Home Interviste “Le parole che non ti ho detto”: Alice Pagani intervista Fabio D’Innocenzo

“Le parole che non ti ho detto”: Alice Pagani intervista Fabio D’Innocenzo

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Aveva 19 anni quando Paolo Sorrentino l’ha scelta per “Loro”. Lei è Alice Pagani, la protagonista della serie tv “Baby” di Netflix, una delle giovani attrici più richieste del momento. E poi lui, Fabio D’Innocenzo, fratello gemello di Damiano D’Innocenzo, noti come i Fratelli D’Innocenzo (“La Terra dell’Abbastanza” e “Favolacce” premiato con l’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura alla Berlinale 2020). Una coppia straordinaria di registi e sceneggiatori, classe 1988, due giovani poeti del cinema. Sono loro la nostra nuova coppia protagonista della rubrica “Le parole che non ti ho detto”.

L’intervista per RB Casting

1. Muoio dalla voglia di farti questa domanda Fabio. Per questo ho deciso di consumarla subito. Cosa cercate nell’attore, tu e Damiano, per poterlo definire giusto nel ruolo? Che tipo di rapporto si crea tra voi e l’attore?
Noi alla fine di ogni casting siamo soliti scrivere una lettera e spedirla alle agenzie di tutti gli attori che sono stati provinati per ringraziarli del loro sforzo e del loro lavoro. Sappiamo che il 99% dei partecipanti non è finito nel cast del progetto e ci teniamo sempre a specificare come il nostro metro di valutazione non sia legato solo al talento dell’attore ma al legame attore/persona/personaggio. Non ci interessa la tecnica fine a se stessa come non esiste una formula di direzione unica, ogni attore è diverso e se facciamo questo lavoro è per convivere con le sensibilità degli attori, condividere le ferite assieme. Spesso avvengono dei colpi di fulmine: un attore entra dalla porta ed è il personaggio che hai scritto. È come se riconoscessi una persona che non vedi da anni… Lo osservi, lo segui per strada, poi subentra il coraggio di fargli la fatidica domanda: “Sei proprio tu?”. E spesso sì, quando accade questo miracolo, è proprio lui. Questo discorso non va confuso con l’idea che l’attore sia solo un volto, una fisicità. Conta tantissimo l’energia, il modo di riconoscersi, che non significa essere simili caratterialmente ma cercare con la stessa fame le contraddizioni della vita. Questa è la mia versione dai fatti, Damiano sicuramente ha la sua, ma non siamo mai in disaccordo sulle scelte di casting.

2. Non ho ancora visto “Favolacce” ma sono riuscita ad intravedere lo stile del film dal trailer e alcune immagini trovate sul web. Invece, ero seduta in sala nel cinema di Testaccio quando in programmazione c’era “La Terra dell’Abbastanza”. Io amo gli anime e i fumetti manga. Le vostre immagini sono ispirate a qualche fumetto o a qualche serie anime? Se sì, sarei curiosa di sapere quali sono i momenti ispirati.
Noi da bambini disegnavamo fumetti e questa forma di narrazione non ci ha mai abbandonati. Nel fumetto non disegni nulla che non sia necessario, e questa è una regola che può essere applicata anche al cinema, soprattutto in un momento come questo nel quale i film vengono spesso “dopati” da effetti speciali. Per “Favolacce”, essendo una fiaba dark, abbiamo attinto anche da diversi libri illustrati di inizio 900. E un altro dei punti di riferimento grafico era Charlie Brown. Quella straordinaria semplicità a sviluppo orizzontale. Ne “La Terra dell’Abbastanza”, invece, il riferimento grafico per lo skyline geografico era “Edward mani di forbice”, che non è un fumetto ma si ispira a quei toni.

3. Ho sempre pensato che l’inizio di tutto stia nella prima volta che scrivi qualcosa, un pensiero, una poesia, una sceneggiatura. Ricordi esattamente la frase che hai scritto quella prima volta?
Damiano ed io veniamo dalla poesia e dalla fotografia e come detto prima dall’illustrazione, dal disegno. L’inizio è stato lì, fantasticare con delle storie e dargli una concretezza con penna e carta per condividerle con le altre persone. Non ricordo il primo disegno ma ricordo la frase di una insegnante, una nota a margine che fece sul mio quaderno di prima elementare. Fu molto lapidaria: “Non fare questi brutti disegni”. I disegni invece sono continuati, e anche il desiderio di non rassicurare nessuno o cercare consensi pescando dalla propria introspezione nella scrittura e nel cinema.

4. Quanto vi rende umani essere dei registi e quanto invece disumani?
Credo che il mestiere del regista sia un ruolo che si può affrontare in mille modi. C’è chi applica un registro molto severo e dittatoriale, chi lo fa con la freddezza e la sanità mentale di trovarsi dentro un contesto professionale e basta, ma soprattutto è fatto da persone che provano a raccontare una storia mettendosi in gioco senza patenti. Il cinema è un’arte collettiva, spesso un regista puoi inquadrarlo dalle persone di cui si circonda. Noi lavoriamo con persone che prima di tutto amiamo umanamente. Questo non vuol dire che a volte non si discuta, anzi, il dialogo è fondamentale se riguarda l’efficacia del racconto. Non penso che il ruolo del regista sia in grado di cambiare i tratti caratteriali di una persona, durante il set e quando mangiamo una pizza o giochiamo a calcio con la troupe è tutto assolutamente identico. Di sicuro girare un film estremizza il carattere, perché comprime tutti gli sforzi fatti per arrivare alla possibilità di raccontare una storia in dei tempi che spesso sono molto stringati: quindi, se sei umano sarai ancora più umano, se sei disumano idem. Non ho la velleità di definire il mio carattere ma di sicuro chi alza la voce con la scusa che il ruolo lo imponga è un coglione.

 


 

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