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Gianfrancesco Lazotti racconta “Dalla vita in poi”

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La sua ultima commedia ispirata a una storia vera.
Cristiana Capotondi interpreta una disabile in carrozzina che si innamora di un detenuto.

Uscirà il 26 novembre, distribuito da 01, l’ultimo film del regista Gianfrancesco Lazotti “Dalla vita in poi”, protagonisti Cristiana Capotondi, Filippo Nigro e Nicoletta Romanoff. Già vincitrice del Gran Premio della Giuria del Montreal World Film Festival 2010 e di tre riconoscimenti al Taormina Film Fest (miglior film, miglior attore e migliore attrice), la pellicola racconta l’intrigante storia di una giovane disabile che, nel suggerire parole d’amore per le lettere di una moglie al marito carcerato, finisce per innamorarsi dell’uomo e vivere con lui una love story. La sceneggiatura è ricalcata sulla vita di Katia, persona che esiste davvero, costretta su una sedia a rotelle, come spiega il regista…

La trama ricorda la celebra opera di Cyrano de Bergerac…
Sì, ma non si tratta di una riproposizione della pièce, è una storia ispirata alla realtà. Katia è una ragazza che esiste e che conosco. Ma nonostante la durezza del tema affrontato e il racconto di una storia d’amore, sono molti i risvolti comici.

“Dalla vita in poi” è anche un film sulla disabilità.
Normalmente con questi argomenti si vuole denunciare qualcosa, qui invece c’è un approccio diverso all’handicap: Katia (la persona reale, ndr) è una che non vuole assistenza, pietà o privilegio data la sua condizione. Ha quasi un’allergia a questo, vuole fare tutto da sola. Anche verso la detenzione si ha un approccio particolare: Nigro interpreta una persona colpevole, e il pubblico non si aspetta che esca dal carcere, non lo assolve. Si analizza invece la grande storia d’amore tra i due, che non hanno un futuro ma se lo inventano.

La protagonista usa un mezzo del passato, scrive lettere.
Sì, è vero. Si usava nell’Ottocento, ma è un elemento modernissimo perché i social network hanno solo ribaltato la faccenda. I ragazzi adesso si scrivono perché si incontrano, cercando così di conoscersi meglio. La gente però continua a scriversi, lo strumento quindi è lo stesso.

La pellicola rientra nel genere della commedia, ma ci sono degli spunti drammatici nella vicenda.
Sì, del resto anche la vera commedia all’italiana – quella di Risi, Monicelli, etc. – nasce sempre da una realtà concreta, anche drammatica, ma riproposta con uno sguardo leggero. Un po’ come fa Virzì. Non penso che la commedia debba solo far sorridere, anzi può partire anche da situazioni violente.

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