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“Un giorno della vita” con Mia Benedetta, la Virginia forte del film in concorso al BAFF

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Intervista a Mia Benedetta

Determinata, spigliata, piena d’energia e sicura di sé. E’ questa l’impressione che la sua voce dà al telefono. Anche se lei confessa: “Stare al centro dell’attenzione mi lusinga per tre secondi, poi vince la timidezza, non mi preoccupa quello che la gente pensa di me, non devo compiacere nessuno”. Stiamo parlando di Mia Benedetta, la Virginia forte, coraggiosa e controcorrente di “Un giorno della vita”, opera prima low budget di Giuseppe Papasso con Maria Grazia Cucinotta, l’esordiente Matteo Basso, Alessandro Haber, Pascal Zullino, Ernesto Mahieux, Daniele Russo e i giovanissimi Amedeo Angelone e Francesca D’Amico.

“Ho amato subito Virginia e siamo diventate amiche. E’ una figura di donna che anche oggi non diamo troppo per scontato. E’ una che negli anni ’70 sarebbe scesa in piazza a fare la rivoluzione, quella che ci vorrebbe adesso”.

Il film, uscito nelle sale italiane lo scorso 14 gennaio, è in concorso in questi giorni al BAFF – Busto Arsizio Film Festival (fino al 9 aprile).

Attrice di cinema, fiction e teatro, con all’attivo una carriera nutrita al fianco di registi del calibro di Mario Monicelli, Pupi Avati, Dario Argento, e al fianco di attori come Harvey Keitel, Mia si dichiara una sostenitrice del cinema emergente e tra i suoi registi preferiti cita Paola Randi, Giuseppe Gagliardi, Daniele Gaglianone e Claudio Cupellini, “perché mi riconosco nella loro cinematografia”.

Iniziamo parlando dell’ultimo film che hai interpretato, “Un giorno della vita” di Giuseppe Papasso, in concorso al BAFF proprio in questi giorni. Raccontami del tuo personaggio.
Partecipano anche Claudio Cupellini con “Una vita tranquilla”, Virzì con “La prima cosa bella”, Aureliano Amadei con “20 sigarette”, Alessandro D’Alatri con “Sul mare” e tra gli altri anche un attore in qualità di regista esordiente, Edoardo Leo, con “18 anni dopo”. Mi piace questo Festival perché è un misto tra registi affermati e di talento ma poco conosciuti e giovani. Anche “Un giorno della vita” è un’opera prima. Il regista Giuseppe Papasso si è sempre occupato di documentari. In questo film, i ruoli femminili son solo due: Virginia, il mio personaggio, e quello di Maria Grazia Cucinotta (Amelia). Sono due figure totalmente speculari. La Cucinotta veste il modello della donna di una volta, io quello della donna moderna nonostante sia ambientato nella Basilicata del 1964. Virginia è la persona che sarebbe scesa in piazza a lottare per i diritti della donna ad abortire e divorziare in caso di matrimoni infelici. Ho amato subito questo personaggio che non si fa scalfire dalle voci del paese piccolo, perché convinta fino in fondo delle sue idee. Ha un marito che vede una volta l’anno e una figlia da proteggere. E’ la figura femminile che in quegli anni non si vede e che neanche oggi diamo troppo per scontato. E’ una che ha il coraggio di dire quello che pensa. Io e Virginia siamo subito diventate amiche. E’ una che negli anni ’70 sarebbe scesa in piazza a fare la rivoluzione, quella che ci vorrebbe adesso.

Che tipo di esperienza è stata? Come ti sei trovata sul set?
Abbiamo girato il film in Basilicata, a Melfi, la stessa città di “Basilicata Coast to Coast”, in cui sembra di tornare in dietro nel tempo, un posto meraviglioso. Molti dei personaggi del film sono “veri”, nel senso che sono lucani e non sono attori. Con gli altri attori mi son trovata benissimo. Con Haber non ci siamo incontrati, anche se con lui ho già girato su altri due set. Ho apprezzato che in conferenza stampa abbia detto che se si facessero più opere prime, se anche attori di un certo calibro accettassero di fare film esordienti a budget più bassi, allora ci sarebbe più lavoro per tutti. E in effetti, lui di opere prime ne ha fatte tante.

Come hai vissuto il confronto con “Malèna”?
Sono onorata di essere avvicinata a cotanta beltà, mi riferisco alla Bellucci. C’è proprio la scena in cui io passeggio per il paese e faccio “Bocca di Rosa”, mentre tutte le finestre si chiudono e la gente parla a bassa voce. Le citazioni son pericolose, ma quando son così esplicite diventano un omaggio, o almeno io l’ho vissuta così. E’ difficile rifare una scena ma l’ho affrontata come fosse un gioco.

Hai lavorato al fianco di attori e registi di un certo calibro. Qual è l’esperienza di cui vai più fiera o quella che ti ha insegnato di più?
Io cerco di avere un rapporto paritetico con qualunque attore o regista abbia davanti nel momento in cui decido di interpretare un ruolo, perché ogni volta cerco di interpretare al meglio il personaggio. Nel film di Pupi Avati ho interpretato un personaggio insolito, Maria Grazia Colliva, figlia di un notaio, ricchissima e molto brutta, che Neri Marcorè seduce per i suoi soldi. Alessandro Bertolazzi è un genio del trucco e abbiamo studiato un imbruttimento ed è un’esperienza di vita che farei provare a tutte le donne. Mi son ritrovata con un porro al centro della fronte, i baffi, il seno fasciato, delle protesi alle orecchie per farle a sventola. E quando non ti senti bella, ti muovi e ti guardi intorno in un altro modo. Ovviamente c’è stato uno studio dietro, però il trucco aiuta molto. E in un contesto come quello di oggi in cui si rincorre la perfezione fisica, la mercificazione del corpo, è quasi liberatorio fare un lavoro al contrario. Ti fa sorridere dentro.

Qual è al momento il tuo sogno nel cassetto?
Ovviamente mi piacerebbe sempre lavorare con registi di talento. Io amo molto Daniele Gaglianone e Claudio Cupellini e visto che è in concorso anche lui al Festival di Busto Arsizio, spero che veda il mio film. Mi riconosco nella loro cinematografia. Non sempre c’è la possibilità di fare dei film in cui ci si riconosce. Parlo di registi di ultima generazione che hanno meno spazio. Potrei citarne altri già affermati, ma non te li dico perché son sempre gli stessi nomi (ride, ndr)

Allora possiamo saltare a pie’ pari la domanda successiva, cioè chi sono i tuoi registi di riferimento?
(Ride ancora, ndr) Allora ti cito subito Paola Randi, Giuseppe Gagliardi, Gaglianone e Cupellini.

Mi par di capire che sostieni il cinema emergente?
Come fai a scoprire che si nasconde un Kubrick dietro la macchina da presa, se non diamo la possibilità. Altrimenti va a finire che vedi gli stessi film e gli stessi cast. Se solo si allargasse di poco la visibilità… E comunque c’è un bel fermento negli ultimi anni. Con i mezzi di oggi, fortunatamente il cinema si può fare con poco. Anche se non ci sono i fondi, almeno ci si può arrangiare in un altro modo. Anche perché tutti parlano di questo benedetto FUS, ma questo FUS non esiste perché talmente ridicolo. Mi rendo conto di fare un discorso controcorrente. Trovo che sia sinonimo di poca dignità elemosinare per fare il proprio lavoro e parlo di tutte le categorie dello spettacolo.

Se fossi un film, quale saresti?
“8 e ½” senza pensarci un secondo. Te lo direi anche svegliata di soprassalto in piena notte. E’ un film che mi segue da quando son piccola anche se non ho mai potuto vederlo al cinema, purtroppo. E’ un film che mi ricorda la vita di una generazione che non ho vissuto e che mi ricorda Roma, la mia città. Io mi rivedo in Anouk Aimée, so le battute a memoria. Son quasi fastidiosa con questo film. La Aimée mi piace come attrice, chi mi vuole bene mi dice che le somiglio, e mi piace molto il personaggio di Luisa, moglie saggia che sa, che vede e che sopporta con intelligenza. Il personaggio della Cardinale, con quel vestito bianco, con quel candore nel dire “perché lei non sa voler bene” mi prende al cuore.

Come ti descriveresti, qual è il tuo temperamento? Si sa sempre poco della personalità “terrena” degli attori.
Questa è una domanda difficile. Credo che tutte le autobiografie e le auto descrizioni sappiano un po’ di plastico. Posso dirti che mi piace ascoltare, che mi piace incontrare persone che possano collaborare insieme, gioire delle fortune e del talento altrui. Sono molto riservata. Stare al centro dell’attenzione mi lusinga per tre secondi, poi vince la timidezza, non mi preoccupa quello che la gente pensa di me, non devo compiacere nessuno

Cosa ti fa arrabbiare?
Il poco talento, la poca professionalità e le persone che cercano delle scorciatoie. Sono meritocratica. Posso diventare graziosamente velenosa quando sento che c’è poco rispetto dell’altro e del lavoro altrui. Bisogna essere preparati e non provarci.

Lati positivi e negativi del tuo lavoro?
Si fa questo lavoro perché lo si ama e se lo fai nel contesto giusto, alla fine non ti sembra neanche un lavoro, che non è poco. A volte sembra non si smetta mai di giocare. E quando sono in teatro soprattutto, sento che niente mi può succedere, che qualsiasi notizia la vedo con una certa distanza. E’ quasi taumaturgico.

Se non avessi fatto l’attrice quale sarebbe stata la tua professione alternativa?
La fotografa. Anche se al momento è solo un hobby.

L’ultimo film che hai visto al cinema? E che voto gli dai?
“The Kids Are All Right” di Lisa Cholodenko. Voto 7.5.

Qual’è la prima cosa che fai quando ti svegli?
Rimango immobile a cercare di riafferrare il sogno della notte, poi apro le finestre.

 

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