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Lucrezia Guidone: “La normalità non esiste, è un concetto che ci creiamo da soli”

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Intervista a Lucrezia Guidone

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Ha meno di 30 anni e determinazione da vendere. In questi giorni è protagonista sul grande schermo di “Noi 4”, il nuovo film dell’acclamato regista di “Scialla!” (2011), Francesco Bruni, prodotto da Rai Cinema. E’ la storia, che si svolge in un giorno, di una famiglia moderna, rotta, irregolare, alle prese con gli scorni di una difficile vita quotidiana, resa ancor più complessa dalle difficoltà emotive, dalle instabilità dei sentimenti. Un dramma borghese cui non mancano i toni della più classica delle commedie all’italiana. Nel cast, due attori intensi e interessanti come Ksenia Rappaport (la ricordiamo ne “La sconosciuta” di Giuseppe Tornatore) e Fabrizio Gifuni (reduce dal successo controverso de “Il capitale umano” di Paolo Virzì, in cui Bruni appariva come co-sceneggiatore).

Lucrezia Guidone è nata a Pescara. Diplomata alll’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma e al Conservatorio, ha iniziato facendo teatro con Luca Ronconi, con cui ha lavorato spesso negli ultimi anni. E’ con lui che Lucrezia ha iniziato a brillare. Prima con una straordinaria rivisitazione di “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, poi in un’opera onirica e a tratti surreali, “Panico”, dell’autore argentino Rafael Spregelburd, e infine, all’inizio del 2014, nella sorprendente “Celestina” di Michel Garneau da Fernando de Rojas, in cui Lucrezia oscillava tra la pudicizia e la sfrenatezza delle passioni umane. In tv è stata diretta da Michele Placido ne “Il grande sogno” (2008) e “Primi piani” (2010). Nel 2012 ha vinto il Premio UBU come migliore attrice Under 30.

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Parlami subito di “Noi 4”, il nuovo film di Francesco Bruni. Di cosa parla e chi interpreti?
Il film racconta la giornata di una famiglia di quattro elementi separata da sei anni. Il tutto si svolge in 24 ore in una caldissima giornata di giugno, in una Roma molto molto afosa, e ognuno dei quattro personaggi dovrà affrontare una piccola prova personale. C’è una mini crisi evolutiva della famiglia che va da un’alba a un’altra, ci sono scontri e incontri e, alla fine, si scopriranno forze e debolezze di ogni personaggio che lo aiuteranno a capire meglio se stesso e il nucleo famigliare nel totale. Io interpreto Emma, la figlia più grande dei due, un’aspirante attrice del circuito del Teatro Valle: un personaggio pieno di sfumature, molto in contatto con sua madre Lara, e in adorazione per il padre, che lei vede come uomo ideale, probabilmente perché riconosce in lui questo spirito artistico che lei ha e si sente più vicina a lui che non alle nevrosi della madre, che invece lei rifiuta perché le vede come un modo per controllarla. Il rapporto che ha con la madre, specie nella prima parte del film, è segnato da una criticità molto forte nei suoi confronti. Spesso è sgradevole con lei. Invece ha un rapporto bellissimo con il fratellino, che nel film deve affronatre l’esame di terza media. Emma è molto protettiva nei suoi confronti. Infine, ha una storia d’amore (ma d’amore non si tratta), con un regista straniero molto più grande di lei che, guarda caso, ha l’età del padre, e che ad un certo punto la mollerà. Emma si ritroverà a fare i conti anche con questo ennesimo rifiuto. In apparenza, è una ragazza molto forte, ha questa scorza molto dura ma, al contempo, davanti alle difficoltà si perde in un bicchiere d’acqua. E in quei casi chiama la madre. E’ un personaggio pieno di contrasti ed è per questo che mi piace.

Ma a volergli dare una connotazione, è un film sulle nevrosi o sulla concezione di famiglia in senso moderno?
Personalmente, credo sia un film sull’amore e su come si trasformi nonostante le difficoltà della vita. Nel senso che si può essere un “noi” anche se siamo separati. Certo, poi le nevrosi ti aiutano a capire quali sono i piccoli scogli che impediscono ad una famiglia di essere serena, a quanti mille problemi ci creiamo anche quando non ce n’è bisogno. Mentre il padre è tutto l’opposto. E secondo me il film è molto interessante per questo, perché non c’è una definizione di normalità ma ti spinge a pensare che forse la vera normalità ce la creiamo da soli.

Come sei entrata nel cast o come ti sei trovata sul set?
Per me è stata una bellissima sorpresa. Insomma, oggi non è facile riuscire a prendere un ruolo da protagonista senza avere esperienze. Questo è il mio primo film. Francesco Bruni è venuto una sera al Teatro India, dove stavo lavorando su “Sei personaggi in cerca d’autore” con la regia di Luca Ronconi. Lui era nel pubblico e a fine spettacolo, questo racconta lui, mi ha aspettato all’uscita per tantissimo tempo e invano perché io non uscivo. Tornato a casa ha scritto una mail alla mia agente per riuscire a contattarmi. Il giorno successivo ci siamo incontrati, abbiamo fatto un primo incontro conoscitivo con lui e con la casting director e poi mi ha proposto di fare il provino. Mi ha lasciato la sceneggiatura per prepararmi. Così ho fatto il provino e c’era già il ragazzo che nel film interpreta mio fratello. Abbiamo fatto 5 o 6 scene, insomma un pomeriggio di provino intenso e poi mi ha scelta.

Avevi già valutato di tuo il passaggio al cinema? Da come racconti sembra sia stato quasi “casuale”.
Non mi sono mai posta il problema “Cosa faccio, cinema o teatro”, ho una passione sfrenata per il cinema anzi, forse mi sono avvicinata alla recitazione proprio perché ho guardato così tanti film da bambina. Diciamo che la mia carriera ideale è fatta di teatro, cinema, radio, un certo tipo di televisione, cioè la vedo come un’esperienza artistica che può raggiungere più forme di espressione e comunicazione. Poi l’esperienza con Francesco Bruni e tutto il cast è stata bellissima, come mi chiedevi prima, quindi se avevo qualche dubbio a riguardo, è stato totalmente sciolto. Conservo un bellissimo ricordo di tutta questa esperienza. Per non parlare della proverbiale disponibilità di Francesco Bruni. E’ capace di restare lì, ore ad ascoltarti, per trovare una soluzione insieme. E poi, lascia sempre uno spazio di creatività all’interprete che ha davanti e questo secondo me arricchisce l’interpretazione. Credo che il suo approccio abbia funzionato perché ha creato un bella relazione tra di noi.

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Parlando, invece, della tua esperienza a teatro, come è nata la collaborazione con Luca Ronconi?
L’incontro è nato anche qui in maniera molto semplice. Era uscito un bando pubblico per dei provini che avrebbe fatto al Festival di Spoleto. All’epoca ero negli Stati Uniti e sono tornata apposta per fare il provino perché per me Luca Ronconi è sempre stato un punto fermo nel panorama dei maestri con i quali sognavo di lavorare. Mi sono catapultata a Spoleto, ho fatto questo provino ed è andata bene e da lì lui ha continuato a chiamarmi; è nata questa collaborazione di scambio artistico perché lui è veramente grande. Riesce a nutrirti artisticamente e umanamente perché è uno che ti chiede una forza incredibile e per un attore giovane, come lo sono io, è una grande fortuna.

Tra l’altro, con lui hai dovuto affrontare anche scene molti forti, come ad esempio in “Celestina”. Come ti sei preparata al nudo e alla morte, ripetuta ogni sera per altro?
Devo dire che il mio approccio con il maestro è stato fin dal primo momento una sfida aperta. Nel senso che tutte le scene che mi ha fatto interpretare sono state delle sfide a 360°. Nel primo spettacolo ho interpretato una figliastra completamente fuori da ogni schema. Mi son dovuta trasformare fisicamente. Il secondo personaggio che ho intepretato era un travestito. Apprezzo molto, nonostante fossi giovane, la fiducia che mi ha dato. Le cose che ho imparato sul palcoscenico con lui me le porterò per sempre dentro. E poi la sua dedizione totale al lavoro, la sua passione che conserva anche nonostante gli 81 anni. Non si ferma mai, anche in pausa lui continua a lavorare.

Qual è il ricordo più bello che ti porti dietro, con lui?
Un aneddoto al quale sono molto legata è il primo complimento ricevuto da lui, durante la prima prova aperta che non era ancora una messa in scena ma la prima prova aperta per alcune persone. E davanti a tutti mi ha detto “Brava! Sei brava perché sei coraggiosa”. E dopo tanti anni gli ho chiesto: “Maestro, ma cosa voleva dire quando mi ha detto che sono coraggiosa”. E lui: “E’ una delle doti più importanti che un’attrice possa avere. Non ti importa essere brutta nella scena e non ti importa dare di te un’immagine diversa da quella che ti piacerebbe rappresentare. Te ne freghi e ti metti al servizio della storia”. Ed è stata una gran bella soddisfazione.

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Ti dividi tra Roma e New York, cosa puoi dirmi di quest’esperienza?
Amo molto viaggiare e spostarmi. Me ne sono andata via di casa molto presto e New York è arrivata perché volevo studiare un po’ di metodo Strasberg. Così sono andata e mi sono trovata molto bene. Ho ricevuto dei riscontri molto positivi e quindi, visto che sono bilingue, perché non provare un confronto con un nuovo panorama. New York è una città che ti dà molto, è ricca culturalmente, è uno scambio continuo. E in un momento di crisi, è anche un posto in cui iniziare a lanciare qualche piccola scintilla. Son due anni e mezzo che faccio avanti e indietro. Adesso, poi, sto prendendo il visto artistico per avere più libertà lavorativa. Fino ad ora avevo un visto da studente visto che ho frequentato la scuola di recitazione. Adesso, mi piacerebbe riuscire a lavorare. Sono molto determinata. Secondo me il lavoro che facciamo è molto importante. Abbiamo una voce in capitolo molto forte, mi piacerebbe riuscire a raccontare tante cose al grande pubblico.

Che progetti hai per il futuro?
Mi immagino tra dieci anni come un’attrice che continua ad investire su se stessa, prima di tutto, a studiare costantemente, cosa che faccio già ora, e mi immagino capce di poter lavorare sia nel mio Paese che fuori. Mi piacerebbe moltissimo continuare a fare sia cinema che teatro.

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