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Cecilia Pagliarani, la donna che “mette in sequenza il mondo”

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Intervista a Cecilia Pagliarani, regista, montatrice e direttrice d’archivio

cecilia-pagliarani-883Ascoltandola, sembrerebbe che abbia vissuto 10 vite in una sola. E’ stata in tanti posti (Stati Uniti, Africa, Francia, Polo Nord) portandosi dietro un grande bagaglio di esperienze e storie. Anche quelle degli altri, che l’hanno spinta a fondare il primo archivio privato di immagini e video amatoriali (nosarchives.com) e poi un Festival a loro dedicato, le immagini d’archivio; “Il Gusto della Memoria”, che nell’edizione di quest’anno affronta il tema del cambiamento. Parliamo di Cecilia Pagliarani, la montatrice, regista, direttrice d’archivio o, come si definisce lei, la donna che “mette in sequenza il mondo”.

Ma cos’è, più nel dettaglio, Nos Archives? “Il portale ospita più di 10 mila filmati ed un innumerevole repertorio di immagini che hanno fatto la storia del XX secolo. Una storia non convenzionale però, perché a riprenderla sono stati reporter inconsapevoli: amatori e cacciatori d’immagine, pionieri finora ignorati che hanno dato vita ad un patrimonio visuale comune fino ad ora non sfruttato né divulgato”. Il portale nasce con due obiettivi che Cecilia Pagliarani tiene molto a precisare: offrire la possibilità alle famiglie detentrici di pellicole di digitalizzare il proprio materiale in Full HD e di pagare come da un qualsiasi fotografo di quartiere (1 euro al minuto). Hanno l’opportunità di rivivere le emozioni della propria storia in alta definizione e di guadagnare il 50% sui diritti di vendita delle licenze di utilizzo (percentuale altissima rispetto agli archivi tradizionali).

Abbiamo parlato, inoltre, di “Felice chi è diverso”, il docufilm di Gianni Amelio presentato al Festival di Berlino e che tanto ha fatto discutere.

E’ piena di energia e dalle minuzie dei suoi racconti, dall’entusiasmo che emana, si capisce che ama quello che fa. Lasciamo a lei la parola.

Cecilia-Pagliarani-388383Parliamo subito del festival “Il Gusto della Memoria” edizione 2014. Quest’anno il tema è il cambiamento. Cosa l’ha ispirato e che cos’è?
Il grande cambiamento di quest’anno è stato quello di decidere un tema, rispetto al tema libero dell’anno scorso. E’ una scelta suggeritaci dagli autori che hanno partecipato lo scorso anno, perché entrare nell’archivio senza riferimenti era troppo vasto. E quello del cambiamento all’interno della società era un tema che ci stava particolarmente a cuore. Ci riferiamo ad ogni tipo di cambiamento che può avvenire all’interno della persona: ero carnivoro e non lo sono più, ero fedele e non lo sono più, ero razzista e non lo sono più; crescendo e comprendendo la società come posso definire il mio cambiamento? Il tema è nato perché ci sembrava in linea con il materiale d’archivio che avevamo a disposizione, che parte dal 1922. Ci piaceva rivolgerci a dei registi che riflettessero su come la società è cambiata. Abbiamo declinato l’argomento anche per il contest dei ragazzi, altra novità di quest’anno è il coinvolgimento dei più giovani, il tema si chiama “Questo sono io” e riguarda vere finte biografie. Il nuovo regolamento del festival, quest’anno aperto anche ai giovani, vuole permettere ai giovani registi di fare delle biografie come fosse una ricerca che si fa a scuola, passando da Churchill al proprio animale domestico; per fare imparare un tessuto narrativo che è quello della biografia e che è abbastanza semplice, utilizzando le immagini che ha girato qualcun altro e facendole proprie. E infine ci piaceva l’idea di ricevere dei film fatti con i mezzi più disparati. Perché oggi anche i più giovani sono in grado di utilizzare diversi sistemi di editing, che siano quelli di YouTube o quelli degli Smartphone. Ci sembrava interessante vedere a che livello è il linguaggio cinematografico, proprio perché i bambini di oggi ne hanno una conoscenza indotta e inconscia.

Come è nata l’idea del festival?
L’idea è nata da sola dopo aver trovato un archivio di un valore inestimabile e ci sembrava sprecato lasciarlo inutilizzato. Ad esempio, abbiamo materiale di una famiglia che ha girato il mondo dal ’22 al ’36 e sono immagini che non esistono altrove. Ad esempio, non esiste un altro filmato sulla tribù dei Sami in Finlandia del ’24. E ci sono tantissimi altri documenti che attestano momenti di vita che noi non abbiamo potuto vivere. Ci sono rimaste delle copie di negativi fatti allora e distrutti, quindi sono le uniche cose che restano di quelle documentazioni. Ci dispiaceva conservarle e basta. E’ da 4 anni che abbiamo deciso di mettere su un archivio. Rimanevano un po’ nascoste perché le utilizzavamo solo per le conferenze e di certo non potevo montarle tutte io queste 18mila pellicole. Quindi abbiamo deciso di metterle a disposizione. Chiunque volesse partecipare al festival, deve utilizzare almeno il 60% del materiale d’archivio, che siano foto o immagini filmate. E’ possibile, poi, aggiungere musica, dialoghi, voci. Oppure sviluppare un 40% di narrazione filmica propria. Chi vince, si aggiudica anche la coproduzione, perché tutte le immagini che abbiamo sono regolate da un contratto di utilizzo e qui sta la chiave di tutto. Le nostre immagini si possono utilizzare perché abbiamo l’ingaggio da parte delle famiglie a rappresentare il materiale in questione. Perché ogni volta che vendiamo le immagini, rendiamo loro il 50%. Ed è successo di venderle, all’estero. Forniamo un serivizo che è molto costoso e non abbiamo nessun fondo. Chiunque viene da noi con del materiale in pellicola, con un euro al minuto (come dal fotografo sotto casa) può riversarlo. E lo facciamo con uno scanner ad altà qualità che si chiama Memory HD costruito apposta per noi dalla storica casa Debrie. Ovviamente, è molto importante la qualità per poterlo vendere.
Inoltre, compriamo delle bobine dai mercatini e riusciamo a risalire anche alle persone che l’hanno girato, grazie a nomi, volti, targhe e dettagli. A volte, ritroviamo nipoti che sanno dei filmati ma che non li hanno mai visti, ed è emozionante.

Ha un che di poetico, si può recuperare la memoria di un sacco di cose, persone, storie, famiglie. E personalmente, non credevo potesse esserci una fetta così consistente di registi appassionata di materiale d’archivio.
Ti dirò di più, di registi appassionati ne esistono davvero tanti. Pensa che tanto tempo fa ho fatto un film in Francia facendo un finto archivio. Ho girato in 8mm fingendo una ripresa antica. Poi ne ho girato un altro utilizzando dei filmini amatoriali. Infine, montando, mi è venuto in mente di coinvolgere e chiedere materiali agli anziani tramite i centri a loro dedicati. E un vecchietto della periferia parigina mi ha risposto e mi ha dato in mano, fidandosi totalmente di me, tutta la sua vita in 8mm. Scopro così, con sgomento, che questo signore aveva filmato gli stessi spettacoli che aveva a disposizione l’Archivio nazionale francese ma con un valore aggiunto, il colore. L’archivio amatoriale è a colori, perché gli 8mm sono a colori dal 1936 mentre la televisione lo è diventata negli anni ’70. Quindi avevo a disposizione lo stesso materiale sia a colori che in bianco e nero. Da quel momento in poi, ho costituito un fondo a nome di questo signore che mi ha fornito tutto il materiale.

Fino ad ora quanto materiale avete accumulato?
18mila pellicole!

Avete già un’idea di quanti saranno i partecipanti all’edizione 2014 del Festival?
Non ancora perché il bando scade il 15 Agosto quindi direi che c’è ancora un discreto margine. Speriamo che partecipino in tantissimi. E’ interessante vedere che il livello è molto alto.

Gianni-Amelio-767676“Felice chi è diverso”, il documentario di Gianni Amelio presentato al Festival di Berlino. Come è stato accolto e cosa puoi dirmi a riguardo?
L’ho montato e ne ho organizzato le riprese in giro per l’Italia insieme alla nostra società per l’Istituto Luce. E’ stato faticoso ma anche molto divertente perché le persone intervistate si sono rivelate tutte estremamente carine. Addirittura Lucy, il transessuale che vedete nel film, ci ha preparato una torta all’ananas granulata alle mandorle per riceverci; è stato veramente commovente, come una nonnina che ci riceve. Il film è piuttosto un documento sulla ricerca dell’omoaffettività negata, come dice lo stesso Gianni Amelio, perché è stata negata loro la possibilità di dare e ricevere affetto. E siamo andati materialmente io e Gianni in giro per mercatini a trovare e comprare riviste e quotidiani in cui c’erano gli attacchi a Pasolini e a tutti i personaggi noti, di una volgarità e una crudeltà che oggi, fortunatamente, ci vergogneremmo a pronunciare anche in privato.

Quanto è durata tutta la lavorazione e la preparazione?
Quando sono subentrata io, il film aveva già avuto un percorso di azione. Poi Gianni mi ha chiesto di entrare nel progetto, considerando che mi conosce da quando avevo 23 anni e oggi ne ho 40. Abbiamo una bella relazione e quindi siamo andati spediti. Siamo partiti a luglio e abbiamo finito di montare a dicembre. E’ stato tutto piuttosto veloce, considerando che a volte solo per fare una ricerca si possono impiegare due anni.

Come è nata la collaborazione con Amelio?
Io ero una giovanissima montatrice. Ci siamo incontrati lavorando sullo stesso progetto e, oramai son passati tanti anni, non ricordo neanche chi mi coinvolse nella cosa. Con Gianni siamo sempre rimasti in ottimi rapporti, anche quando io sono mancata dall’Italia per diversi anni, spostandomi in Francia o negli Stati Uniti. Quando io ero giovane, sembrava una relazione “genitoriale”.

Tornando a “Felice chi è diverso”, come è stato accolto a Berlino?
A giudicare dalla stampa italiana, è andata molto bene. Per la stampa straniera invece, la critica si è divisa in due, c’è chi ne ha parlato benissimo e chi proprio non l’ha sopportato. Io non so cosa dirti, nel senso che non riesco a capire le stroncature. La mia personale interpretazione della cosa è che c’è troppa diversità di percezione tra Nord Europa e Mediterraneo. Siamo molto diversi rispetto alla necessità dell’affettività. Questo film non parla dei diritti degli omosessuali, ma sfiora un lato molto più delicato dell’esistenza.

Che progetti hai per il futuro?
E’ da tanti anni che voglio fare un film con l’archivio. Una volta scrissi una sceneggiatura con Fanny Ardant e avevo il sogno di fare un film insieme a lei, con la sua voce su un tema intimo come la passione, fatto con materiale d’archivio. Non so se avrò mai il tempo di farlo, visto che passo tutto il mio tempo ad occuparmi dei fondi, dell’archivio, dei festival. Quanto a quest’ultimo ho voglia di continuare e farlo crescere. L’anno prossimo vorremmo portarlo a Parigi, come festival italiano all’estero. Infine, devo montare dei film ma questo è un Paese scaramantico quindi non posso dirti niente.

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