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RB Casting dà il Benvenuto a Luca Zingaretti

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Intervista esclusiva a Luca Zingaretti

www.rbcasting.com/site/lucazingaretti.rb

Ufficio stampa Biancamano Comunicazioni

Nell’immaginario degli italiani è il pragmatico e fascinoso Commissario Montalbano, l’eroe dei romanzi di Andrea Camilleri che da 12 anni presenzia il piccolo schermo. Ma a scorrere il suo curriculum si direbbe che Luca Zingaretti, attore romano e padre di Emma, avuta 14 mesi fa dalla collega Luisa Ranieri, sia soprattutto un interprete camaleonte. Nella lunga carriera, cominciata a teatro sotto la guida di Luca Ronconi e continuata senza soste tra cinema e tv, è stato stupratore feroce per Marco Risi, apostolo Pietro nel “Jesus” di Roger Young, Oskar Schindler italiano in “Perlasca. Un eroe italiano”, Don Puglisi (il parroco ucciso dalla Mafia) e marito fedifrago di Margherita Buy per Roberto Faenza.

E ancora, ha interpretato il banchiere corrotto per Francesca Comencini, il cuoco seduttore per Simona Izzo, il neofascista nel pluripremiato “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti, l’attore Osvaldo Valenti ucciso nel ’45 dai partigiani con la compagna Luisa Ferida, raccontato nella pellicola “Sanguepazzo”. Fino ai più recenti film drammatici “Il figlio più piccolo” di Pupi Avati e “Noi credevamo” di Mario Martone, che ha alternato alle commedie “Mozzarella Stories” e “La kryptonite nella borsa”. Ma ci sarà un personaggio che non ha ancora interpretato? “Sono sempre stato un eroe, positivo o negativo – dice Zingaretti quando lo raggiungiamo nel suo ufficio – adesso mi piacerebbe essere una persona normale, un padre di famiglia che cerca di far quadrare i conti o un disoccupato”.

Intanto l’attore, che è appena rientrato dalle vacanze con la famiglia, si prepara a un autunno di fuoco: sono prossimi all’uscita i nuovi episodi di Montalbano e il film “Il comandante e la cicogna” di Silvio Soldini, a ottobre partiranno le riprese della miniserie Rai “Adriano Olivetti”, mentre a dicembre l’interprete dell’inossidabile Montalbano tornerà a teatro con una nuova regia. E poi c’è la settima edizione di “Hai visto mai”, il Festival sul documentario di cui Zingaretti è direttore artistico fin dalla nascita. Quest’anno si svolgerà a Cortona (e non più a Siena), dal 15 al 16 settembre. “Per me è un impegno e un divertimento, ma soprattutto è un grande orgoglio – spiega – nonostante i tagli al budget ce l’abbiamo messa tutta per non farlo morire”.

Perché un Festival sul documentario?
“Hai visto mai” è nato a Monticiano, in provincia di Siena. Quando il sindaco dell’epoca mi ha chiesto di organizzare una kermesse culturale avevo appena diretto un documentario ed ero rimasto incantato dallo strumento. Oggi il tempo che intercorre tra i fatti e le notizie è sempre più breve, ma spesso questa velocità è un male per l’approfondimento mentre il documentario è un modo per riscoprirlo. E poi In Italia è un genere bistrattato: io ho cercato di creare un Festival che fosse un appuntamento annuale per i documentaristi, ma anche un mezzo per far conoscere il genere al grande pubblico.

Quest’anno c’è una sezione dedicata alla violenza nei confronti delle donne.
Ogni anno c’è una sezione che ospita i documentari in concorso che questa volta sono sei, oltre a una serie di incontri con il pubblico su vari argomenti di interesse sociale. La violenza verso le donne mi ha sempre interessato e purtroppo i numeri sono in crescita. Nell’incontro, che sarà moderato da mia moglie Luisa, cercheremo di affrontare il fenomeno da più punti di vista: interverranno una criminologa, un avvocato, un tenente-colonnello dell’Arma dei Carabinieri e il capo struttura Rai della trasmissione “Amore criminale”.

Da dove viene il titolo del Festival?
L’abbiamo pensato io e Patrizia Cafiero, che ha curato l’ufficio stampa. E’ una specie di augurio: “Hai visto mai” può voler dire qualcosa che non hai mai visto ma è anche un’apertura a nuove epifanie. A Roma si dice: “facciamo questa cosa, hai visto mai che ne viene qualcosa di buono”. Ci sembrava un titolo simpatico.

L’edizione di quest’anno ha dovuto fare i conti con la crisi del Monte dei Paschi di Siena e i tagli ai finanziamenti. E’ stato difficile mantenere in vita il Festival?
E’ stato difficilissimo. Se ci siamo ancora lo dobbiamo all’assessore alla Cultura della Regione Toscana, Cristina Scaletti. Il budget è modesto, ma ci piace pensare che in questi anni bisogna giocare in difesa. E poi, magari, verranno tempi migliori! Come diceva Dario Fo, “l’importante è tenere il fuoco acceso mentre gli altri sono impegnati a difendere il castello”.

Ha speranze per il futuro del cinema italiano?
Penso che bisognerebbe sperare sul futuro dell’Italia e per farlo bisogna essere ottimisti. I momenti di crisi sono anche momenti di palingenesi: si fa una grande pulizia e si ricomincia a lavorare.

Parliamo di Montalbano…
I nuovi episodi sono tratti dagli ultimi racconti di Andrea Camilleri: “Una lama di luce”, “Il sonno di Angelica”, “Voce di notte”, “Il gioco degli specchi”. C’è sempre Livia (la moglie del commissario, l’attrice Katharina Böhm, ndr), le costanti e tutta la squadra.

Dopo 12 anni, non è stanco di interpretare il solito personaggio?
Se fossi stanco l’avrei già abbandonato: negli anni scorsi ho provato a lasciare, ma il personaggio mi mancava e ho deciso di tornare. Tanta gente pensa che lo faccia per soldi, io credo che per un attore il vero privilegio è poter scegliere i personaggi che ti divertono. E Montalbano mi diverte. Non a caso i nostri film sono l’unico prodotto italiano presente con successo in tutto il mondo.

A ottobre partiranno le riprese di “Adriano Olivetti”. Che cosa l’ha colpita del personaggio?
E’ stato un uomo straordinario, un visionario con una grande anima. Se i suoi concetti sono tuttora rivoluzionari, mi chiedo come potevano apparire negli anni ’50-’60! Olivetti ha portato avanti un’utopia facendola diventare realtà, raccontarne l’animo quasi fanciullesco è una bella sfida.

E poi tornerà al teatro.
A dicembre partiremo con le prove di “La torre d’avorio”, un testo di Ronald Harwood (premio Oscar per la sceneggiatura di “Il Pianista”, ndr). E’ ambientato in Germania e parla del processo di denazificazione che nel ’45 subirono tutte le personalità più in vista: è una metafora sull’importanza di prendere una posizione, il titolo originale è “Taking sides”. Oggi mi sembra molto attuale.

Da come ne parla il progetto le sta particolarmente a cuore…
Nasco come attore teatrale ma, a parte le recenti letture di Tomasi di Lampedusa, “La torre d’avorio” è la mia prima pièce dopo tanti anni di cinema e tv. E poi sono io a curarne la regia.

Ha già diretto due spettacoli teatrali e due documentari. A quando un lungometraggio?
Il sogno c’è, prima o poi riuscirò a realizzarlo.

Il prossimo mese vedremo anche “Il comandante e la cicogna”.
E’ una commedia fantastica, un mix di generi che Soldini padroneggia magnificamente. Diverse storie si intrecciano sotto lo sguardo sardonico delle statue di Garibaldi, Leopardi e Verdi, che commentano un’Italia alla deriva. Io sarò un avvocato un po’ maneggione.

Come ha cominciato a fare l’attore?
Al liceo amavo le recite e cercavo sempre di esserci, mai avrei pensato che potessero diventare una professione. Dopo il diploma un amico mi convinse a tentare la selezione in Accademia: passammo l’estate a preparare il provino, ma io venni preso e lui rimase fuori. Forse fu il senso di colpa a farmi continuare, almeno all’inizio perché dopo sei mesi ero convinto di non avere alternative! E’ una delle professioni più divertenti che possano capitarti, anche se è una vita dura…

Quali sono gli aspetti del mestiere che le pesano di più?
Prima di tutto l’incostanza: l’attore è tagliato fuori da ogni continuità, dal più semplice corso di tennis ai rapporti affettivi, che sono estremamente difficili visto che non si rimane mai nello stesso posto per più di un mese e mezzo. Poi c’è l’incertezza: siamo sempre alla ricerca di lavoro e conferme, è snervante. La malattia peggiore dell’attore è l’ego esagerato…Ci tieni a piacere sempre e comunque, vuoi che tutti ti dicano quanto sei bravo, bello e giusto. E però riesci a convivere con la malattia solo se sei in grado si spostare il baricentro verso te stesso.

Il successo dipende anche dall’equilibrio?
Io ho sempre fatto parecchia gavetta, senza saltare i passaggi. Oggi vedo gente che diventa famosa a 20 anni e se da una parte è una fortuna, dall’altra questi ragazzi sono proiettati improvvisamente in un mondo in cui tutti li cercano e nessuno dice loro di no. Se non sono persone forti, se non hanno una famiglia solida alle spalle, è facile che perdano la testa.

La sua famiglia l’ha sostenuta da subito?
Mia madre era felicissima, mio padre un po’ meno. Credo dipenda dalla differenza caratteriale, non riesco a immaginare due persone più diverse.

Il primo provino per “Il Commissario Montalbano”?
E’ stata una lunga rincorsa: sei mesi di provini e una pattuglia che si assottigliava sempre di più.

Chi sono stati i suoi maestri?
A teatro ne ho incontrati tanti, uno per tutti Luca Ronconi. Mi ha insegnato la disciplina, a leggere un testo in maniera originale e a cercare sempre qualcosa in più.

Il personaggio cinematografico a cui si sente più legato?
Osvaldo Valenti di “Sanguepazzo”. Non abbiamo ricevuto l’attenzione che meritavamo, né io come interprete né il film nel complesso, e la delusione brucia ancora. In più abbiamo avuto la sfortuna di andare a Cannes nell’anno di “Gomorra” e “Il divo”, che giustamente hanno catturato tutta l’attenzione.

Sua figlia ha 14 mesi. Com’è stato il suo primo anno da padre?
E’ l’esperienza più bella del mondo, che ti fa conoscere aspetti nuovi di te stesso e della vita. Attraverso lo stupore di mia figlia, mi sono reso conto di tante cose!

Per esempio?
Un figlio ti resetta la capoccia! Come attore sei tutto concentrato su te stesso: tante volte soffri perché non riesci ad aggiudicarti la parte, o gioisci perché ce l’hai fatta. Poi, arrivano questi affarini qua e scopri che sono tutte stupidaggini…

1 commento

  1. Luca e Luisa sono sue attori che seguo da quando ho facoltà di seguire il Cinema. il Teatro e la TV,… praticamente da sempre. Un connubio ottimamente riuscito proprio come una torta pasticcera legando la dolcezza della crema prodotta in casa con il soffice pan di spagna profumato sfornato dalla nonna al mattino. E hanno insieme realizzato un fiore unico nel grande giardino della vita. Complimenti! Luca e Luisa hanno una capacità comunicativa singolare attraverso il volto. Grazie per la vostra emozione che donate e l ‘incoraggiamento a noi “giovani” attori….

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