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RB Casting dà il Benvenuto a Michele Gammino

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Intervista esclusiva a Michele Gammino

Rappresentato dall’agenzia Vegastar

www.rbcasting.com/site/michelegammino.rb

Il primo passo della carriera lo deve alla determinazione non comune e all’incoscienza dei vent’anni. Perché, quando decide che l’attore è il suo mestiere, non ci pensa due volte e si presenta in via Asiago 10, sede romana e storica di Radio Rai. E’ il 1962 e lui ha 21 anni. “Buongiorno – dice alla signora dell’ufficio informazioni – mi chiamo Michele Gammino e voglio fare l’attore. Che cosa devo fare?”.

Michele Gammino, romano di origini palermitane, classe 1941, professione attore, doppiatore e conduttore. In radio ha cominciato con Corrado Mantoni e Gianni Agus, al cinema con Damiano Damiani (“Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica”) e Nanni Loy (“Detenuto in attesa di giudizio”). A metà degli anni Settanta è passato alle commedie sexi firmate Tarantini o Cicero, ma è soprattutto con il doppiaggio che il suo talento si è fatto conoscere. Dai primi anni Ottanta in poi ha prestato la voce ai più grandi attori hollywoodiani degli ultimi tempi: da Harrison Ford di cui è il doppiatore ufficiale sin dai tempi di Indiana Jones al Kevin Costner di “Balla coi lupi”, dal Richard Gere di “Pretty woman” al Jack Nicholson di “Codice d’onore”, fino al Gérard Depardieu di “La maschera di ferro”. In più, grazie al ridoppiaggio dei vecchi film, ha dato la voce ad alcuni dei più grandi divi del passato come Cary Grant, Gary Cooper e John Wayne.

In televisione ha presentato per quattro stagioni “Giochi senza frontiere”, ma ha recitato anche nelle fiction “Le ragazze di Piazza di Spagna”, “Carabinieri 7”, “Una donna per amico”, “Linda e il brigadiere”, “Un medico in famiglia” e nella terza stagione de “I Cesaroni”. Non mancano, nella lunga carriera, le numerose incursioni in teatro: tra le altre “Fantasma d’amore” con Anna Mazzamauro, “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” e “La signora in rosso”, entrambe con Gianfranco D’Angelo. L’ultimo ruolo è stato il principe Paritelli nel “Rugantino” di Garinei e Giovannini che Enrico Brignano ha riportato di recente sul palcoscenico.

Incontro Gammino in uno studio di registrazione di Roma Nord. Nonostante la calura e l’estate che avanza le sue corde vocali non conoscono sosta. Ha appena finito di registrare “L’onore e il rispetto 3”, dove ha dato la voce a un vecchio mafioso, sta aspettando una risposta per una fiction e uno spettacolo teatrale, e intanto i turni di doppiaggio continuano. L’intervista si svolge all’ora di pranzo, probabilmente la sua unica pausa.

A cosa sta lavorando in questi giorni?
A una serie di documentari dal titolo “Megalopolis”, una sorta di escursioni nelle metropoli del mondo. Nel frattempo sto doppiando due serie televisive: in una sono la voce di Stacy Keach, nell’altra doppio Steven Seagal. L’ultimo lavoro che ho fatto è il personaggio di Tom Wilkinson in “The Conspirator”, ma negli anni ho avuto modo di doppiare tanti grandi attori e soprattutto tanti grandi film. Amo accennare ai titoli piuttosto che ai nomi degli attori, perché tante volte un interprete viene doppiato da persone diverse. Insomma non si è proprietari di una voce, anche se puoi doppiare lo stesso attore in quasi tutte le sue interpretazioni come è successo a me per Harrison Ford.

Com’è nato il “gemellaggio” con la voce di Ford?
L’ho doppiato la prima volta nel suo primo Indiana Jones, “I predatori dell’arca perduta”. Ho continuato con “Blade runner” e da allora, a parte qualche occasione, ho fatto tutti i suoi film. Nello stesso periodo, parliamo degli anni Ottanta e Novanta, ho doppiato Kevin Kostner in “Balla coi lupi”, “Guardia del corpo”, “JFK” e tanti altri interpreti.

Ricordi speciali?
Non ho ricordi particolari, semplicemente sono turni di lavoro. L’unico attore che mi ha dato emozioni forti è Jack Nicholson: è uno dei più grandi interpreti di tutti i tempi, con la sua varietà di personaggi ogni volta è stata una sfida. Di lui ho doppiato “Il postino suona sempre due volte”, “Qualcosa è cambiato”, “Codice d’onore”, “A proposito di Schmidt”, film per i quali ha preso anche due Oscar. In più ho avuto la fortuna di conoscerlo: abbiamo visto insieme la proiezione di “Qualcosa è cambiato”, ero emozionatissimo. E’ un uomo di grande fascino e molto semplice.

A parte i film più recenti, ha ridoppiato anche i successi del passato…
Ho dato la voce a Gary Cooper e a quasi tutti i grandi attori dell’epoca: John Wayne, Cary Grant, Stewart Granger. Emozioni uniche perché erano i miei idoli da ragazzo: li avevo visti al cinema e poi mi sono trovato a sentirli parlare con la mia voce.

Come si prepara a un nuovo personaggio?
Spesso ci si dimentica che i doppiatori sono soprattutto attori. Anche chi fa un annuncio alla stazione può avere una bella voce, mentre il doppiatore è un “doppio” attore perché deve mettersi al servizio di un interprete che ha già fatto tutto. Non è semplice: si può entrare in sala alle nove del mattino e trovarsi di fronte a scene complicate di guerra, d’amore, di qualcuno che urla o bisbiglia. I miei vecchi maestri mi consigliavano di arrivare in sala “riscaldato”, ovvero dopo gli esercizi di dizione e articolazione. Poi mi dicevano di guardare con attenzione gli occhi, le espressioni e i movimenti dell’attore, per cercare di aderire il più possibile all’interpretazione.

Per la voce di Harrison Ford in “Le verità nascoste” ha ricevuto l’Anello d’oro.
Per quel film ho ricevuto parecchi riconoscimenti: un leggio, qualche targa e persino una crociera nel Mediterraneo! Ma soprattutto mi hanno emozionato il Nastro d’Argento e il premio del pubblico per il doppiatore che in quell’anno (il 2001, ndr) è piaciuto di più.

Il contatto con il pubblico è forse ciò che manca ai doppiatori…
A tal proposito mi viene in mente un episodio che mi è capitato da poco. Sono entrato in un bar per un caffè e il barista mi ha chiesto: “ma lei è Michele Gammino?” E io: “perché mi conosce?”. “No – dice – l’ho riconosciuta dalla voce”. Ecco questo succede con gli appassionati, soprattutto quando hai doppiato film importanti che sono stati visti da migliaia di persone. La gente riconosce la tua voce ma non sa il tuo nome, anche se negli ultimi anni c’è più attenzione per i titoli di coda. E poi ci sono quelle cose su internet, come si chiamano?

Si riferisce alle fan communities?
Esatto. Di recente un gruppo di fan di Indiana Jones si è riunito a Roma: siamo andati al ristorante, abbiamo fatto le foto e mi hanno regalato frusta e cappello originali. Conservo tutto con molto affetto, in fondo è a loro che dobbiamo gran parte del successo.

Darà la voce a Ford anche nel film in uscita a ottobre, “Cowboys & Aliens”?
Purtroppo no. Sono la sua voce per tutti, tranne che per chi aveva titolo a decidere. Succede di essere vittime di certi intrallazzi, sono i piccoli dispiaceri del mestiere. Mi hanno sostituito senza dirmi nulla, ma sono tranquillo: incasso il colpo e vado avanti.

Facciamo un salto nel tempo. Non tutti sanno che è stato la voce di Gaetano, l’alano di Renato Pozzetto del film commedia “La casa stregata”…
In quel periodo presentavo “Giochi senza frontiere” ed ero sempre in giro per l’Europa. Mi chiamò il mio amico Bruno Corbucci per propormi la voce di un cane. All’inizio rimasi un po’ interdetto, poi l’idea mi piacque. Non si sapeva come caratterizzarlo, così mi inventai la parlata napoletana: il risultato fu divertente, anche per l’effetto sorpresa.

Parliamo dei suoi esordi sul grande schermo.
Il mio debutto lasciava prevedere chissà quale fortuna, ma non è andata così. Era il 1970 e doppiavo Alessio Orano in “La moglie più bella” di Damiano Damiani. Un giorno il regista mi dice: “sei un bel tipo e reciti bene, perché non provi con il cinema?”. Scherzando gli chiesi una mano e lui mi promise una parte nel suo film successivo. Dopo qualche mese arrivò la chiamata: Damiani aveva scritto un personaggio che si chiamava Gammino per “Confessione di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica”. Interpretai l’assistente di polizia del protagonista Martin Balsam, c’erano Franco Nero e Claudio Gora. Fu un grande successo internazionale.

Com’è entrato nel mondo dello spettacolo?
Ho cominciato con le recite parrocchiali, poi crescendo ho seguito due strade: l’una con lo spettacolo di varietà dove si cantava e si facevano le imitazioni, l’altra creando un gruppo filodrammatico con cui portavamo in scena autori seri come Cechov e Pirandello. Volevo fare l’attore più di ogni altra cosa ma non sapevo da dove iniziare: mi convinsi allora che, se fossi andato nella sede degli studi radiofonici Rai (allora c’era la radio e io ci stavo sempre attaccato), qualcuno mi avrebbe dato una dritta.

Ci andò davvero?
Certo (ride). Un giorno mi presentai all’ufficio informazioni di via Asiago: “buongiorno – dissi alla signora dello sportello – mi chiamo Michele Gammino e voglio fare l’attore. Che cosa devo fare?”. Lei mi parlò delle audizioni che si tenevano periodicamente, avvertendomi però che non avevano mai preso nessuno. Provai lo stesso. L’audizione era diretta da tutti i registi radiofonici più importanti del momento: tra gli altri c’erano Riccardo Mantoni (fratello maggiore di Corrado, ndr) e Silvio Gigli. La prova andò benissimo.

La prima esperienza in radio?
Un programma con Corrado Mantoni, “Corrado fermo posta”. Mi esibivo negli sketch ispirati alle lettere che mandavano i radioascoltatori, il mio primo partner fu Gianni Agus. Nel giro di pochi mesi mi ritrovai a lavorare in decine di programmi radio, ottenendo anche un contratto come attore di prosa. In seguito entrai nella compagnia di Checco Durante e cominciai a girare per teatri.

Al doppiaggio com’è arrivato?
Tra le persone che frequentavo c’erano anche dei doppiatori che mi suggerirono di provare. Andavo spesso in sala di doppiaggio per capire come funzionava finché un giorno Mario Colli, che era la voce di Perry Mason e uno dei direttori più importanti dell’epoca, mi disse: “mi fai sentire come fai?”. Provai un pezzettino e da allora non mi sono più fermato.

Un percorso come il suo sarebbe possibile oggi?
Non credo. Un tempo, se lavoravi bene, ti affidavano qualcosa di più importante. Oggi non è più così. La mia fortuna è stata l’esperienza in ogni campo e soprattutto la vicinanza, in tutti gli ambienti che ho frequentato, dei personaggi più in gamba dell’epoca.

Chi sono stati i suoi maestri?
In radio Riccardo Mantoni, grande regista ma anche ottimo attore e doppiatore che mi ha insegnato tutti i trucchi del mestiere. Nel doppiaggio Stefano Sibaldi, Emilio Cigoli, Gualtiero De Angelis, Giuseppe Rinaldi e Pino Locchi: rimanevo attaccato alle loro giacche il più possibile per rubare i segreti che li rendeva così bravi. Altri maestri sono stati Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi e molti registi cinematografici come Damiani e Loy.

Nella commedia sexi, il suo personaggio più noto è forse quello di “Pierino contro tutti”.
E’ probabile. Io ero il professore di educazione fisica che cercava di conquistare la supplente Mita Medici ma cadeva vittima di Alvaro Vitali: fu un tale boom commerciale che quel personaggio se lo ricordano tutti. L’idea di Marino Girolami (il regista, ndr) era di costruire una commedia sulle barzellette di Pierino, di certo non si aspettava tutto questo successo. Accettai il ruolo più per fargli un favore che per interesse. A distanza di tempo posso dire che non mi è dispiaciuto interpretarlo.

E però sperava in ruoli più seri…
Dopo Damiani e Loy mi aspettavo qualcosa di diverso, invece arrivò la proposta del primo film con Edwige Fenech, “La poliziotta fa carriera”. Con lei si formò un gruppo di lavoro che, seguendo quel filone, realizzò diversi successi.

Tra le esperienze televisive non si può non parlare di “Giochi senza frontiere”.
Alla fine degli anni Settanta mi chiamò un funzionario televisivo per propormi un gioco a premi, “Il sesso forte”, che presentai con l’allora debuttante Enrica Bonaccorti. L’anno successivo il programma non si rifece, in compenso lo stesso dirigente mi offrì la conduzione di “Giochi senza frontiere”. Quattro anni molto belli, prima al fianco di Milly Carlucci e poi con Simona Izzo.

Le piacerebbe tornare in tv?
Negli ultimi tempi ho fatto l’opinionista a “Domenica In”. E’ ovvio che la conduzione mi sarebbe piaciuta e mi piace ancora, ma non credo ne avrò più l’occasione.

Che cosa consiglierebbe ai giovani che iniziano adesso?
Di prepararsi bene e di stringere amicizie importanti (ride). Non è vero…o meglio, è vero solo in parte. Sono convinto che con l’impegno e la serietà si hanno buone possibilità di riuscire.

Il personaggio che le manca?
Quand’ero più giovane mi hanno offerto diversi ruoli importanti nel teatro classico che ho sempre rifiutato: non mi sentivo all’altezza e preferivo la leggerezza. Nonostante tutto, sono rimasto “sentimentalmente” legato al personaggio di Iago dell’Otello, soprattutto grazie alla magnifica interpretazione di Salvo Randone e Vittorio Gassman, in cui i due attori si alternano i due ruoli. Iago è un personaggio bello e difficilissimo, sarebbe la sfida che mi manca.

La sfida più difficile?
Onestamente ho avuto fortuna: laddove mi sono avvicinato sono stato accettato e soprattutto sono riuscito a divertirmi. Qualche critico mi ha rimproverato di essere stato troppo dispersivo nelle scelte, ma per me, spaziare nei vari campi è stata la soddisfazione più grande.

Suo padre era nell’Arma dei Carabinieri. Ha avuto un’educazione rigida?
Molto, soprattutto da parte di mia madre…una donna di altri tempi.

Come hanno accolto la sua scelta?
All’inizio mio padre era piuttosto preoccupato, mi avevano offerto una serie di situazioni lavorative all’epoca “importanti” e io le rifiutai tutte. Un giorno parlai chiaro: “voglio fare l’attore – dissi – e ci proverò con o senza il vostro appoggio”. “Sono convinto che ce la farai”, mi rassicurò lui.

Se non avesse fatto questo lavoro?
Mi sarei dedicato alla radiocronaca sportiva. Ai tempi della radio feci un’audizione come radiocronista e andò bene. Poi scelsi la recitazione, ma se penso a un’alternativa credo che la mia grande passione per lo sport mi avrebbe portato verso quella direzione.

E’ legato alle sue origini siciliane?
Mi sento romano fino al midollo: sono nato nel quartiere dell’Alberone e sono uno studioso del romanesco, che ho approfondito con la compagnia di Durante. Ma sono legato anche a Palermo, gran parte dei miei parenti vivono ancora là. Il dialetto palermitano, poi, è stato un vantaggio tutte le volte che mi sono trovato a doppiare un personaggio di quelle parti.

Suo figlio Roberto ha scelto di fare il doppiatore.
Mio figlio ha scelto di fare l’attore e poi fa anche il doppiatore. Chi pensa di poter diventare doppiatore senza essere attore può anche rinunciare.

E’ contento della sua scelta?
L’ho saputo quasi per caso, dopo un anno che frequentava una scuola di recitazione. Non me l’aveva detto perché era convinto non approvassi. Non è così. L’importante è che porti avanti la sua scelta con consapevolezza e preparazione.

Due figli e tre nipoti. Che padre è Michele Gammino?
Sono un papà che si è sempre preoccupato per i propri figli e per il loro avvenire. Credo di essere stato abbastanza severo e comprensivo, presente quando c’era bisogno.

Un suo pregio e un suo difetto.
Il pregio è stato il coraggio di sperimentare senza lasciarmi vincere dalla soggezione per nessuno, oltre alla puntualità e alla serietà sul lavoro. Il difetto è che sono piuttosto permaloso.

Un sogno?
Adesso che ho i nipotini sogno la possibilità di vederli crescere il più a lungo possibile. Ho settant’anni e so che il tempo è poco…

Il vizio di cui non può fare a meno?
Non ne ho.

La sua paura più grande?
Ho il terrore di perdere la vista.

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