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Roberta Da Soller tra Mazzacurati e Rossetto

Roberta-Da-Soller-7758Coprotagonista nell’esordio del regista Alessandro Rossetto “Piccola patria”, accolto favorevolmente da critica e pubblico alla Mostra del Cinema di Venezia e selezionato al Festival del Cinema di Rotterdam, in sala dal 10 Aprile, Roberta Da Soller è uno dei nuovi volti della scena cinematografica italiana. Accanto ad un altro giovane talento come quello di Maria Roveran, nel film interpreta Renata, una ragazza schiva, chiusa, profondamente legata all’amica Luisa, con cui divide un non futuro e la voglia di scappare, da un luogo che non offre nulla, attraverso la via che tutti hanno insegnato loro, quella dei soldi. Un ruolo che ha aperto in lei delle domande profonde: “il ruolo di Renata non si è esaurito con l’ultimo giorno di riprese. Ad Alessandro interessava tutto quello che io avevo cercato di rimuovere negli anni. A lui interessava il dialetto, quello sguardo che mi scappava quando guardavo certe persone o sentivo certi discorsi, quelle reazioni che avevo quando qualcuno mi toccava. Gli interessavano tutte le cose che non dicevo, il mio accartocciarmi nella sedia per non scoprirmi troppo, il mio modo di vestire, il mio fissare fermo. Era sulla pasta di cui sono fatta che gli interessava lavorare”.

E se fra i suoi punti di riferimento ci sono icone della Nouvelle Vague come Jean Seberg “è un riferimento culturale forte. Essere un’artista completa non significa solamente saper cantare, ballare, recitare in maniera eccellente e convincente ma soprattutto avere un proprio punto di vista, un proprio stile, uno sguardo preciso e personale sulle cose. Lei aveva questo stile inconfondibile. Non ha mai vissuto il suo lavoro dentro la gabbia identitaria dell’attrice attribuendogli un valore in sé e per sé”, non c’è da stupirsi che nella sua scelta di essere attrice il percorso intrapreso non segua un binario stabilito ma deragli verso la sperimentazione, dapprima specializzandosi a livello accademico e poi aprendosi all’arte contemporanea: “c’erano troppi aspetti dell’arte contemporanea che mi interessavano e non concepivo l’idea di dedicare anni solo a una parte di essa. L’accademismo per me è fallimentare è un luogo ordinario per l’arte esattamente al contrario di una rovina urbana in cui però l’arte trova una casa molto più interessante. Io sono figlia dei miei tempi, non riesco a sottrarmi alla bulimia da nuovi linguaggi. Quindi è stato abbastanza naturale dedicarmi alla scena anche in altre forme, cercando di studiare quella parte di teatro che mi affascinava e che molto genericamente è il Teatro Sperimentale”.

Così si ritrova a divenire curatrice nello spazio S.a.L.E Docks a Venezia, direttrice artistica del festival “Al Limite” d’arte contemporanea, a partecipare a due Biennali come performer per Dora Garcia (Padiglione Spagnolo 2011) e soggetto di riprese per Mabel Palacin (Padiglione catalano). E, se non si limita ad essere un’attrice, in questo ruolo avremo modo di rivedere presto il suo volto in un’altra produzione, l’opera postuma di Carlo Mazzacurati, “La sedia della felicità”, in uscita il 24 Aprile, in cui è Pamela, apprendista estetica, un ruolo buffo: “mi dissero di improvvisare una scena in cui dovevo impazzire, immaginare che mi stessero pignorando gli strumenti di lavoro nel mio centro estetico. Di fronte a me c’era un omone che faceva finta di trascinarsi dietro qualcosa e io mi buttai urlando su di lui…dico le battute e d’improvviso gli tiro un pugno sulla spalla…spiegare il mio personaggio è raccontare un po’ questo, quando incontrai Carlo e poi andai sul set…in tanti mi dissero ‘tu sei quella del pugno’, ‘ho visto il tuo provino, ti ho stimata’ e cose di questo tipo relative al pugno che avevo sferzato…aveva fatto parecchio ridere e se ci penso, fa molto ridere anche me!”.

 

 

 

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