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Giuseppe Bonito, il giovane regista di “Pulce non c’è”

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Intervista a Giuseppe Bonito, regista di “Pulce non c’è”, pluripremiata opera prima con Pippo Delbono, Marina Massironi, Piera Degli Esposti, Ludovica Falda e Francesca Di Benedetto, protagonisti di una storia in cui la diversità di una bambina e della sua famiglia si scontra con un rigido apparato istituzionale, in un intreccio in cui la verità si rivelerà un quanto mai intricato nodo da sciogliere. Il film è uscito nelle sale il 3 Aprile distribuito da Academy Two.

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di Francesca Lisa

Con “Pulce non c’è” firmi la tua prima opera cinematografica che, alla luce dei numerosi premi vinti in vari Festival nazionali e internazionali, rappresenta un ottimo esempio di film italiano di qualità. Di cosa parla la storia e da dove nasce l’idea di realizzarla?
Quando ho deciso di girare un film e non avevo ancora una storia da raccontare era importante che qualunque contenuto portassi sullo schermo includesse l’elemento del rischio. In questo caso la vicenda è quella dei Camurati, famiglia torinese composta da papà Gualtiero (Pippo Delbono), mamma Anita (Marina Massironi) e dalle due figlie Giovanna (Francesca Di Benedetto) e Margherita (Ludovica Falda), detta “Pulce”, affetta da autismo. La loro vita viene improvvisamente sconvolta da una tremenda accusa che li trascinerà in un doloroso vortice in cui burocrazia e istituzioni metteranno in seria discussione la verità del sentimento che li lega. La molla che ha fatto scattare l’intero processo di ideazione del film è stata la possibilità di esplorare una dimensione che non conoscevo per nulla, ovvero quella dell’autismo. L’altro aspetto che la storia esplora, poi, è la condizione di solitudine che questa famiglia si trova a vivere, in una vicenda estremizzata, dai risvolti quasi kafkiani. “Pulce non c’è” nasce da questa doppia necessità, oltre che dall’incontro con Gaia Rayneri, autrice del romanzo omonimo, che questa storia l’ha vissuta in prima persona e l’ha trasposta in un libro che ha costituito l’imprescindibile base per la sceneggiatura del film, scritta con Monica Zapelli e la stessa Gaia.

Raccontaci di come si è svolto il casting per individuare le due piccole protagoniste e gli altri personaggi del film.
Il casting del film ha seguito due filoni, ovvero quello attinente alle due sorelle, Pulce e Giovanna, che rappresentano l’asse portante della storia, e quello relativo ai due genitori, Gualtiero e Anita. Per quanto riguarda le prime due, il casting ha richiesto pazienza e impegno: insieme alla casting director Stefania Rodà abbiamo incontrato oltre 4.000 bambine nel territorio di Torino e della provincia, lavorando soprattutto nelle scuole. Ludovica ci colpì subito perché, pur essendo una bambina non autistica, aveva un modo molto particolare di posare lo sguardo sulle cose, risultando unica nel suo genere; così come Francesca, che attirò da subito la nostra attenzione con il suo passo dinoccolato e il suo volto velato da una sottile malinconia.  Per quanto riguarda Marina e Pippo, a me interessava creare un cortocircuito tra due attori che parlassero linguaggi diversi, soprattutto dal punto di vista del metodo. In questo senso, venendo dal teatro, Pippo lavora quasi esclusivamente sul segno, di contro Marina ha un percorso attoriale di stampo più cinematografico, per cui farli interagire sul set è stata un’esperienza assolutamente unica e di arricchimento per tutti.

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Considerando la complessità nel trasporre sullo schermo il personaggio di una bambina autistica, che tipo di lavoro hai svolto con Ludovica e Francesca prima e durante le riprese?
Per quanto riguarda il lavoro con Francesca e Ludovica, nessuna delle due ha mai avuto il copione, nel senso che, pur conoscendo la storia, il contenuto delle scene veniva rivelato loro solo poco prima delle riprese. In questo modo ho voluto assicurarmi che non si creassero sovrastrutture e che entrambe si sentissero libere di interpretare i loro ruoli senza alcun tipo di condizionamento. Con Ludovica abbiamo lavorato molto sul segno esteriore, e la cosa davvero unica è stata la sua capacità di riempire tutto quello che c’era tra la camminata, il gesto o lo sguardo “autistico” con una sua personale idea della malattia, un’idea rivelatasi straordinariamente realistica. Anche per Francesca abbiamo lavorato in moda tale che capisse cosa significasse avere una sorella autistica: molto importante, in tal senso, è stato il ciclo di visite fatte insieme a Stefania in una serie di strutture che ospitano e curano bambini affetti da varie patologie, così da permetterle di immedesimarsi il più possibile in quella condizione.

Girare per la maggior parte del tempo con la camera a mano, in una città come Torino a fare da sfondo alle vicende, ha avvicinato molto il tuo film a tutto un filone cinematografico indipendente dal respiro decisamente mitteleuropeo.
La scelta registica è stata precisa: privilegiare un certo grado di realismo rispetto a un’estetica preordinata. Non ho mai forzato la realtà che filmavo, semmai il contrario. In tal senso Torino è stata una scelta naturale, in quanto il romanzo è ambientato in quella città, inoltre per una sua specifica conformazione urbanistica e per un certo tipo di luce quasi alpino, mi ha dato l’occasione di sperimentare un tipo di fotografia molto vicino a quello nord europeo. La mia idea era quella di fare un cinema sulla realtà, non inteso però come cinema civile. Filmare la realtà per me significa prendere spunto da quest’ultima per trascenderla, dunque cogliere qualcosa della sua più profonda essenza e insieme andare oltre, tentando di arrivare direttamente all’anima dei suoi protagonisti.

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A proposito del tuo approccio al cinema, da dove nasce questa passione? Quali sono i tuoi riferimenti cinematografici o i generi che prediligi?
La passione per il cinema è qualcosa che serbo sin da bambino, tuttavia, provenendo da un piccolo centro del salernitano, negli anni dell’adolescenza le occasioni per approfondire questa dimensione non sono state numerose. Una volta a Roma ho cominciato a fare sul serio: il mio battesimo del fuoco è avvenuto con “Vipera” di Sergio Citti, regista che mi piace ricordare come primo, grande maestro. Sono seguiti circa quindici anni di aiuto regia, in cui ho lavorato sia per il cinema che per la televisione, un periodo che considero una vera e propria palestra di vita. Il cinema al quale mi sento più legato è senza dubbio quello italiano di Rossellini e De Sica, che ritengo riferimenti imprescindibili per chiunque desideri realizzare film. A loro collego in particolare una dimensione artigianale del “fare cinema” che considero il principale motivo alla base del fascino per questo mondo. Amo molto anche il filone del cinema indipendente americano, in particolare John Cassavetes, così come la Nouvelle Vague, il cinema scandinavo di Bergman, ma anche quello di Ken Loach, Darren Aronofsky e Werner Herzog. Tutti loro sono in qualche modo legati a un’idea di cinema come occasione di scandagliamento della realtà, oltre che come viaggio verso la dimensione del non detto e del non ancora esplorato.

Si parla tanto della crisi del cinema italiano, sia dal punto di vista produttivo/distributivo che creativo. Quali pensi siano le ragioni di questa fase discendente?
Io credo che il principale problema non sia l’assenza di buone idee, quanto piuttosto il perverso sistema alla base delle logiche di produzione e distribuzione dei film. Ciò che manca è il coraggio da parte dei committenti di investire in progetti nuovi, ambiziosi, capaci di raccontare con un linguaggio diverso il contesto in cui si vive. L’onestà di non prendere in giro lo spettatore, tentando strade non ancora battute e abbandonando i copioni facili, dovrebbe costituire la linea guida di chi sceglie di investire nel cinema. Come per gli attori, dei quali apprezzo la capacità di abbandonare la certezza di un metodo o di un’interpretazione prefissata, mi piacerebbe vedere una nuova generazione di produttori capaci di rischiare, di credere finalmente nel nuovo, nel diversamente valido. Ne guadagnerebbero tutti, compresi gli spettatori, ai quali, per primi, andrebbe restituita una fiducia da troppo tempo negata.

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Trailer del film “Pulce non c’è”

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