacia per il suo "Grand Prix". Tra le serie americane di oggi c'è "24", che ne fa un ottimo utilizzo. Per R.I.S. avevo bisogno di raccontare nello stesso tempo situazioni diverse: dividendo lo schermo in vari riquadri, potevo far vedere il Capitano Venturi impegnato a raccogliere le impronte, il Tenente Giordano che si occupava dei capelli e un altro collega che prendeva le tracce di sangue. L'idea di utilizzare lo split screen è stata mia, come tutto il linguaggio della serie: l'eliminazione dei classici campo e controcampo, l'uso della multicinepresa tenuta a mano per raccontare l'evolversi dell'intreccio come un documentario.
 
Dopo 5 anni la serie continua a registrare una buona media di ascolti. Qual è il segreto?
Ci muoviamo su una linea molto sottile, che oscilla tra l'insuccesso e il successo. E' una serie diversa, innovativa, e per questo piace molto al pubblico. Ma è anche una serie rischiosa, perché siamo usciti dai canoni tradizionali del poliziesco italiano: qui il crimine viene trattato attraverso i dati scientifici e non più con i metodi classici, come il pedinamento o l'interrogatorio.
 
C'è anche un certo legame con la cronaca italiana.
L'intreccio con i fatti reali è un bonus, ma molte storie sono inventate. Ogni tanto c'è qualcosa che si ispira alla cronaca, per esempio la storia di Erica e Omar, che però noi abbiamo reso più soft. Quel caso era troppo violento.
 
Per le storie su Unabomber, però, avete ricevuto molte critiche. Il procuratore capo Vittorio Borraccetti, per esempio, ha detto che la serie "ha caricato Unabomber, l'ha molto gratificato, l'ha spinto ad agire in fretta".
Il vero Unabomber ha usato un'idea nostra nel periodo di messa in onda della prima serie. Noi ci eravamo ispirati a una sua idea e lui, per confezionare la candela esplosiva, ha utilizzato una tecnica del tutto simile alla nostra. Ma le critiche sono insensate: non credo che Unabomber si ispiri a noi, anche perché esiste da tanti anni.
 
Che effetto fa essere "copiati" da uno psicopatico, almeno nella tecnica di confezionamento dell'ordigno?
Ci siamo sentiti osservati. Ma se lui fosse stato un pazzo che ama le nostre idee, sarebbe venuto anche a farci una visita. Magari all'attore di Unabomber o al suo antagonista, Lorenzo Flaherty.
 
Parliamo della serie su Riina. Com'è nato il progetto?
Dal libro di Giuseppe D'Avanzo e Attilio Bolzone e dall'idea di Valsecchi di farne una fiction. Fu lui a propormi la regia con Roberto Andò: io avrei girato gli omicidi e lui i dialoghi. Non accettai. Qualche tempo dopo mi fu fatta un'altra proposta, una regia al 50 per cento con Monteleone. Cominciammo subito: io mi occupai dei cattivi, quindi di Riina e del suo clan, Enzo si concentrò sui buoni. Andò avanti così fino alla quinta puntata, quando decidemmo di invertirci i ruoli.
 
Che tipo di linguaggio avete usato?
Sin dall'inizio abbiamo deciso di seguire delle regole molto precise, anche per raccontare la violenza. Per descrivere la morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, per esempio, abbiamo evitato i virtuosismi e siamo stati molto secchi. Se invece l'omicidio riguardava un traditore, come il boss Stefano Bontate, la scena doveva essere più spettacolare.
 
Che idea si è fatto del Boss di Corleone?
Viene dalla provincia e, proprio perché non aderisce alle regole della città, riesce a far fuori tutti i suoi avversari. E' astuto e straordinariamente capace nella sua scalata al potere. L'immagine del contadino che vediamo nei processi è solo una facciata.
 
Che cosa risponde ai magistati che vi hanno accusato di aver descritto un criminale come un eroe positivo?
Dico che si sbagliano. Noi raccontiamo come nasce e cresce il male, e con sei puntate non si può partire da Dracula. E' un po' come la storia di Hitler: di certo a 15 anni non era il dittatore antisemita che poi è diventato. Tra l'altro vorrei ricordare che la serie "I Soprano", la storia di un capo mafioso e della sua famiglia, negli Usa è una delle saghe più amate. E poi, con il ritratto di Riina siamo stati molto più realistici de "Il Padrino": raccontiamo una prima guerra tra i capi mafiosi e una seconda contro lo Stato. A questo punto il personaggio perde carisma e diventa un demonio.
 
Nel 2009 "Intelligence" porta a casa un altro buon risultato.
L'idea viene sempre dalla mente di Valsecchi, che ha un grande fiuto per i prodotti di successo. La serie è una fantasia sui servizi segreti in un mondo di cospirazioni internazionali, dove la nostra squadra combatte alla maniera di James Bond. E' un prodotto di puro intrattenimento che prende spunto da serie d'azione come "24" o "Spooks", con una personalità e una capacità di confezionarle tutte italiane. Va notato che il progetto è costato poco rispetto alla somma necessaria per realizzare un prodotto equivalente negli Stati Uniti, e ciò è stato possibile grazie ai tecnici italiani. In questo senso, l'esperienza sul set di "Double Team" di Tsui Hark (Usa 1997, con Jean-Claude Van Damme e Mickey Rourke, N.d.R.) mi è stata molto utile. E' lì che ho imparato i segreti dell'action movie.
 
Come mai ha scelto Bova?
Credo sia l'unico attore italiano che possa reggere un film di questo tipo, per presenza scenica e bravura. Sul set avevamo a disposizione una squadra di stuntmen che abbiamo utilizzato solo nei casi in cui c'era pericolo di morte: tutto il resto l'ho girato con Raoul, che è stato molto generoso. E' un modus operandi che ho ripreso da "The Bourne Identity", con Matt Damon. Fino a pochi anni fa, quasi tutti gli stunt erano anche delle controfigure: adesso la nuova tendenza è di allenare l'attore in modo che sia in grado di girare molte più scene. Per essere all'altezza Raoul si è sottoposto a mesi di preparazione fisica, con allenatori di arti marziali e maestri d'armi.
 
Ha mai pensato al grande schermo?
Farò un film il prossimo anno. E' una storia scritta da Heidrun Schleef (la sceneggiatrice di Nanni Moretti, N.d.R.), ma non dico altro perché siamo ancora agli inizi. I progetti cinematografici sono meno costosi di quelli televisivi, eppure sono molto più lenti. Dal momento che non vengono commissionati da una Rete né da un produttore, hanno spesso un percorso difficile, a volte rocambolesco.
 
Nel cinema si parla molto di crisi. Il futuro è tutto nella televisione?
Io credo molto nel nostro cinema: gli ultimi film di Daniele Luchetti e Paolo Virzì sono un esempio di buona narrazione. E nella commedia l'Italia va alla grande. Però mi piacerebbe che si tornasse all'industria e che si osasse un po' di più, soprattutto nel genere. Negli anni Settanta, i film italiani erano famosi per il poliziesco e i buddy movie con Bud Spencer e Terence Hill. Per non parlare degli spaghetti western. Insomma, per me il cinema italiano può avere un futuro, ma bisogna saperlo "confezionare".
 
C'è un personaggio dei suoi film che le assomiglia o al quale vorrebbe assomigliare?
Onestamente no (ride). Mi sono sempre considerato più un artigiano che un artista. Posso parlare dei miei eroi: Federico Fellini e David Lean. Ecco, Lean è un regista che ammiro tanto, ho sempre invidiato la sua capacità nel raccontare storie.
 
La sua passione più grande?
Il cinema ovviamente. E la musica: le colonne sonore di molti dei miei documentari sono mie. E poi sto aspettando una figlia! Arriverà a novembre.
 





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