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RB Casting dà il Benvenuto a Francesco Pannofino

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Intervista esclusiva a Francesco Pannofino

Rappresentato dall’agenzia C.D.A. Studio Di Nardo

www.rbcasting.com/site/francescopannofino.rb

Le uscite del suo personaggio più irriverente, il regista pazzoide di “Boris”, sono diventate dei veri e propri tormentoni. Per strada in molti lo riconoscono perché è il partner di John Travolta e Michelle Hunziker negli spot Telecom, altri perché ha vestito i panni del divertente Son Sei nella terza e quarta stagione de “I Cesaroni”. Ma lui è famoso soprattutto per essere la voce di George Clooney, Denzel Washington, Tom Hanks (in “Forrest Gump”), Daniel Day Lewis, Kurt Russell, Sean Penn, Jean Claude Van Damme, Antonio Banderas e tanti altri.

Francesco Pannofino, classe 1958, attore e doppiatore, dopo trent’anni di duro lavoro sta raccogliendo i frutti di una carriera a teatro, alla radio, in tv e al cinema. “Boris – Il film”, seguito della fortunata serie, ha entusiasmato la critica che l’ha accolto come un capolavoro della commedia contemporanea. Il 22 aprile uscirà “Faccio un salto all’Avana” di Dario Baldi, con Enrico Brignano e Aurora Cossio; sono in corso le riprese di “Poker generation”, l’opera prima di Gianluca Mingotto; e inizieranno il 2 maggio quelle di “Nero Wolfe” (regia di Riccardo Donna), il remake dello sceneggiato anni Settanta interpretato da Tino Buazzelli e tratto dai gialli di Rex Stout. Insomma, come attore il lavoro comincia finalmente a fioccare, ma lui non ha intenzione di rinunciare al doppiaggio: “Non c’è stato nessun passaggio da un mestiere all’altro – spiega – se avrò tempo continuerò a dare la voce ai miei attori abituali. In fondo il lavoro è sempre quello”.

Romano di genitori pugliesi (papà carabiniere e mamma sarta), da adolescente Pannofino già si esibisce come animatore nelle feste degli amici. Siamo agli sgoccioli degli anni Settanta: dopo una breve parentesi come segretario del Sindacato Attori e assistente al doppiaggio, comincia l’avventura a teatro. Tre stagioni con lo Stabile di Trieste e qualche anno con la Compagnia di Antonella Steni gli forniscono le prime basi del mestiere. Ma i soldi sono pochi e il doppiaggio è un porto sicuro: cominciano i primi turni, poco a poco l’attore riesce a farsi un nome nell’ambiente fino a quando, grazie al personaggio di Forrest Gump, la carriera decolla. Nel frattempo continua a recitare anche sul palcoscenico: tra i tanti spettacoli “Piccoli omicidi” e “Salvo” di Gigi Angelillo, “Esercizi di stile” per la regia di Jacques Seiler, “Belushi” e “Le opinioni di un clown” di Mario Moretti, fino al recente “Ladro di Razza”, con Rodolfo Laganà e Francesca Reggiani.

A metà degni anni Novanta Pannofino avvia una gavetta come attore di cinema e televisione. Ottiene piccoli ruoli nei film di Luciano De Crescenzo (“Croce  e delizia”) e di Aldo Giovanni e Giacomo (“Così è la vita”), e in alcune fiction tv (“Una donna per amico 2”; “Carabinieri”; “La Squadra” e “Distretto di Polizia 5”). In poco tempo dimostra di essere un camaleonte nel corpo quanto nella voce: è capace di drammatica intensità (è il Riccetto nel film “Fatti della Banda della Magliana” e il Boss dei due mondi Tommaso Buscetta in una fiction dedicata a Giovanni Falcone), ma riesce anche nei ruoli brillanti come in “Notturno Bus” di Davide Marengo o nella sit-com della tv satellitare “Boris”. Dal 2006 gli impegni al cinema si fanno sempre più fitti: sarà in film giovanilisti come “Lezioni di cioccolato” o “Questa notte è ancora nostra”, nell’opera prima di Umberto Carteni “Diverso da chi?” e in quella di Marco Chiarini “L’uomo fiammifero”, ma anche in “Io & Marilyn” di Leonardo Pieraccioni e in “Maschi contro femmine” di Fausto Brizzi.

Dal primo aprile “Boris – Il film” è arrivato nelle sale. Rispetto alla serie l’idea e il cast (tra gli altri Carolina Crescentini, Pietro Sermonti, Antonio Catania e Giorgio Tirabassi) rimangono gli stessi, ciò che cambia è l’oggetto della presa in giro: dalla fiction si passa al cinema industriale e d’autore, entrambi specchio deformato della nostra brutta società.

Il film ha ricevuto tante critiche positive, ma al botteghino è in coda. Forse il grande pubblico non è pronto per questo tipo di comicità?
Sono tanti gli aspetti da considerare. Il primo è quello dell’uscita al cinema, che ha coinciso con i primi week-end di sole. Poi c’è stato lo sciopero del circuito Ferrero, che ha danneggiato tutti i film. Da parte mia sento tanta energia positiva: “Boris” resta in sala e continuerà a essere visto da tanta gente.

Quindi sei soddisfatto a prescindere?
Certo! Qualcuno mi ha detto che, per conoscere l’Italia di oggi tra cinquant’anni, basta vedere “Boris”. E’ un gran complimento: la nostra non è una commedia da ridere e basta, ma il ritratto di una realtà. Credo che l’operazione sia perfettamente riuscita, l’unica cosa che posso dire è che al cinema siamo arrivati troppo tardi. La più grande soddisfazione, comunque, è aver fatto il film dopo la serie. In Italia non succede quasi mai!

La serie continuerà?
A sentire gli autori non ci saranno seguiti. Però l’hanno sempre detto: dopo ogni serie e anche dopo il film. Se manterranno la parola non è finita qui.

Ti sei mai trovato nella stessa situazione del tuo personaggio, René Ferretti?
Qualche volta ho lavorato in produzioni precarie, dove non c’era nemmeno la carta igienica. Insomma quelle situazioni a “cazzo di cane” che raccontiamo noi!

Hai anche lavorato con qualche attrice “cagna” e raccomandata, tipo la Corinna della serie?
Eeeeeh! Capita nelle migliori famiglie. Ma sono situazioni che non mi toccano, in trent’anni di carriera sono sempre andato avanti con la mia forza e con le persone che mi hanno stimato. Adesso mi godo il mio successo senza sensi di colpa: ce l’ho messa tutta, resistendo anche ai momenti bui.

Ci sono stati periodi, anche lunghi, di non lavoro?
Per fortuna no. Tra il doppiaggio, il teatro, la televisione e il cinema ho sempre lavorato. La bellezza del mio mestiere è che ti offrono dei personaggi. E a me piace interpretarli, meglio di così!

Che cosa è cambiato dopo l’uscita di “Boris” nelle sale?
Sento l’amore del pubblico, se vado al ristorante ci sono i paparazzi. Riguardo a me mi sono tranquillizzato: sono contento di aver raggiunto un traguardo, anche se poi i traguardi non esistono. Ci saranno sempre sfide più difficili, ma è proprio questa possibilità che mi stimola: se la salute mi assiste, spero di continuare per tutta la vita.

“Boris” è un trampolino di lancio o un punto di arrivo?
Né l’uno né l’altro. Ho altri trampolini liberi e spero di fare tante cose belle, come il detective di Stout che presto riporterò in tv.

Come sarà il tuo nuovo “Nero Wolfe”?
Rifaremo il romanzo-sceneggiato di una volta, quello che piaceva tanto al pubblico. Certo il ritmo sarà più moderno, ma lo spirito rimarrà lo stesso: grande cura per i costumi, la fotografia e le ambientazioni. Si parlerà di omicidi con garbo, con un linguaggio raffinato. Al mio fianco ci sarà anche Pietro Sermonti nel ruolo dell’assistente Archie Goodwin. Sarà un successo, ne sono sicuro.

Ti sei ispirato a Tino Buazzelli?
Assolutamente si, è uno dei miti della mia infanzia! Meno di lui ho l’altezza e il peso, che stanno cercando di farmi aumentare: io ho provato a superare i cento kili ma non ce la facevo ad allacciarmi le scarpe e ho smesso…la salute prima di tutto! Il personaggio sarà fedele ai romanzi di Stout, quindi anche allo sceneggiato.

Tra pochi giorni sarai il fratello cinico di Enrico Brignano.
Più che cinico sono un “fijo de ‘na m…..”: il fratello che, approfittando di un incidente stradale, si finge morto per rifarsi una vita altrove. Parte per Cuba e, con la complicità di una ragazza del luogo, mette su una piccola società per truffare i turisti italiani più ingenui. Poi però arriva Brignano…

Come mai a te la parte del furbetto e a Brignano quella del buono?
Non saprei, bisognerebbe chiederlo al regista o ai produttori. Non ho fatto provini: mi hanno proposto la sceneggiatura dicendomi che, se avessi accettato, avrei interpretato quel ruolo.

Com’è iniziata l’avventura televisiva di “Boris”?
E’ partito tutto da un provino del 2006. Mi chiamarono per una puntata pilota di un’eventuale serie: un’esperienza che mi capitava spesso, dopo la prima puntata non se ne faceva più niente. Ma “Boris” era diverso, mi accorsi subito che sarebbe stato un prodotto vincente.

E la tua avventura, invece, come inizia?
A vent’anni frequentavo i corsi di matematica all’Università. Feci i primi tre esami per rimandare il militare, ma poi mi resi conto che era meglio fare il militare. In quel periodo ero l’animatore di tutte le feste, mi piaceva imitare attori come Verdone e Troisi. Fu l’incarico come segretario del Sindacato Attori a cambiare il corso degli eventi: volevo dimostrare a mio padre che potevo lasciare gli studi perché lavoravo, ma volevo anche entrare nell’ambiente.

Poi che successe?
Mi avvicinai al doppiaggio come assistente fino a quando, nel 1982, non partecipai a una selezione del Teatro Stabile di Trieste: mi presero per “L’affare Danton”, una mega-produzione sulla Rivoluzione francese. Tornato a Roma recitai in alcuni sceneggiati radiofonici con Diego Cugia e di nuovo a teatro, prima con la Compagnia di Antonella Steni e poi con gli spettacoli di Gigi Angelillo. Da allora non mi sono più fermato.

Sei stato un doppiatore per tanti anni. Una scelta o una necessità?
Il doppiaggio mi ha sempre garantito un’occupazione tranquilla. D’altra parte ai provini non mi prendevano: non ero né grasso né magro, né alto né basso, né bello né brutto. In compenso ho fatto tanto teatro. All’Orologio di Roma, grazie a spettacoli come “Belushi” o “Le opinioni di un clown”, tanta gente poteva dire: “però…è bravo ‘sto capoccione!”.

Hai mai incontrato gli attori che hai doppiato?
Michael Madsen, a cui ho dato la voce in “Kill Bill” di Quentin Tarantino, è rimasto piacevolmente sorpreso e mi ha voluto conoscere. George Clooney mi ha chiamato per congratularsi: gli ho detto di non imparare troppo bene l’italiano, altrimenti il mio lavoro non avrebbe più senso!

L’esperienza che ti ha regalato più emozioni?
Per il cinema c’è un film di nicchia, “Fatti della Banda della Magliana” di Daniele Costantini, che abbiamo girato a Rebibbia con i detenuti: un’esperienza davvero emozionante dal punto di vista umano e professionale. A teatro scelgo “Esercizi di stile”, con Gigi Angelillo e Ludovica Modugno, uno spettacolo cult che ha fatto storia. E in tv c’è “Boris” naturalmente.

Se non avessi fatto l’attore?
Me lo domando spesso…credo che sarei diventato un giornalista. Avevo anche cominciato a scrivere, facevo il cronista sportivo di un quotidiano pugliese. Mandavo articoli da Roma, ma al primo non pubblicato ho smesso. Però mi sono tolto la soddisfazione: oggi ho una rubrica settimanale sull’inserto satirico de “Il Fatto Quotidiano”, dove ogni volta riporto una personalissima recensione di un film.

Il ruolo che ti manca?
Il prossimo. Se mi parli di sogni non saprei cosa dire: forse il remake di “Papillon”, ma io non sono Steve McQueen!

La sfida più difficile?
Tutte. E’ un mestiere privilegiato che dà tante soddisfazioni, ma è anche faticoso. Penso a “Mucca e Pollo”, un cartone dove ho dato la voce al personaggio di Rosso Senza Braghe, un diavoletto che assume di volta in volta le sembianze di qualcun altro per dare fastidio ai protagonisti della serie. Dovevo cambiare continuamente voce e vocalità, un bel mazzo. Ma per me tutto è impegnativo: detesto gli attori che non si impegnano e che disprezzano il pubblico.

Chi sono stati i tuoi maestri?
A teatro c’è stato Mario Maranzana. Era il protagonista del mio primo spettacolo da professionista, quando recitava cercavo di rubare tutto quello che potevo. Ma ho imparato da tutti quelli con cui ho lavorato, anche da quelli non bravi: ti aiutano a riconoscere ciò che non devi fare.

I maestri che non hai conosciuto?
Amo i film di Sergio Leone, credo che come attore gli sarei piaciuto. Un altro maestro è Ugo Tognazzi, involontariamente mi ispiro a lui. Amo la sua ironia, quel fascino all’incontrario, che attira quando è interessante e simpatico, ma anche quando è un perdente.

Un regista contemporaneo con cui vorresti lavorare?
Vorrei incontrarne due in particolare: Nanni Moretti e Marco Bellocchio.

Nella vita sei di nuovo insieme con Emanuela Rossi, la voce di Michelle Pfeiffer e Emma Thompson.
Siamo tornati insieme dopo un periodo di separazione: sul web siamo ancora divisi, ma non è più così da sette anni. Abbiamo un figlio di tredici anni che amiamo molto.

Come vi siete conosciuti?
Quando ho cominciato lei era già un mito del doppiaggio. Abbiamo lavorato insieme in un film e ci siamo “folgorati”.

Che padre è Francesco Pannofino?
Presente e molto affettuoso. Mio figlio, però, è un furbacchione e ne approfitta.

Se un giorno ti dicesse che vuole fare l’attore?
Già l’ha detto, e purtroppo so anche il perché. Non credo che ami questo lavoro, anzi non glie ne importa proprio niente! E’ che lui dice: “nella vita è inutile sbattersi, tanto ci sono mamma e papà che fanno gli attori. Farò l’attore anch’io!”. Comunque adesso giriamo un film insieme.

Il titolo?
“Poker generation”: un storia sul poker, ma non sul gioco d’azzardo. Io sarò il padre di due ragazzi (Andrea Montovoli e Piero Cardano, ndr) che, per pagare le cure mediche alla sorella malata, cominceranno a giocare. Mio figlio interpreterà uno dei protagonisti da piccolo.

La scelta che ti ha cambiato la vita?
Aver rifiutato la possibilità di svolgere un lavoro “normale”, non sarebbe stata vita senza un mestiere rischioso. E non c’è lavoro più rischioso di quello dell’attore: nessuno ti garantisce occupazione e successo, te li devi conquistare.

I tuoi genitori come l’hanno presa?
Sono stati straordinari. Hanno sempre fatto il tifo per me e adesso sono orgogliosi perché mi intervistano (ride).

All’anteprima per la stampa di “Boris – Il film” c’era tutta la tua famiglia.
Si, siamo molto legati. Mia madre aveva anche un cameo, era la mamma del mio personaggio.

Un pregio e un difetto.
Il pregio è che mi sono sempre accontentato, anche se in cuor mio pensavo che prima o poi il giorno dell’exploit sarebbe arrivato. Il difetto…beh, insomma arrivo un po’ in ritardo (ma adesso sto guarendo, non è un bel biglietto da visita) e mangio un po’ troppo.

Il vizio di cui non puoi fare a meno?
Per ora è quello di fumare, spero di togliermelo al più presto.

Il sogno nel cassetto?
L’ho già realizzato. Certo, se mi capitasse di cantare a Sanremo sarebbe una bella soddisfazione…(ride).

La tua paura più grande?
Precipitare nel vuoto. L’ho sognato spesso, forse perché in passato mi è capitato di cadere da un muro alto due metri.

 

1 commento

  1. L’autore ha detto: “Il film ha ricevuto tante critiche positive, ma al botteghino è in coda. Forse il grande pubblico non è pronto per questo tipo di comicità?”
    Sono d’accordo. Ho visto “Boris”. E Francesco Pannofino e’ molto bravo in questo film. Ma forse la pubblica non e’ pronta per capirlo.

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