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RB Casting dà il Benvenuto a Marco Risi

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Intervista esclusiva a Marco Risi

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Marco Risi: “i film sono come i figli, non bisogna fare distinzioni o preferirne uno agli altri”

E’ uno dei registi italiani più significativi del panorama contemporaneo. “Mery per sempre”, “Il muro di gomma” e “Fortapàsc” sono tra i titoli che riassumono la sua carriera: per impegno sociale, politico o per entrambi. Uno stile registico, il suo, che difficilmente lascia indifferenti. Parliamo di Marco Risi, che dopo il thriller “Cha Cha Cha”, un noir con intenti polemici nei confronti della politica contemporanea (che vede Luca Argentero nei panni di un investigatore privato) torna il prossimo autunno con “Tre Tocchi”, un film che prende lo spunto dalla squadra di calcio  ItalianAttori, fondata negli anni ’70 da Pasolini e della quale lo stesso Risi fa parte da qualche anno. Il film racconta la storia di sei attori anzi, di sei “calciattori”.

Massimiliano BenvenutoLeandro AmatoVincenzo De MicheleGilles RoccaAntonio Folletto, Emiliano Ragno sono i protagonisti. Nel cast anche la partecipazione di alcune guest star come Marco Giallini, Luca Argentero, Claudio Santamaria, Francesca Inaudi, Ida Di Benedetto, Valentina Lodovini, Maurizio Mattioli e Paolo Sorrentino nel ruolo di se stesso. Tra commedia e dramma, il film racconta le vicende dei nostri sei in cerca di lavoro. “Tre Tocchi” è prodotto dallo stesso Marco Risi per la società Tre Tocchi srl, in co-produzione con Andrea Iervolino e Monika Bacardi di Ambi Pictures.

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Come stai? Sei in vacanza?
Sì, sono in vacanza. Un po’ di riposo ogni tanto fa bene, anche se non non è mai chiaro cosa sia o quale condizione abbia la vacanza. Al momento sono al mare.

Partiamo dal progetto più recente, “Tre Tocchi”, di cui sei regista e co-produttore. Un film che ha tanto di autobiografico. Come e quando è nata l’idea di realizzare questo film?
E’ nata nel corso degli anni. Esiste una squadra di calcio, l’ItalianAttori, in cui giocava negli anni ’70 Pier Paolo Pasolini, composta da attori più o meno noti, anzi, soprattutto meno noti. Io li osservavo e cercavo di coglierne desideri e frustrazioni. Anche loro mi osservavano ma sono sempre stati molto corretti, evitando di starmi addosso mentre magari stavo scrivendo o preparando un film. Finché un giorno, tre anni fa, uno di loro è esploso dicendomi: “Ma fammi un provino, no? E che cazzo, io so’ bravo!”. Il provino non gliel’ho fatto ma da qui mi è nata l’idea di fare un film tutto su di loro. Sai quanti attori ci sono che non lavorano? E quanti di loro sono bravi? Ecco, semplice, no? E’ un film sugli attori bravi che cercano il lavoro che meriterebbero, sulle loro rabbie, frustrazioni, rinunce, dolori, rivalità. Ne ho convocati un bel po’ e alla fine ne sono usciti fuori 6, con le loro storie, ispirate a fatti veri. “Tre Tocchi” è un film sulla vita. Rischioso, proprio perché senza attori conosciuti.

E’ un tema molto attuale.
Riguarda un po’ tutti quanti e non c’è lavoro più precario di quello di un attore, che dipende assolutamente dalla volontà di qualcun altro che sceglie, non si sa poi con quali criteri. Sì, va bene la bravura ma mica solo quella, sono anche altri gli elementi che influenzano la scelta: la faccia, i gesti, i tic, le nevrosi. E’ davvero il lavoro più precario che esista sulla faccia della terra, oggi. E allora ho deciso di buttarmici con grande energia e coinvolgendo il più possibile giocatori della squadra: il musicista, per esempio, è Jonis Bascir, una bella punta da rapina e i co-sceneggiatori sono due difensori duri e di spinta: Riccardo de Torrebruna e Francesco Frangipane. Anche nei piccoli ruoli di contorno ci sono solo attori della squadra e tutti sono pronti per scatenare l’inferno in vista dell’uscita, prevista per il prossimo autunno. Questa è la loro occasione!

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Come hai scoperto l’ItalianAttori?
Merito di Daniele Pecci, con il quale avevo girato una cosa per la televisione e “Fortapàsc”. Otto anni fa giocavano ancora Ray Lovelock e Ninetto Davoli e l’immagine è corsa subito a Pier Paolo Pasolini e a quelle belle foto di lui che correva accanto a Maurizio Merli, uno faceva “Medea” e l’altro “La Polizia Spara”. Due mondi. Io non dovrei più giocare per sopraggiunti limiti di età ma la passione è tanta… e anche i rischi: l’altro giorno, nel corso di una partita di beneficenza in Calabria, durante un contrasto mi è franato addosso un medio-massimo calabrese e mi ha frantumato una caviglia. Gonfia, che ancora oggi, sembra quella della Sora Lella. Il nostro allenatore è Giacomino Losi, anche lui nel film. Il “Còre de Roma”, grande uomo e splendida persona. In campo succedono un sacco di cose. Si capisce molto del carattere di una persona da come gioca a calcio. Nello spogliatoio poi è meraviglioso, battute feroci, scambi di sguardi verso quell’attore che lavora di più e che cerca di avere un tono basso e dimesso perché sa che si trova nella fossa dei leoni e che potrebbe attirarsi gelosie. Nelle docce, al solito, lo sguardo rapido è alla “baiaffe” perché è da quello che si “misura” la virilità: c’è una scena nel film, proprio sotto le docce, in cui uno di loro si mette a declamare l’Amleto per far capire al rivale attore di teatro che anche lui è bravo… Bene, prima del ciak è stato tutto uno smanettarsi per fare bella figura.

Ho avuto modo di vedere qualche servizio ad un tg locale con delle scene girate in ospedale.
Quella è una piccola parentesi di uno di loro che aveva avuto il padre malato. E in questo reparto dove si parla solo di morte, ci sarà un bel momento di vita.

Com’è stato girare in Basilicata?
Abbiamo girato alcune scene a Potenza. Ci hanno messo a disposizione tutto un piano dell’ospedale, appunto. Ogni tanto venivano a trovarci medici e infermieri, dandoci supporto tecnico. Davvero gentili. La Basilicata ha dei paesaggi pazzeschi, soprattutto le campagne dove abbiamo girato ma anche Matera e Maratea. Ci hanno dato una mano anche la Film Commission e i Gal locali.

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Passiamo a “Cha Cha Cha”, film che proprio in questi giorni stanno trasmettendo su Sky Cinema.
Me ne sono accorto anche perché hanno trasmesso una mia piccola intervista e sotto la mia faccia hanno scritto “Mario Risi, il regista” (ride, ndr). Io li ho ringraziati per avermi fatto diventare un altro per qualche giorno. Il rischio è il passaggio da Mario Risi a Mario Rossi: è un attimo.

Un personaggio che è una sorta di Philip Marlowe italiano e contemporaneo, come tu stesso hai dichiarato. E’ il tuo primo thriller se non erro. Soddisfatto?
Hai letto Chandler?

Sì, tante volte, “Il Lungo Addio” è tra i miei libri preferiti. Ma il film mi ha deluso.
Io amo Altman, il libro l’ho letto soltanto una volta, contro il bis di “Addio, mia amata” che è forse il suo più bello e ti consiglio di leggerlo se non l’hai ancora fatto. Il film de “Il Lungo Addio”, invece, l’ho visto tante volte e mi piace. Certo, il finale è diverso e l’ambientazione aggiornata ma resta un gran bel film. La colonna sonora poi contiene una grande idea: lo stesso brano, solo quello, arrangiato e qualche volta cantato in tutti gli stili, (canticchia e fischietta la colonna sonora, ndr). Dal “Lungo Addio” ho rubato l’idea di Corso che accende fiammiferi su tutte le superfici. Tornando al mio “Cha Cha Cha”, mi piacciono i film di genere, con i detective che hanno un passato scuro che viene fuori gradualmente, i tipi solitari che vivono di notte seguendo le vite di altre persone, che hanno delle passioni segrete e che amano le bionde fatali dei films di Hitchcock.

Luca Argentero è davvero credibile nel suo ruolo.
Ci ha creduto tanto. Poi noi abbiamo avuto la distribuzione dalla nostra, perché ha avuto la brillante idea di fare uscire il film il 20 Giugno, quando è scoppiata l’estate. Quello è stato il primo weekend di sole, tutti sono andati al mare e il film l’hanno visto in pochi. Argentero è stato prezioso e generoso. E anche in “Tre Tocchi” ha fatto una piccola partecipazione interpretando se stesso in un sogno di uno dei nostri protagonisti. Uno dei 6 faceva il facchino in un grande albergo e ogni tanto si chiudeva nella suite presidenziale per riposarsi dopo una giornata di fatica. Noi abbiamo immaginato un suo sogno, quello di essere un grande attore, con altri colleghi che si interessano a lui in un certo modo: Marco GialliniClaudio Santamaria e Luca Argentero.

Un bel trittico.
Decisamente sì, truccati strani, col rossetto sulle labbra, con gli occhi bistrati. Giallini con le unghie dei piedi laccate di rosso.

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Faccio un salto indietro fino al tuo esordio, era il 1982 e si susseguirono a partire da quell’anno “Vado a vivere da solo”, “Un ragazzo e una ragazza” e “Colpo di fulmine”. Ti capita mai di rivederli? In che modo e con quale sentimento ripensi a quegli anni e a quei film?
Non li riguardo mai, ma ero un ragazzo e li ricordo con affetto e simpatia. Avrei voluto esordire con “Colpo di fulmine” che volevo si chiamasse “Piccolo amore”, ma non è stato possibile. “Vado a vivere da solo” è la conseguenza della mia collaborazione con Carlo Vanzina. Ero stato suo aiuto regista in “Eccezzziunale… Veramente”, da lì è partita tutta la cosa. Con Carlo ed Enrico abbiamo imbastito una sceneggiatura, quella di un ragazzo che va a vivere da solo. E’ stato divertente farlo, l’abbiamo girato in poche settimane, 5 e mezzo, negli stabilimenti della De Paolis, durante i mondiali dell’82, l’anno storico in cui l’Italia vinse in Spagna.

In generale, rivedi mai i tuoi film?
Solo se capita. E quando capita lo faccio con pudore. Ieri sera mio figlio era con un amico e in tv stavano trasmettendo “Cha Cha Cha”. Ho dato un’occhiata al finale e qualcosa avrei cambiato. Non sono smanioso di rivedere le mie cose, anche perché le rifarei completamente diverse. Sono contento  però quando gente che non ha mai visto “L’ultimo capodanno” per esempio mi dice che si è molto divertita. E’ stato forse il film più disgraziato della mia carriera e a questo proposito vi consiglio di leggere un racconto di Ammaniti tratto da un’antologia che si intitola “Figuracce” appena uscita, in cui si parla di noi due che andiamo da una maga per capire la causa di quel disastro.

Come avvenne il passaggio dalla commedia al cinema d’impegno sociale?
La mia fortuna fu “Soldati – 365 all’Alba”, un soggetto scritto da Marco Modugno (il figlio di Domenico) che avrebbe dovuto fare lui ma poi non ci riuscì. Me ne parlò Scarpelli con il quale avevo appena lavorato in “Un ragazzo e una ragazza”. “Soldati” è un film tra dramma e commedia e a me piacciono gli spazi chiusi in cui le persone sono costrette non per loro volontà, tipo il carcere o la caserma.

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Come è cambiato, negli anni, il tuo cinema, magari facendomi un parallelismo tra la regia de “Il muro di gomma” e “Fortapàsc”.
Ogni film è diverso dall’altro. “Ragazzi Fuori”, per esempio, per me è diverso da “Mery per sempre”, per dire di due films  che sono accomunati. Ogni film ha una sua anima che ti guida verso un modo di girare piuttosto che in un altro. Certo, alla fine sei tu che lo giri e sicuramente lo girerai in un modo completamente diverso da quello di qualsiasi altro regista, lo girerai nel “tuo” modo.

Ci sono state difficoltà nel corso della tua carriera?
Per “Il muro di gomma” abbiamo avuto 5 o 6 denunce da parte dell’Aeronautica, alle quali hanno fatto seguito dei processi. Hanno sempre perso, devo dire con grande soddisfazione, perché c’erano dei magistrati e dei giudici in gamba che hanno riconosciuto le giuste responsabilità. Naturalmente non abbiamo ricevuto nessun aiuto, per quanto riguardava ambientazioni, riprese, ministeri. E per “Soldati” la stessa storia. E’ un paese stupido questo, perché mentre gli americani, anche quando fanno dei film duri dal punto di vista di critica, magari dell’esercito, hanno sempre a disposizione i mezzi che vogliono, qui subito ti fanno notare “Eh, ma voi parlate male”… Da loro il cinema è una cosa seria. A Palermo, durante le riprese di “Mery per sempre” è stato più semplice perché avevamo un Sindaco illuminato dalla nostra. E in occasione dell’anteprima, un mese prima dell’uscita ufficiale del film, disse delle cose davvero belle. In sala, quella sera, la platea era composta dalla Palermo borghese e da quella legata ai fatti di mafia. E nel momento clou del film, in cui Natale (Francesco Benigno) dipinge la faccia di Michele Placido e dice “La mafia è bene, la mafia è giusta”, è scattato un applauso da una parte della sala con momenti di grande tensione. E invece, quando Placido dimostra a Natale che ha più coraggio il fratello che lavora di lui che fa il bullo è partito l’applauso di Claudio Amendola al quale si sono uniti i tre quarti della sala, sommergendo quello precedente.

C’è un film che ti sta più a cuore rispetto agli altri?
I film sono un po’ come i figli, non ce n’è uno preferito, lo so, si dice sempre ma è così. Perché ci sono quelli più sfortunati, “Il Branco” per esempio, che è stato bistrattato ma che a me piace molto. “Fortapàsc” invece mi ha dato delle belle soddisfazioni anche se non è stato il successo che avevo sperato (la Distribuzione era la stessa di prima!). Perché è un film che sta entrando nelle coscienze delle persone. Anche lì abbiamo avuto delle difficoltà, non è stato facile girare, non tanto a Napoli quanto a Torre Annunziata: il clima era teso. In occasione poi della proiezione, proprio a Torre Annunziata con la cittadinanza, il sindaco e le autorità, c’erano certi tipi in mezzo alla sala, per niente contenti, seduti, mentre gli altri applaudivano, in piedi, che con lo sguardo dicevano “Va bene, ti sei fatto il tuo filmetto ma qui comandiamo noi”.

Qual è il ricordo più prezioso che hai sul set da bambino e quando hai capito di voler diventare regista?
Immagino avesse a che fare con mio padre, col fatto di vivere con lui e di avere intuito che mestiere facesse. Però, intorno ai 10 anni, mi sono accorto di guardare e immaginare i fatti veri che succedevano per la strada filtrati da un obiettivo, pensando a come avrei rifatto la scena. In quegli anni avevo iniziato ad andare al cinema. C’era una sala parrocchiale, vicino casa. Ci andavo tutti i giorni senza sapere neanche che film dessero. Mi ero abituato a vedere film western, di guerra, di azione, commediole… fino a quando a 11 anni e mezzo mia madre mi portò a vedere “Il Posto” di Ermanno Olmi; quel film mi impressionò molto e mi dissi “Allora si possono anche raccontare queste storie, storie vere”.

Il tuo cinema sembra essere la risposta alle esigenze culturali del momento. Stai già pensando ad un nuovo progetto?
Non esageriamo, i miei films non danno nessuna risposta alle “esigenze culturali del momento” e non ho le idee chiare su quello che farò. Intanto vorrei vedere come muove i suoi primi passi il mio ultimo “figlio”. Comunque, di materiale a cui attingere, in effetti, ce n’è tanto ma è meglio non anticipare ancora niente.

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1 commento

  1. Un regista che dona emozione , attento al particolare e alla luce che dona l immagine. Sensibile e attento alla persona….. Un regista con il quale mi sentirei a mio agio sul set… che aiuta a esprimere se stessi nel personaggio.

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