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Alessio Vassallo: “Con Gli Anni Spezzati ho potuto rivivere un pezzo fondamentale di storia”

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Intervista al Procuratore Roberto Nigro nel film tv per la regia di Graziano Diana

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L’ombra e il terrorismo delle Brigate Rosse, gli anni di piombo, le violenze di piazza. Un pezzo di storia fondamentale del nostro Paese rivive ne “Gli Anni Spezzati – Storie di tre uomini liberi”, trilogia per la tv realizzata dalla Albatross Film di Alessandro Jacchia e Maurizio Momi, per la regia di Graziano Diana. L’attore palermitano Alessio Vassallo, classe 1983, è il giovane procuratore Roberto Nigro nella seconda miniserie “Il Giudice”, in onda Lunedì 13 e Martedì 14 Gennaio in prima serata su Rai 1. In quegli anni, devastanti per il Paese, Alessio non era ancora nato. “Ma forse è stato proprio questo l’ingrediente fondamentale per interpretare il ruolo, il mio primo da protagonista: non aver vissuto quell’epoca ha dato al mio personaggio uno spaesamento e un’inconsapevolezza tipici di un periodo in cui nessuno aveva ben capito cosa stesse succedendo”.

A Gennaio su Rai 1 “Gli Anni Spezzati”, trilogia dedicata agli Anni di Piombo

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Intervista ad Alessio Vassallo

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Parliamo subito de “Gli Anni Spezzati”. La prima puntata del secondo film della trilogia è andata in onda ieri sera. Chi interpreti?
Sono il giovane Procuratore Roberto Nigro, uno dei protagonisti, nonché braccio destro del Giudice Sossi, interpretato da Alessandro Preziosi. Tramite i miei occhi racconto tutta la vicenda Sossi, dal sua rapimento alla sua liberazione, rivivo e riporto il primo omicidio delle Brigate Rosse, quello che ha coinvolto il Giudice Francesco Coco. Diciamo che lo sviluppo e l’atmosfera di questo secondo blocco ricalca il primo film, con Emilio Solfrizzi, in cui il mio collega Emanuele Bosi interpreta un giovane poliziotto che, tramite i suoi occhi, racconta la storia del Commissario Calabresi.

Cosa pensi di questo progetto?
Mi preme molto sottolineare che in questa miniserie si rivive un pezzo di storia fondamentale del nostro Paese che riguarda non solo una fase drammatica come quella del terrorismo e degli anni di piombo, ma anche la conquista di un pezzo di libertà e di un diritto importante. Nel film c’è anche un grande e manifesto riferimento al primo referendum abrogativo del 1974 a favore del divorzio. Nonostante sia nato nel 1983, ho provato una certa emozione durante la scena del voto nella cabina elettorale, è come se avessi espresso anche io il mio “No” a favore del divorzio. E’ stato un avvenimento importante. Era l’Italia nel pieno del cambiamento, se pensiamo che solo qualche anno prima le donne avevano conquistato il diritto al voto. Al contempo, questi cambiamenti hanno portato ad atti di terrorismo, gli stessi che stiamo raccontando noi attraverso questo progetto.

Come ti sei preparato? Hai dovuto rivedere un pezzo di storia d’Italia?
Ovviamente ho dovuto studiare e documentarmi molto sulla storia di quel periodo e sugli avvenimenti, ma considero un vantaggio l’essere nato qualche anno dopo. Benché non abbia vissuto sulla mia pelle quei momenti, a livello interpretativo sono riuscito a rendere di più quel senso di inconsapevolezza in una situazione più grande di noi. Ho approfondito l’argomento sulle BR, sulla figura del Giudice Sossi. Mi piace molto, quando ne ho la possibilità, interpretare personaggi storici, rivivere momenti realmente accaduti. Inoltre, ho lavorato emotivamente, sul sentimento della paura e dell’ignoto. Ho attinto al mio ricordo personale delle stragi siciliane del ’92 in cui persero la vita Falcone e Brosellino. Mi è sembrato che le sensazioni fossero simili. Ho dovuto fare un percorso emotivo ben preciso e spero che venga fuori. Ho inoltre dovuto fare un gran lavoro sul linguaggio, con una leggera inflessione genovese.

Questa è la tua terza volta col regista. Si può parlare di affinità elettiva?
Questa è una domanda che mi avete fatto in molti. Non penso sia un caso, o meglio credo sia un caso voluto. E’ la mia terza volta con Graziano ma mi auguro non sia l’ultima; lo considero un fatto raro che mi rende contento perché, quando lavori più volte con lo stesso regista, la sintonia che si crea fa in modo che il lavoro sia più sottile; sai già cosa il regista vuole da te e tu sai come renderlo. Quindi hai la possibilità di approfondire sfumature e dettagli più raffinati. Poi, con lui ho fatto il mio primo progetto importante, “Una vita rubata”, che guarda caso è sempre stato prodotto da Albatross e fu un grande successo per la Rai. Ed è un ritorno alla prima produzione con la quale ho esordito. Niente succede a caso.

Cosa puoi dirmi, infatti, della sinergia che si è creata proprio come metodo di lavorazione?
Anche in questo caso, la sinergia era già rodata. Noi del cast ci conoscevamo già e avevamo avuto modo di lavorare insieme. Io, Alessandro Preziosi e Stefania Rocca eravamo insieme in “Edda Ciano e il comunista”. Inoltre, è la mia terza volta anche con Alessandro Preziosi. Così come nei due progetti precedenti, sono il suo braccio destro.

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Parlando invece dei tuoi prossimi progetti, so che è un anno molto fitto. Cosa puoi anticiparmi?
Per il cinema ho finito di girare la scorsa estate “Fino a qui tutto bene!”, del regista anglo-italiano Roan Johnson, che ha già firmato la regia de “I primi della lista” con Claudio Santamaria. Questo è il suo secondo lavoro, insieme a Paolo Cioni, Silvia D’Amico, Isabella Ragonese, Guglielmo Favilla. Il film racconta la storia di un piccolo gruppo di amici che, alla soglia dei 30 anni, fa il resoconto della propria vita e si domanda cosa succederà. E’ una riflessione sul precariato inteso in senso generale, non solo lavorativo ma anche emotivo. Non so dirti di preciso quando uscirà, stanno terminando il montaggio proprio in questi giorni. Inoltre, in primavera uscirà “La moglie del sarto” di Massimo Scaglione, con Maria Grazia Cucinotta e Marta Gastini, in cui ritorno a vestire i panni del siciliano, un puparo per l’esattezza, e arriverò nel paese per sconvolgere la vita tranquilla dei cittadini. Di più non posso dire.

Mentre per la tv cosa puoi dirmi?
Ho partecipato a “Il Signore sia con te”, che nel frattempo ha cambiato titolo in “Madre Aiutami”, per la regia di Gianni Lepre, con Virna Lisi, prodotto dalla Endemol. Andrà in onda su Rai 1 da venerdì 24 Gennaio. Inoltre, ho preso parte al cast di “A testa alta”, che racconta dei Martiri di Fiesole, dei 10 carabinieri ostaggi dei nazisti fucilati durante la guerra. Io interpreto per la prima volta il ruolo del cattivo, ruolo totalmente nuovo e interessante per me.

Come ti sei trovato nelle vesti del cattivo?
E’ stato molto divertente anche perché non possiedo proprio il “physique du role” del cattivo. Forse è più interessante indagare il male, perché non è prevedibile.

Qual è il ruolo che senti più adatto a te o quello che vorresti interpretare?
Posso dirti che mi sono divertito moltissimo a girare “Il Giovane Montalbano” e sono contento che sia stata confermata la seconda serie. Ho custodito con cura i baffi nel cassetto e sono pronto ad indossarli di nuovo per fare il femminaro. Mi piacerebbe interpretare scene d’azione con la A maiuscola, ma non è che in Italia se ne facciano tante. Mi piacciono, in generale, i personaggi storici che ti permettono di andare a consultare il vissuto passato. Personaggi attinenti con la realtà insomma; se poi realmente esistiti, ancora meglio.

Come vedi il tuo futuro?
Vivo alla giornata. Sono contento al momento. Lo scorso agosto ho compiuto 30 anni e mi sento di dover parafrasare il titolo del film “Fino a qui tutto bene”, poi dopo non lo so. Cerco sempre di mettere passione in quello che faccio: studio e dedizione prima di tutto. Il resto lo lascio molto al caso. C’è da dire che questa carriera la costruisci anche con delle scelte ponderate, e a volte anche i NO aiutano.

Come vuoi chiudere l’intervista?
Dicendo che il Palermo è in serie B ed è una grande sofferenza. Speriamo di salire in serie A il prima possibile.

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