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RB Casting dà il Benvenuto a Francesco Montanari

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Intervista esclusiva a Francesco Montanari

Rappresentato dall’agente Graziella Bonacchi (TNA)
Ufficio stampa Claudia Ranieri

www.rbcasting.com/site/francescomontanari.rb

In “Romanzo criminale”, la serie che nel 2008 ha fatto volare gli ascolti di Sky, era il capo spietato della Banda della Magliana, la gang che negli anni ’70 voleva impadronirsi della Capitale. Nel sequel, tuttora in onda, il Libanese c’è ancora, anche se solo nei flashback: perché “l’Ottavo Re di Roma” (così lo chiamano nel libro di Giancarlo De Cataldo da cui è tratta la serie) è morto nell’ultima puntata del primo capitolo. Nel frattempo l’attore è andato avanti per la sua strada, diventando al cinema un “furbetto del quartierino” per “Oggi Sposi” di Luca Lucini, a teatro un poliziotto-killer nella commedia noir “Killer Joe” del Pulitzer Tracy Letts (per la regia di Massimiliano Farau), nel corto “Chimères absentes” di e con Fanny Ardant, un capo rom “poetico e violento”.

Francesco Montanari, 26 anni, lo sguardo schivo dietro l’aria da duro. E però le idee sono chiare. “Adesso faccio tante cose – dice – e spero di farne sempre di più: quindi, secondo me, il passaggio da personaggio a professionista arriva, anzi è già arrivato. E’ vero, per strada mi chiamano ancora Libano, ma qualcuno comincia a chiamarmi Francesco”. Romano del quartiere popolare Alessandrino, Montanari si forma prima alle scuole medie e al liceo con i laboratori teatrali, poi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Il suo primo amore è il palcoscenico, dove porta in scena commedie e tragedie (tra gli spettacoli “Il funerale del padrone”, “Enrico IV”, “Icaro scalzo” e “Sunshine” accanto a Giorgio Albertazzi). Ma il successo arriva con il  Libanese. Per farsene un’idea basta andare su internet e aprire i siti dedicati: su Facebook, solo uno dei suoi tanti fan club supera i 12 mila iscritti.

Adesso, però, “Er Libano” è cresciuto e guarda avanti. Nel 2011 lo vedremo al cinema con la commedia “Tutti al mare”, opera prima di Matteo Cerami ispirata al “Casotto” di Sergio Citti, e con il thriller dei fratelli Vanzina “Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata”, mentre tra un mese “Chimères absentes” (già passato all’ultimo Festival di Roma) sarà presentato alla Casa Bianca nell’ambito di un progetto di integrazione sociale. Intanto Montanari è impegnato con due spettacoli teatrali: le repliche di “Killer Joe” (al Teatro dell’Angelo di Roma fino al 16 dicembre) e “Piccoli equivoci” di Claudio Bigagli, che debutterà a Narni (TR) il 18 e 19 dicembre per poi arrivare nella Capitale il 15 febbraio. Per l’intervista, approfitto di una pausa tra una prova e l’altra e lo raggiungo al telefono.

Partiamo dagli ultimi impegni. Chi è Killer Joe?
E’ un poliziotto che arrotonda facendo il killer. Quando ho letto il testo di Letts mi è piaciuto subito: la sua scrittura è diretta ma soprattutto prende le relazioni umane quotidiane per metterle in situazioni estreme, un po’ come fa Quentin Tarantino. E poi Giampaolo Rugo ha realizzato questo adattamento in romanesco che secondo me è molto efficace.

In scena ricorre più volte una tua risata “tragi-comica”. Com’è nata?
Ho cercato di creare un personaggio che mascherasse le sue emozioni ma che poi, in determinate situazioni, perdesse il controllo. La risata era uno sfogo su cui potevo lavorare e provando con Farau è uscito un tono bizzarro sulla “e”. Alla fine credo abbia funzionato.

Nella commedia di Bigagli, invece, chi sei?
Il testo è stato scritto nel 1984. Io sono Paolo, un maniaco dell’igiene, un personaggio tenero e molto intelligente ma anche tanto insicuro. E però, paradossalmente, è un presuntuoso e quando deve affrontare un problema parla tanto ma non arriva mai al punto. In scena siamo cinque amici, tutti attori. Bigagli ha scelto di raccontare il nostro mestiere proprio perché rappresenta il precariato per eccellenza.

Quindi è una storia sulla precarietà?
Una precarietà non solo professionale ma anche umana ed esistenziale. Tra i personaggi, che non fanno che lamentarsi, il più concreto è il direttore di scena. Alla fine sarà proprio lui a mandare tutti a quel paese.

Ti rivedi un po’ in questo personaggio che vive tra le nuvole?
Credo che questa commedia sia molto più attuale in questi anni che quando è stata scritta. Con la crisi la precarietà è diventata una merce quotidiana: così oggi scegliere di fare l’attore è meno impegnativo rispetto a qualche anno fa, quando il posto sicuro ancora c’era. Insomma, puoi studiare tanto ma poi finisci per guadagnare pochissimo. Perché in Italia sono davvero rari i fortunati che riescono ad arrivare a uno stipendio eccezionale e a costruirsi un futuro con la meritocrazia.

Dunque il tuo Paolo è intelligente, insicuro e presuntuoso. Punti in comune con lui?
All’inizio ogni personaggio è solo nero su bianco e probabilmente non esiste che nella mente di chi l’ha scritto. Poi succede che quando cominci a lavorarci è come se conoscessi una persona. Con qualsiasi persona puoi avere dei punti in comune, e allora nasce una bella amicizia o una storia d’amore, oppure puoi non averne e quindi ci passi solo una serata. Però i punti in comune con Paolo li devo ancora capire…(ride).

Nel 2011 ti vedremo di nuovo al cinema con “Tutti al mare”. Chi sei questa volta?
Come 33 anni fa, il film è uno specchio dell’Italietta quotidiana. E’ ambientato a Ostia ma questa volta tutto si svolge in un chiosco. Io sono Gigi e gestisco un distributore di benzina con il mio amico Nando, che è interpretato da Libero De Rienzo. Gigi è il superficiale che chiede prestiti alle finanziarie per comprarsi i vestiti firmati, il coatto senza gusto che però in fondo è un buono; Nando invece è il profondo, quello che si rende conto della sua condizione e cerca una posizione sociale ideale, ma si ritrova intrappolato in una gabbia da cui è difficile uscire.

Dalla commedia al nuovo thriller dei Vanzina.
Qui interpreto Vincenzo Malerba, un ispettore di polizia catanese che viene da una famiglia di contadini, un puro che si ritrova in un mondo di apparenze e sfarzo. All’inizio verrà un po’ spiazzato dal sistema, ma poi riuscirà a recuperare sé stesso e a portare fino in fondo il suo compito.

Com’è andato l’incontro con loro?
E’ stato un grandissimo incontro. E’ andata così: mi chiama la mia agente e mi dice che i Vanzina mi vogliono conoscere per questo film. All’inizio ci facciamo due chiacchiere e ci annusiamo a vicenda. Poi mi fanno il provino e poi niente, mi prendono.

Che cosa li ha convinti secondo te?
Non lo so. Ma posso dirti che cosa mi ha colpito di loro. Il fatto che pur avendo una certa età e 50 film alle spalle, hanno un’umiltà professionale imbarazzante e soprattutto una disponibilità all’ascolto che credo ogni regista dovrebbe avere nei confronti degli attori. Anche perché il risultato finale è un compromesso tra quello che vuole il regista e quello che l’attore può rendere: se il rapporto è costruttivo il film decolla, se è conflittuale l’interprete (soprattutto se è giovane d’età come me) si blocca e non rende come dovrebbe.

E con Fanny Ardant che esperienza è stata?
Fanny è un personaggio veramente…incredibile! Una gran donna, piena di vita e con un’esperienza pazzesca. E poi è la moglie di Truffaut: non c’entra niente ma è uno dei miei registi preferiti. Lei mi ha diretto in questo corto dove sono un capo rom che parla in lingua rom. Insomma, è stata un’esperienza travolgente perché lei è travolgente.

“Oggi sposi” arriva subito dopo l’interpretazione del Libanese. E’ stato difficile passare alla commedia?
In realtà io nasco come attore brillante e se sono esploso con un personaggio drammatico è stato solo un caso. Tra l’altro “Oggi sposi” è stato girato due anni dopo la serie, quando il Libanese se ne era già andato da un pezzo.

La maggior parte della gente ti identifica ancora con lui. Tu invece vorresti liberartene…
La famosa etichetta non è mia ma degli altri, nel senso che sono uscito con questo personaggio e quindi è normale che mi conoscono come il Libanese. Se avessi interpretato qualcun altro sarebbe stata la stessa cosa.

Chi era Francesco prima di diventare un attore?
Un ragazzo normale che studiava e faceva casini come tutti gli adolescenti, senza esagerare però. Era, o meglio, è quello che sono tutt’ora: una persona che poi fa un lavoro. Una persona piuttosto riservata.

Com’è nata la passione per la recitazione?
Avevo un insegnante di latino e italiano alle medie che a fine anno era fissato con la recita scolastica. Quando mettemmo in scena “Rugantino” io ebbi il ruolo di Mastro Titta. Mi divertii così tanto che decisi: quella cosa volevo farla per tutta la vita.

La tua prima interpretazione da professionista?
“Il funerale del padrone” di Dario Fo. Io ero un prete gay che durante lo spettacolo liberava la sua omosessualità.

Se non avessi fatto l’attore?
Non ne ho idea.

Il ruolo che ti ha regalato più emozioni?
Uno spettacolo per bambini. E’ stato tre anni fa all’Eliseo, si chiamava “Le mille e una note”. Un’emozione tanto grande che non ho più provato. Perché con i bambini ti puoi anche sentire Freddy Mercury, ma se quando si spengono le luci non sei capace di prenderli non ci puoi fare niente: si alzano e fanno casino.

Il ruolo che vorresti interpretare?
Credo che lo farò, anche se è ancora in elaborazione. E’ lo “Stabat Mater” di Antonio Tarantino: il ruolo è quello di una prostituta ma io sarò un trans.

Chi sono stati i tuoi maestri?
Maurizio Lops al liceo e Lorenzo Salveti in Accademia. Tra gli attori mi piace molto Gian Maria Volonté.

Il tuo sogno?
Continuare a lavorare onestamente e vivere una vita serena con una moglie accanto.

Il vizio di cui non puoi fare a meno?
Credo l’amore.

Adesso sei innamorato?
Si, ma non ho fidanzate.

La tua paura più grande?
Non riuscire ad essere felice.

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