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Federica Rosellini: “Ho interpretato un personaggio complesso, ancora oggi mi porto dietro gli strascichi emotivi di Anna”

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La nostra intervista all’attrice Federica Rosellini, protagonista del film “Dove cadono le ombre” di Valentina Pedicini presentato a Venezia

           Federica Rosellini / photo credit by Riccardo Ghilardi

 

di Ivana Calò

Per interpretare il ruolo di Anna in “Dove cadono le ombre” ha dovuto percorrere una strada emotiva interiore fatta di lutto, ferite e dolore. Questo percorso le è valso il riconoscimento del Nuovo IMAIE Talent Award come miglior rivelazione alla Mostra del Cinema di Venezia. E se questo film segna il suo debuto nel cinema, c’è da dire che ne vedremo delle belle.

Il nuovo volto a sorpresa è quello di Federica Rossellini, 27 anni, di Treviso, protagonista del lungometraggio d’esordio di Valentina Pedicini, presentato alle Giornate degli Autori a Venezia.

Federica, che si è diplomata al Piccolo Teatro di Milano e ha già alle spalle un Premio UBU e anni di palcoscenico con grandi maestri come Ronconi e Calenda, ha interpretato nel film un ruolo molto complesso. Anna, infatti, è una ragazza dura, che teme di essere diventata spietata come la sua carnefice.

“Dove cadono le ombre” è ispirato ad una storia vera. Anna è una ragazza nomade Jenisch che sopravvive al genocidio del suo popolo, messo in atto dal governo svizzero dagli anni ’20 agli anni ’80. Un dramma quasi sconosciuto, quello dei Jenisch, che il film riporta alla luce basandosi sulla vera vicenda della scrittrice Jenisch Mariella Mehr. La storia ci porta nel cuore di uno degli istituti dove i bimbi Jenisch venivano internati, a migliaia, e sottoposti a terribili pratiche di eugenetica, dalla sterilizzazione all’elettroshock, allo scopo ufficiale di “estirpare il fenomeno del nomadismo”. Dopo gli anni ’80, l’istituto è diventato una clinica per anziani dove Anna, cresciuta proprio lì dentro, è rimasta a lavorare come infermiera. A sorpresa, però, tra i pazienti si presenta Gertrud (interpretata da Elena Cotta), la “dottoressa” che l’aveva internata e sottoposta a esperimenti da bambina. Tra le due c’è un tragico rapporto di odio e amore destinato ad esplodere.

         Federica Rosellini / photo credit by Riccardo Ghilardi

 

Parliamo del Nuovo IMAIE Talent Award, un riconoscimento importante che ha anche portato fortuna. Basti pensare a chi lo ha vinto la scorsa edizione. Cosa significa per te?
Ovviamente incarna tanta soddisfazione ed emozione ed è stato inaspettato così come lo è stato il mio debutto al cinema. Per me è stata già una grande soddisfazione essere a Venezia e questo film rappresenta un mio percorso importante.

Come ti sei preparata e quali difficoltà hai incontrato?
La preparazione non è stata semplice perché è passata per vari stadi di un arco di trasformazione. Sono stata molto fortunata perché questa è stata la mia prima volta al cinema e Valentina Pedicini mi ha preso per mano. Anche la preparazione in sé è passata per diversi stadi. A monte ho letto tutta l’opera di Mariella Mehr, avuto accesso a materiali e interviste. Ho fatto un lavoro minuzioso e prezioso con la sceneggiatrice Francesca Manieri a cui sono grata e ho lavorato molto sul corpo e gestualità. Il personaggio di Anna è molto silenzioso da principio, parla attraverso lo sguardo, i gesti e la posizione del corpo. E per entrare meglio nel ruolo, sono stata al fianco di un’infermiera per osservare il suo lavoro ed eseguirlo. Ho imparato molto da questo mestiere.

Immagino che aver ascoltato interviste e racconti veri sia stato molto forte.
Il lavoro emotivo è stato molto forte e notevole e ancora oggi mi porto dietro degli strascichi. Dovevo aderire a quei racconti, quindi il lavoro interiore è stato doloroso anche per me. È una rielaborazione di un lutto. Lo è stato per tutti quanti. E quindi anche io ho dovuto riaprire le mie di ferite. Ma il risultato è stato liberatorio per tutti.

Come è avvenuto il passaggio al cinema?
Era da un po’ di tempo che avevo questo desiderio e ho fatto molti provini ma tutti mi dicevano che avevo dei tratti e delle caratteristiche molto bergmaniane e che sarei stata perfetta per il cinema nordeuropeo alla Haneke o alla Lars Von Trier.

Devi ammettere che è vero e che è un grande complimento.
Sì, sono vere entrambe le affermazioni (ride, ndr). Ma per mia fortuna, Valentina Pedicini mi ha vista a teatro e ha pensato a me come protagonista del suo film. E le mie caratteristiche sono state per lei un punto di forza. La ringrazio per questo.

Com’era l’atmosfera sul set e qual è il suo metodo di lavorazione?
L’atmosfera è stata bellissima. Il film è stato girato in poche settimane che sono state caratterizzate da serenità e professionalità. Tutta la troupe ha sposato il progetto e quindi c’era grande entusiasmo. Questo premio è il premio di tutti perché è dovuto al lavoro di tutti, fatto di un rapporto tra colleghi.

Mi dicevi che Valentina ti ha accompagnato per mano ma che tipo di lavoro avete fatto, insieme, nella costruzione del personaggio?
Abbiamo fatto un grande percorso. Lei ha creato una sorta di storyboard emotivo, un cartellone con quattro macro aree rappresentate dalle emozioni che dovevano essere affrontate. È stata la mia mappa emotiva a cui attingere e ogni sera la riguardavamo insieme. Un lavoro davvero molto profondo.

Dopo questo tuo importante debutto al cinema, qual è oggi il tuo obiettivo professionale?
Non te lo so proprio dire. Non ci credevo più al cinema e invece è arrivato. Oggi sto vivendo pienamente questo grande traguardo, con l’emozione e la gioia che si porta dietro. Magari posso dirti che mi piacerebbe rifare un film con Valentina.

Al momento so che sei impegnata con le prove di uno spettacolo. Di che si tratta?
Sto lavorando ad uno spettacolo teatrale che mi vedrà impegnata nei prossimi mesi. Interpreterò Dioniso nelle Baccanti di Andrea De Rosa e andremo in scena al Teatro Stabile di Napoli e Torino.

E per finire la musica, che fa di te un’artista a tutto tondo.
Sì, mi piace pensare alla musica come alla mia famiglia proprio perché per me ha lo stesso valore di un affetto famigliare. Ce l’ho nel dna. Mio nonno era direttore d’orchestra, mia nonna violinista e in tanto suonavano nella mia famiglia. Io ho iniziato a suonare il violino a 6 anni. La musica è il mio primo amore e credo che quella della musica sia una formazione importante, fondamentale. È una forma mentis emotiva che ti permette di sentire e percepire la vita con emozioni.

       Federica Rosellini a Venezia ritira il Nuovo IMAIE Talent Award

 

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