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RB Casting dà il Benvenuto ad Alessandro Calosci

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Intervista esclusiva ad Alessandro Calosci

www.rbcasting.com/site/alessandrocalosci.rb

L’appuntamento telefonico è alle dieci di mattina. Lui lo rispetta spaccando il secondo: non a caso, nell’ambiente del cinema, è conosciuto come un manager preciso e rigoroso, un uomo vecchio stampo che nel lavoro dà tutto sé stesso esigendo altrettanto dagli altri. Tra le cose fondamentali della vita mette al primo posto “il rispetto dei ruoli e della persona”, e forse proprio per questo la sua carriera non conosce sosta da quarantatré anni.

Alessandro Calosci, classe 1944, toscano di nascita e romano d’adozione, produttore esecutivo di tutte le commedie di Leonardo Pieraccioni, ma anche production manager di tanti successi come “L’albero degli zoccoli” e “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi, “Il mostro” di Roberto Benigni, “Bianca” di Nanni Moretti, “La scuola” di Daniele Luchetti, “Ovosodo” e “Baci e abbracci” di Paolo Virzì, “Uomo d’acqua dolce” e “La fame e la sete” di Antonio Albanese, “L’amico del cuore” e “Amore a prima vista” di Vincenzo Salemme.

Nel suo curriculum si legge più di un profilo, e lui ne spiega così il motivo. “Ho cominciato nel ’67 sul set di Olmi – racconta – all’inizio ero il ragazzo di bottega, ma poi sono andato avanti passando per tutte le categorie: segretario di produzione, ispettore, direttore, organizzatore generale e produttore esecutivo. Un percorso di cui vado fiero perché mi ha insegnato il cinema dalla A alla Z e perché mi ha dato l’esperienza necessaria per permettermi qualche suggerimento artistico”.

A parte Olmi, della sua capacità organizzativa si sono fidati negli anni produttori come Franco Cristaldi, Rita Rusic, Elda Ferri, Angelo Barbagallo, al punto che Calosci oggi può vantare oltre sessanta film all’attivo. Nel 2001 fonda, insieme a Paolo Luvisotti, la società Ottofilm, per la produzione esecutiva delle commedie di Pieraccioni e di alcuni lungometraggi, tra cui “L’amore è eterno finché dura” di Carlo Verdone e “I viceré” di Roberto Faenza.

In questi giorni il manager è sul set di “Finalmente la felicità”, la pellicola del comico fiorentino che uscirà a dicembre con Medusa (nel cast il regista-attore, la modella brasiliana Ariadna Romero, Rocco Papaleo, Shel Shapiro, Thyago Alves, camei di Maria De Filippi, Barbara Bouchet e Maurizio Battista). “La sceneggiatura è molto divertente – dice il manager – forse la sento più vicina a ‘Il Paradiso all’improvviso’. ‘Io e Marilyn’ era delizioso ma non ha avuto i risultati che ci aspettavamo, evidentemente il pubblico voleva ancora un Peter Pan”.

Torniamo al suo esordio. Com’è nato l’interesse per la produzione?
Ho cominciato sul set di “Un certo giorno”. Con Olmi, che è un vero artigiano del cinema, sono rimasto per otto anni facendo di tutto: dalla pulizia della moviola alla fila alle Poste fino a seguire tutte le fasi del film, dalla produzione all’edizione finale. Con lui e poi con altri, sono passato gradualmente per ogni ruolo, perché una volta il cambio di categoria aveva bisogno dell’avallo del direttore di produzione e di certo non avveniva per caso.

Oggi non è più così?
Purtroppo no. Capita, per esempio, che un ragazzo faccia il runner nel primo film e l’organizzatore nel secondo. Oggi mancano sempre più spesso l’umiltà di imparare e dunque la professionalità. E poi si fa tutto con il computer, dimenticando che la tecnologia deve aiutare e non sostituire.

Che cosa le è rimasto dell’insegnamento di Olmi?
Praticamente tutto. Olmi mi ha insegnato il cinema: la materia, la pellicola, quello che può accadere al montaggio. Da una bella sceneggiatura si può fare un brutto film, da una brutta sceneggiatura è difficile che venga fuori un bel film. Con lui ho imparato a costruire il prodotto, anche dal punto di vista artistico.

Come l’ha conosciuto?
All’epoca avevo 23 anni e per recuperare i soldi per andare a ballare facevo la comparsa. Incontrai Olmi alla Rai di Milano, dove si girava la sigla di una trasmissione cinematografica. Andai dal suo organizzatore e mi proposi per lavorare nel suo ufficio. Alla fine del primo film capii ciò che volevo: avrei potuto scegliere il mestiere dell’elettricista, l’operatore, l’aiuto regista o il montatore, ma il settore che ho amato, che amo e che non cambierei mai è stato da subito la produzione.

Ha mai pensato di fare l’attore?
Assolutamente no!

E il regista?
Non ci penso neanche un po’ (ride). Con Olmi facevo anche l’aiuto perché i ruoli erano intercambiabili, però ho solo e sempre voluto fare la produzione.

In quel periodo ha lavorato anche con altri registi…
Nel ’73 è arrivata una grossa produzione con Dario Argento che mi ha fatto conoscere il cinema industriale: grandi carovane e tanti costumi, un mondo magico che non avevo mai visto. Subito dopo sono tornato con Olmi per  girare “L’albero degli zoccoli”.

Le tappe più importanti dopo Olmi?
L’incontro con Cristaldi per l’opera prima di Maurizio Nichetti: una persona meravigliosa che ricorderò sempre per la signorilità e la competenza professionale. Una volta approvata la sceneggiatura ti dava completa libertà, per poi tornare solo in fase di montaggio. Dopo tre anni eccezionali ho conosciuto Nanni Moretti e ho fatto “Bianca”, che mi ha portato a Roma. Quando venivo nella capitale avevo sempre paura: mi sentivo un ragazzo di campagna e qui c’era il vero “Cinema”. Sempre a Roma ho seguito i primi passi di Alessandro D’Alatri, Carlo Mazzacurati e Gabriele Salvatores.

Com’è nata la collaborazione con Benigni?
Elda Ferri mi chiamò per “Il mostro”. Fu un ottimo incontro che ci portò a lavorare di nuovo insieme per “La tigre e la neve”.

Come si lavora con un artista come lui?
Benissimo. Non è che sul set ti devi mettere a ridere perché si chiama Benigni: è un professionista serio ma è anche piuttosto riservato. Il nostro è stato un rapporto professionale e di grande rispetto. E poi lo ammiro molto, se me lo chiedesse tornerei con lui anche domani.

Negli anni Novanta incontra Rita Rusic…
L’incontro con Rita è per me l’inizio di un periodo molto fortunato. Dopo “La scuola” sono rimasto legato a lei per cinque anni, finché la Cecchi Gori non ha subito il tracollo. Ricordo quel periodo con grande piacere: si respirava l’aria del cinema in tutte le sue fasi, ti divertivi anche a seguire l’uscita nelle sale. Tra i tanti film mi affidarono l’opera prima di un “fanciullo”, Leonardo Pieraccioni.

Che non ha più lasciato…
Abbiamo un rapporto sano che dura da quindici anni. “Finalmente la felicità”, che stiamo girando in questi giorni, è il nostro decimo film insieme.

Com’è nata la Ottofilm?
Con Luvisotti abbiamo creato una società per la produzione esecutiva di tutti i film di Pieraccioni. Ma attenzione: io sono un esecutore e non il produttore che mette i capitali. Non sono capace di andare per Ministeri e non voglio nemmeno apparire con la scritta “Alessandro Calosci presenta”. Basta darmi il prodotto, dirmi quanto costa e io cercherò, per quello che posso, di portare il film ai massimi livelli.

Che qualità deve avere un buon produttore esecutivo?
Deve avere pazienza, umiltà e capacità di comprendere le persone. Deve cercare di gestire al meglio il carrozzone, ovvero una troupe di circa cinquanta unità, e fare in modo che ci sia sempre un’atmosfera serena. Nel frattempo deve amministrare il budget, cercando di ottimizzare tutte le risorse economiche e artistiche. E’ importante intuire, per esempio, qual è la scena che richiede un maggiore sforzo produttivo e magari dare dei suggerimenti “artistici” che comunque nascono da un’esigenza di produzione.

Quanto è difficile fare produzione in un Paese che non investe sul cinema?
Può essere parecchio difficile. Ogni volta che si cerca un finanziamento o la disponibilità di un ambiente costoso bisogna cercare di coinvolgere le persone, spiegando la motivazione del film. Se parli di Pieraccioni fai leva sulla visibilità, se invece parli di Olmi puoi insistere sull’autorialità. Intendiamoci, sul fronte dell’impegno non faccio distinzioni: semplicemente si tratta di due prodotti diversi che si raccontano in modo diverso.

Se non avesse fatto questo lavoro?
Da ragazzo volevo fare il medico legale. Non ho studiato perché non avevo le possibilità economiche, in compenso ho avuto la fortuna di imparare un mestiere straordinario. Insomma, sono un uomo fortunato!

Però lei studiava ragioneria…
Si, ma nelle scuole serali. Sono nato in un paese che si chiama Marradi, in provincia di Firenze. A 10 anni mi sono trasferito con i miei a Parigi, a 16 sono andato a Milano dove ho cominciato a lavorare come cameriere e come comparsa. Non volevo pesare sulla famiglia e poi mi piaceva uscire e vestire bene. Ricordo la mia prima macchina: una ‘500 usata con guida a destra, costo 100mila lire pagate con dieci cambiali da 10mila lire l’una.

Che lavoro facevano i suoi genitori?
Il mio babbo era un orologiaio: a Marradi lo consideravano il “Bulgari” della zona, aveva un bel negozio ed era piuttosto bravo. Poi una serie di situazioni lo hanno costretto a chiudere e trasferirsi a Parigi.

Qual è la parte migliore di Alessandro Calosci?
Dal punto di vista professionale ho un grande rispetto per i ruoli e allo stesso tempo lo esigo. Umanamente dò molta importanza al rispetto della persona.

Come si conquista la sua fiducia?
Sempre con il rispetto. Non sopporto l’abitudine, sempre più comune nel mondo del cinema, di istaurare un rapporto confidenziale senza nemmeno conoscersi. Capita, per esempio, che la gente ti dia subito del “Tu”. A Olmi io dò ancora del “Lei”, anche se abbiamo dormito insieme e dopo la malattia lo seguivo come un bambino. La stessa cosa vale per Cristaldi o Cecchi Gori.

L’errore più ricorrente di un artista?
Forse la presunzione.

La sfida vinta che le ha dato più soddisfazioni?
Ogni film è una sfida e ogni volta si parte con l’intenzione di vincerla.

Un pregio e un difetto.
Il pregio è la lealtà, il difetto è che a volte cerco di nascondere qualcosa di spiacevole per non creare troppi problemi.

Il sogno nel cassetto?
Continuare a fare cinema.

La sua paura più grande?
A questa età non ho più paure. Potrei temere di mancare in qualche cosa, come non riuscire a risolvere i problemi professionali o personali. E mi dispiacerebbe perché io sono fatto così: se c’è un problema devo risolverlo.

 

2 Commenti

  1. Finalmente leggo qualcosa di piu’ sul mio omonimo!
    Mi fa piacere vedere che anche in lui vivono alcune della caratteristiche di “famiglia”.
    I miei bisnonni avevano un orologeria, mio nonno aveva un orologeria, mio padre ha studiato da orologiaio… la precisione fa parte del nostro dna.
    La propensione a risolvere i problemi, a costo di non dormirci la notte!
    Un tantino cinici e puntigliosi.
    Uomo fortunato, ha trovato nella magia del cinema il suo posto di eccellenza.
    Complimenti per l’intervista.
    Cordiali Saluti
    A.C.
    p.s. io penso di sapere perchè “io e merilyn” non ha fatto il successo dovuto.

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