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Michele Placido: “spero in un ritorno del cinema civile italiano”

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Intervista a Michele Placido

Abbiamo incontrato Michele Placido al Festival Internazionale del Film di Roma 2012, dove è arrivato per presentare il suo ultimo film da regista, “Il cecchino” (Le guetter), una co-produzione Francia-Belgio-Italia di cui sono protagonisti Daniel Auteuil, Luca Argentero e la figlia Violante Placido. La storia è quella di un cecchino che riesce a permettere la fuga dall’arresto dei complici di una rapina dando inizio ad una feroce caccia all’uomo.

Da cosa nasce l’idea di far diventare dei cecchini addestrati per l’Afghanistan dei rapinatori?
Avevo letto sulla stampa francese un reportage di soldati reduci dall’Afghanistan. Molti di loro si sentivano in colpa dopo essere tornati in patria, e sentivano la necessità di riversare la violenza accumulata contro le banche che non sono viste molto bene, soprattutto ultimamente.

Con “Il cecchino” ci regala un altro film d’azione, sembra che lei sia molto a suo agio con questo genere…
E’ vero, faccio film action perché non sono un autore e mi trovo bene con questo genere di film che è più aderente alla realtà. Stavolta però mi hanno chiamato in Francia per fare questo lavoro. Della sceneggiatura non ho scritto una riga. I due giovani sceneggiatori hanno suggerito il mio nome per la regia. Tutto nasce da “Romanzo criminale” che in Francia hanno visto in moltissimi ed è molto amato. Avevo anche altri progetti che mi avevano proposto ma ho scelto questo per una serie di motivi, tra cui il cast.

Si sente un regista migrante?
Ci sono progetti in Italia che mi attirerebbero moltissimo e che negli ultimi anni non sono stati realizzati. Penso a lavori che affrontino il collegamento Mafia-Stato di cui non si è raccontato nulla. Sarebbe quasi un dovere farlo. C’è una sorta di autocensura del cinema italiano. Se ci dessero maggiori possibilità sarei più contento di lavorare su un certo tipo di soggetti, per esempio su Marcello Dell’Utri, negli Usa è un film che avrebbero già fatto. Se oggi dovessimo mettere in scena la storia dei nostri ultimi 20 anni ci sono personaggi di cui sarebbe interessante capire come si sono sviluppate certe situazioni, come il loro coinvolgimento in inchieste e processi. Magari sono innocenti ma m’interesserebbe indagare il perché allora dai banchi del parlamento passano a quelli dei tribunali. Sono dei soggetti che mi interessano perché tutti siamo stati affascinati dai film di Rosi e Petri.
Io penso che si ritornerà al cinema civile, almeno lo spero. Credo che i giovani possano riuscirci, magari perché sono anche più incazzati di noi. Ritengo che dobbiamo fare uno sforzo in questa direzione.

Con “noi” intende solo produttori e artisti o anche lo Stato?
Certo. Se tu dai segnali di cambiamento, per esempio nella lotta all’evasione, lo devi fare soprattutto attraverso la cultura. Lo Stato dovrebbe stanziare dei fondi per incoraggiare questa cosa.

Dopo quest’esperienza oltralpe pensa che tornerà a lavorare all’estero?
Sì, sto pensando di girare sempre in Francia un film tratto da un testo di Pirandello del 1916 “L’innesto”, che vorrei ambientare al giorno d’oggi in una città francese che potrebbe essere Lione, che amo molto, città molto colta. Sarebbe anche un omaggio ai fratelli Lumière. La storia ha una violenza di base ed un lato oscuro. Racconta di una donna che viene violentata e, nel suo delirio femminile, decide di tenere il bambino e farlo accettare al marito.

Perché girare un film tratto da Pirandello in Francia?
Perché lì ci sono più soldi e a fare la protagonista, se accetterà, sarà Bérénice Bejo (la protagonista del film premio Oscar “The Artist”, ndr.). In un momento di difficoltà come questo perché non farsi aiutare dal cinema francese? D’altra parte sono i nostri cugini. Il nostro cinema poi è apprezzato lì, basta pensare a Garrone, Sorrentino, Moretti. Si potrebbe considerare una co-produzione italo-francese.

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