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RB Casting dà il Benvenuto a Maria Grazia Cucinotta

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Intervista esclusiva a Maria Grazia Cucinotta

Rappresentata dalla Seven Dreams Productions
Ufficio Stampa Seven Dreams

www.rbcasting.com/site/mariagraziacucinotta.rb

In principio fu l’intensa barista che fece innamorare “Il Postino” Troisi. Candidato a cinque Oscar (ne vinse uno per le musiche), il film di Michael Radford la lanciò in un sol colpo nello show business internazionale, quando lei ancora non possedeva le armi per difendersi dal successo. Da allora, la ragazza della periferia di Messina che sul tappeto rosso degli Academy Awards si pizzicava le guance per convincersi che non stava sognando, ne ha fatta di strada. Tra i successi in patria, le frequenti incursioni nel mondo dorato di Hollywood e i progetti di solidarietà per i bambini “invisibili”, negli anni è diventata un’icona di femminilità e impegno “made in Italy”. Traguardo che l’ha portata sull’Olimpo delle attrici nostrane più conosciute nel mondo, prima ancora che gli italiani le assegnassero il titolo di donna più amata.

Maria Grazia Cucinotta, attrice, produttrice e sceneggiatrice, vive nell’immaginario collettivo da ventitré anni. Né il matrimonio con il “re delle acque minerali” Giulio Violati e tantomeno la nascita della sua amatissima Giulia, che adesso ha nove anni e a cui pure dedica tanto tempo, sono riusciti a distoglierla dal lavoro. “Si può essere mogli, madri, gestire un’azienda e occuparsi della casa – puntualizza – è nel nostro DNA di donne fare tante cose insieme”. Mentre si concede a questa lunga intervista, Maria Grazia si trova nel suo quartier generale, la sede della casa di produzione che ha fondato nel 2005. “Si chiama ‘Seven Dreams’ – spiega – perché il 7 è il mio numero fortunato e realizzare sogni è la cosa più bella. In realtà di case di produzione ne ho due, l’altra si chiama ‘Italian Dreams Factory’. Da quando sono nate abbiamo realizzato cinque film e due corti”.

Ma i sogni dell’instancabile Cucinotta non si limitano alla Settima arte. Dal 2003 è ambasciatrice Unicef: l’impegno è per i bambini più sfortunati, che poi sono i protagonisti della sua prima co-produzione, il film collettivo “All the invisible children”. “Al momento ho due progetti in corso – rivela – ‘Il cavallo bianco’ e ‘Il mosaico africano’. Il primo è una casa-famiglia per bambini bielorussi che nessuno vuole adottare perché affetti da handicap, il secondo è un asilo-ospedale per i piccoli sieropositivi. A questi bimbi cerchiamo di regalare le cure necessarie e soprattutto un’istruzione”. Nel complesso l’impressione è di incontrare un misto di dolcezza, determinazione e saggezza, che però non risparmia le stoccate agli attori italiani (“in tempi di crisi dovrebbero accontentarsi della paga sindacale”), a registi e produttori (“incapaci di realizzare prodotti esportabili all’estero”) e ai moralizzatori del Rubygate (“tanto traffico per una prostituta quasi star e nessuno fa niente per le vere schiave del sesso”).

Da dove viene Maria Grazia? Siciliana doc, papà postino e mamma casalinga, i primi passi nel mondo dello spettacolo non sono molto diversi da quelli delle mitiche Loren e Lollo. Ha 18 anni quando partecipa al concorso di Miss Italia: è timida e impacciata, ma ha una bellezza mediterranea che non passa inosservata. Un agente di Milano la nota e le lascia un biglietto da visita. Lei non ci crede, ma prova comunque a chiamarlo. Cominciano così i servizi fotografici e i provini per la televisione. La scelgono come valletta per “Indietro tutta”, il programma di Renzo Arbore che negli anni ’90 sbancò l’auditel. Intanto prende lezioni di recitazione e partecipa ai primi casting. Dopo qualche piccolo ruolo arriva la svolta: Massimo Troisi la sceglie come partner per il suo ultimo commovente film. E’ un successo internazionale, Maria Grazia diventa improvvisamente una delle attrici più richieste in Italia e all’estero.

Nel 1995 gira le prime pellicole da co-protagonista. Per “I Laureati” di Leonardo Pieraccioni è un’attrice di fotoromanzi, nello spagnolo “El Dia de la Bestia” di Alex De la Iglesia si trasforma in una giornalista. L’anno dopo, nel doppio ruolo di madre e figlia, gira “Italiani” di Maurizio Ponzi e un film sulla mafia, “A Brooklin State of Mind” di Frank Rainone. Nel 1997 recita accanto a Diego Abatantuono nella commedia “Camere da letto” di Simona Izzo, e a Raoul Bova nel film per la tv “Il quarto re” di Stefano Reali. Alla fine degli anni Novanta è nel cast di “La seconda moglie” di Ugo Chiti e nella commedia brillante “Los Angeles-Cannes solo andata” di Guy Greville-Morris, oltre a dividersi tra fiction americana e italiana (gira la serie cult “I Soprano” e “L’avvocato Porta” con Gigi Proietti). Nel ’99 avrà anche una partecipazione in uno dei fortunati 007: “Il mondo non basta” di Michael Apted.

Nel nuovo millennio partecipa alla pellicola di Alfonso Arau “Ho solo fatto a pezzi mia moglie”, accanto a Woody Allen e Sharone Stone, diventa prostituta per qualche fiction italiana (“In punta di cuore”, “Maria Maddalena”, “Il bello delle donne”), ma soprattutto è la moglie intrappolata in un matrimonio senza respiro con Alessandro Preziosi in “Vaniglia e cioccolato”. Dal 2005 comincia la sua attività produttiva: oltre al già citato film per l’Unicef, gira “L’imbroglio del lenzuolo” di Alfonso Arau, “Io non ci casco” di Pasquale Falcone e “Viola di mare” di Donatella Maiorca. Sul grande schermo l’abbiamo appena vista nell’opera prima di Giuseppe Papasso “Un giorno della vita”, e uscirà l’11 marzo “The Rite” di Mikael Hafstrom, con Anthony Hopkins. Nel 2010 ha anche recitato nel film sperimentale “The Opening” di Valerio Zanoli, in “Hostias” di Diego Musiak (commedia argentina che ha scritto e prodotto), mentre è in fase di montaggio “Transgression” di Eric Alberich. La nostra chiacchierata parte da qui.

Che tipo di film è “Transgression”?
E’ un trhiller psicologico che ho girato in Spagna, con Michael Ironside e Carlos Bardem. Gli italiani siamo io e Fabio Fulco. E’ la storia di una coppia che vive in una villa meravigliosa: un giorno viene sequestrata dai ladri e c’è una fuga, ma con il passare delle ore le vittime si trasformano in carnefici. Il mio personaggio è apparentemente una vittima, ma in realtà si è venduta per fame di potere. Il film dovrebbe uscire il prossimo anno.

In “The Opening”, invece, chi sei?
La pellicola è stata realizzata dai ragazzi di una scuola americana di cinema che hanno lavorato sull’improvvisazione. Non so se arriverà nelle sale, penso che sarà distribuito in dvd o sul web. Io sono la seconda moglie di Danny Quinn. Lui ha avuto un primo matrimonio in America, ma dopo la morte della prima compagna a casa nostra arriva il figlio con cui cercherà di recuperare un rapporto. E naturalmente sarò coinvolta anch’io.

Non è la prima volta che ti vediamo impegnata in un progetto low budget…
E’ vero, con i film a basso costo non mi tiro mai indietro. Dal mio lavoro ho avuto tanto, penso sia giusto aiutare chi sta cominciando adesso. E’ bello guadagnare, ma è bello anche far parte del sogno di qualcuno.

A marzo sarai nelle sale con “The Rite”. Ce lo racconti?
E’ un horror, ma non ci saranno litri di sangue o persone sgozzate. Il film parte da un racconto di Matt Baglio, uno scrittore italo-americano che si è ispirato a una storia vera. Tutto quello che accade è molto simile alla realtà e proprio per questo fa più paura. Io sono la zia di una ragazza indemoniata che è Marta Gastini, un’attrice giovanissima e fantastica. Ogni volta che Hopkins terminava una scena con lei ci diceva che la trovava pazzesca.

Hai delle scene con lui?
Tutte le mie scene sono con lui. Certo non ho una grande parte: avevo un altro lavoro che coincideva con questo e ho dovuto lasciare. La mia partecipazione è stata bella per il piacere di condividere la scena con un “grande” a livelli internazionali.

Come ti sei trovata a recitare con Hopkins?
Bene, sul set c’era molta professionalità. Ma quando lavori con gli americani sei uguale a tutti gli altri, nessuno si dà delle arie…

C’è più divismo in Italia?
C’è molto più classismo. In America Nicole Kidman si porta la sua roulotte, ma poi magari ti fermi a parlare con lei. Mi è capitato di lavorare con Woody Allen, Kiefer Sutherland o David Schwimmer: tutte star internazionali eppure sono persone sensibili e carine.

Americani e italiani a confronto.
Il cinema americano è un’industria vera e propria: ha invaso le sale di tutto il mondo ed è naturale che l’uscita dei nostri film sia condizionata da questa potenza. Ecco, agli italiani rimprovero l’incapacità di vendersi all’estero.

Le cause?
Ormai produciamo solo per il mercato italiano. E poi tanti si sono arresi.

C’è chi dice che è anche colpa delle lobby.
Mah…non ci credo. Se un film è bello non esistono lobby. Invece dovrebbe esserci un’unione più forte, soprattutto tra noi artisti. Dovremmo essere meno pigri perché non si parla solo di film: c’è la nostra cultura in gioco.

Recentemente hai detto che gli attori italiani dovrebbero abbassarsi i cachet…
Non ho detto questo. Si parlava di crisi, di tagli al cinema, del fatto che in tanti si lamentano perché restano a casa. Non sono d’accordo, si possono fare film super low budget con una paga sindacale che è una signora paga. In una settimana prendi quello che un normale lavoratore percepisce in un mese e nello stesso tempo fai andare avanti il film. Perché, quando i soldi sono pochi, solo se l’attore accetta un cachet più basso la produzione riesce a pagare tutta la troupe.

Che cosa pensi dei tagli ai finanziamenti governativi?
Mi dispiace che ci siano. La cultura è l’immagine della nostra terra all’estero, perché l’Italia è così bella che potrebbe vivere anche solo di turismo. E se non si contribuisce a esportare un’idea positiva del Paese, si scoraggiano anche gli investimenti in patria. Certo i tagli non sono giusti, ma in tempi di crisi preferisco che sia tagliato un film piuttosto che un posto letto in ospedale.

Torniamo a te. Per “Hostias” sei volata in Argentina.
Mi trovavo in Sud America per un Festival e ho incontrato il regista. E’ stato lui a propormi il copione: quando l’ho letto mi è piaciuto subito.

La storia?
E’ una commedia romantica. Un regista cinico ed egocentrico spezza il cuore a una ragazza: lei l’ha sempre salvato e lo fa anche stavolta riscrivendo la sceneggiatura di un suo film, che poi è il racconto della loro storia d’amore. Alla fine, proprio grazie a questo racconto, lui capisce tutti gli errori che ha fatto.

Sei tu la sceneggiatrice?
Si, ma sono anche la fidanzata. Nel senso che ho scritto la storia e poi ho interpretato il ruolo della sceneggiatrice. Anche questo film dovrebbe uscire il prossimo anno.

I dialoghi sono in lingua spagnola. Hai usato la tua voce o ti hanno doppiata?
Ho recitato in spagnolo, è stato divertente.

Che rapporto hai con le lingue straniere?
Il mio sogno sarebbe quello di poterle parlare tutte per avere accesso alle porte del mondo. E poi recitare in un’altra lingua è liberatorio, soprattutto per me che sono una timida.

Tra le tue ultime produzioni c’è anche un corto.
“Alfredo Baccarini” è una storia dedicata agli anziani. Parla di un maestro che va in pensione e che, per non sentirsi inutile, continua ad andare tutti i giorni a scuola. Il protagonista è Renato Scarpa: lavorare con lui è stato emozionante, sul set con Troisi era quello che mi aiutava.

Nel film di Papasso sei una madre del Sud anni ’60. Quanto ti sei rivista nel ruolo?
Mi piacciono le storie che raccontano quegli anni, a casa mia se ne parlava così tanto che ormai sono nel mio DNA. I ricordi di mia madre mi sono rimasti sotto la pelle: le donne di una volta erano meno arroganti rispetto a come siamo noi oggi e con una femminilità più marcata. Nella sceneggiatura, per esempio, c’è una battuta in cui il capofamiglia dice alla moglie che deve stare zitta perché è femmina e non capisce niente. Lei esegue, sa che non è così ma non ha bisogno di dimostrarlo. Semplicemente lascia credere al suo uomo che è lui il più forte.

Quali sono gli aspetti di queste donne che non ti appartengono?
Stare a casa, non ho mai rinunciato al lavoro per la famiglia. Certo posso rinunciare a un film, ma non potrei mai smettere di lavorare.

Che cosa pensi delle donne che il 13 febbraio sono scese in piazza?
Credo sia importante che le donne restino unite, hanno la forza di cambiare le cose senza usare l’aggressività.

Sei d’accordo con chi è convinto che la donna italiana abbia fatto parecchi passi indietro negli ultimi 30 anni?
Non credo sia così. Viaggiando mi sono accorta che le condizioni delle donne sono simili in tutti i paesi. In Italia la donna è ancora donna, ma questo non vuol dire che abbia fatto un passo indietro: al contrario, ha conservato e protetto la propria femminilità. Purtroppo ci sono ancora tanti problemi che devono trovare una soluzione, perché spesso, chi vuole diventare top manager di un’azienda, deve per forza precludersi la maternità. Viviamo in un ambiente misogino che alla fine ti presenta il conto.

Intendi l’ambiente italiano?
Non solo. All’estero tante donne si trasformano in uomini pur di raggiungere i vertici di un’azienda, personalmente lo ritengo un prezzo troppo alto da pagare. Più di una volta abbiamo dimostrato di poter gestire il lavoro senza trascurare il ruolo di moglie e madre. Ma questa nostra capacità di fare tutto e bene gli uomini non l’accettano. Forse perché l’unica cosa che hanno è l’esclusività ai posti di comando: se gli togli anche quella è finita!

La manifestazione ha anche denunciato la mercificazione del corpo femminile. Che opinione ti sei fatta a riguardo?
E’ un argomento delicato. Se non ci sono costrizioni, ognuno è libero di fare ciò che vuole. Ho parlato con delle prostitute che risceglierebbero il mestiere mille volte, ho cercato di fermare delle ragazzine che si stavano prostituendo e ho rischiato di essere picchiata. In questi giorni c’è tanto traffico per una prostituta che è quasi una star, ma nessuno fa niente per quelle schiave ingannate e malmenate che ogni notte rischiano la vita per pochi euro.

Ok per la libera scelta. Ma è giusto che oggi le ragazzine sognino tutte di diventare “veline”, mentre in poche pensano a una Rita Levi Montalcini?
Io stessa ho fatto la valletta televisiva per anni, è stata la mia gavetta e non c’è nulla di male. Tante mie ex colleghe andavano all’università e si mantenevano con questo lavoro, oggi sono avvocati e medici affermati. Quando sei una bella ragazza e lavori nel mondo dello spettacolo è logico che ti girano intorno una serie di personaggi, ma questo non ti impedisce di fare una scelta di vita sana…basta dire no.

Ti è piaciuto il Festival di Sanremo?
Si, molto. Credo che Gianni Morandi sia un grande e trovo Belen bravissima. Mi piace questo suo modo di fare sudamericano: le propongono di fare tutto e lei fa tutto. Si diverte e lo fa anche bene!

Tu hai cominciato con il concorso di Miss Italia.
Avevo 18 anni, ma dicevo di averne 22 perché avevo paura che non mi prendessero per la pubblicità (ride). E’ stato un periodo meraviglioso: venivo da un quartiere di periferia di Messina e all’improvviso mi sono ritrovata in una trasmissione di punta. Dopo 23 anni mi sembra ancora che tutto questo sia solo un bel sogno.

Da piccola sognavi le luci dello spettacolo?
Ma no…ero fuori da tutto. Poi ho partecipato al concorso e la mia vita è cambiata. Dopo il provino per “Indietro tutta” mi sono trasferita a Roma e per 4-5 anni ho fatto la valletta in vari programmi televisivi, fino a quando non è arrivato “Il Postino”.

I tuoi come l’hanno presa?
Mia madre l’ha presa bene, è sempre stata mia complice. Mio padre non tanto, all’inizio era preoccupato perché i pregiudizi su questo mondo sono molti.

E l’interesse per il cinema com’è nato?
Mentre facevo televisione partecipavo anche ai casting per il cinema. Ma ne sapevo poco, così ho cominciato a studiare. Crescendo ho capito la potenza di questa scatola magica dove tutto diventa possibile…

Com’è avvenuto l’incontro con Troisi?
E’ stata Natalie Caldonazzo a presentarmelo. Lei era la sua fidanzata ma era anche una mia amica. Lui stava girando “Il Postino” e cercava una ragazza per interpretare Beatrice Russo. Quell’incontro mi ha regalato una carriera.

Che ricordi hai di lui?
Era una persona fantastica: gentile, allegro, spiritoso. Era carino con tutti e tutti lo adoravano.

Ti rendevi conto che di lì a poco la tua vita sarebbe cambiata?
Sapevo che stavo facendo qualcosa di importante, mai mi sarei aspettata un successo così grande.

Un altro incontro importante è con Pieraccioni.
E’ stato un incontro divertente. Eravamo entrambi imbranati e timidissimi: lui al suo primo film, io praticamente al secondo. Però credo che “I laureati” sia stata una delle sue storie più belle.

Nel ‘96 tenti la carta dell’America…
In quel periodo ho girato “A Brooklyn State of Mind” con Vincent Spano e Danny Aiello, “The ballad of the nightingale” con Virginia Madson e un episodio della serie “I Soprano”. Tutte esperienze che mi sono servite come scuola.

Tante attrici italiane si lamentano perché oggi è molto difficile lavorare oltreoceano.
E’ un bel problema, perché se non vai all’estero con qualcosa di importante nessuno ti fila. Io ho avuto la fortuna di entrare dalla porta principale, grazie a “Il Postino” ancora mi riconoscono.

Dal 2005 sei anche produttrice. Come mai questa scelta?
Perché volevo realizzare delle idee mie, senza subire il ricatto di un produttore che magari preferisce fare film commerciali.

Da allora, com’è cambiato il tuo modo di fare cinema?
In realtà il mio approccio con il cinema è cambiato da quando ho messo piede in America. Lì ho capito che un film non è solo intrattenimento: gli americani hanno creato la più grossa dittatura mediatica che esista al mondo, per primi hanno capito che con la cinepresa sarebbero riusciti a gestire le menti dell’intero pianeta. Insomma il cinema ha un grande potere: diverte, emoziona ma soprattutto influenza le teste. Però gli italiani lo hanno dimenticato.

Qual è il ruolo che ti ha dato più emozioni?
E’ difficile sceglierne uno. Certo “Il Postino” è il film che mi ha dato di più, ma in fondo un po’ tutti i ruoli mi hanno lasciato qualcosa. Fanno parte della mia crescita.

Il personaggio che ti manca?
Mi piacerebbe interpretare tante donne diverse nell’ambito dello stesso film.

Il regista o i registi con cui vorresti lavorare?
Emanuele Crialese e Lucio Pellegrini.

Chi sono stati i tuoi maestri?
Tutti quelli che ho incontrato, da ognuno ho rubato qualcosa. Anche se ad affascinarmi di più sono le persone vere: i miei personaggi si ispirano soprattutto a loro.

A chi devi dire grazie?
Ai miei genitori e a tutte le persone che mi hanno aiutato. E quindi non solo ai registi, ma anche alle sarte, ai truccatori, agli amici che mi hanno sostenuto nei momenti difficili.

Un difetto e un pregio.
Sono testarda, ma questo è anche il mio pregio.

Il vizio di cui non puoi fare a meno?
Mia figlia.

Il tuo sogno?
Che mia figlia sia felice e che la mia vita continui così com’è.

La paura più grande?
E’ legata alle persone che amo. Mi spaventa la consapevolezza che possano soffrire.

1 commento

  1. Una ntervista molto interessante, Maria Grazia Cucinotta, da questa intervista mi sembra una persona molto estroverta ed ha ragione di dire che gli Italiani non sanno come sfondare in Hollywood; Noi Italiani siamo molto aoutolesionisti per eccellenza e riconosciamo questo difetto solamente quando siamo residenti all’estero in quanto qui negli USA tutti amano quello che e’ Italiano.

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