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“Figli delle stelle” senza futuro

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Video – conferenza stampa e interviste a Lucio Pellegrini, Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston, Fabio Volo, Claudia Pandolfi e Giorgio Tirabassi

ROMA – Le morti bianche sono sempre più numerose? Meglio riderci sopra. Il precariato dei giovani (che oltre i trentacinque potrebbero cominciare a chiamarsi adulti) si espande a macchia d’olio? Facciamone una barzelletta. Chi dovrebbe rappresentarci in Parlamento è abilissimo a destreggiarsi nei salotti tv ma è lontano anni luce dai problemi reali del Paese? Pazienza, meglio pensare al proprio orticello. Con il suo “Figli delle stelle” (la commedia distribuita in questi giorni da Warner Bros in 250 sale italiane) Lucio Pellegrini scherza sul disagio sociale, ma il giudizio di fondo di certo non è leggero. Perché, attraverso la storia di uno scalcinato e improbabile gruppo di “sognatori un po’ sfigati” che vuole cambiare il mondo organizzando il rapimento di un ministro, il regista di “Tandem” e della serie tv “Non pensarci” dipinge una società cinica e passiva. “Una situazione che tutto sommato ci meritiamo – ammette all’anteprima per la stampa – perché noi siamo così”.

Il ministro preso di mira (nel film ha il volto di Fabrizio Rondolino, il giornalista ex collaboratore di Massimo D’Alema) è la perfetta incarnazione del politico egoista e mellifluo. Per questo rapirlo in cambio di un riscatto, che servirà a risarcire la moglie di un portuale morto sul lavoro, sembra una buona idea. I rapitori sono un giovane operaio di Marghera (Fabio Volo), un professore disoccupato che sopravvive facendo il pizzaiolo all’autogrill (Pierfrancesco Favino), un ricercatore universitario con aspirazioni rivoluzionarie (Giuseppe Battiston), un misterioso uomo appena uscito di galera (Paolo Sassanelli) e una giornalista precaria (Claudia Pandolfi) che cerca le storie per il talk show di Antonello Piroso. Il gruppo è perdente per natura e finisce per rapire il politico sbagliato, un sottosegretario (Giorgio Tirabassi) che non conta nulla e per giunta è una brava persona.

Tra gag esilaranti e riferimenti a “I soliti ignoti”, le avventure surreali della gang (che da Roma si sposta in un rifugio valdostano dove tutto, dal successo di Alan Sorrenti che dà il titolo al film alle tute da scii, è rimasto fermo agli anni Ottanta), ci regalano diverse risate, anche grazie al cast importante. Non dimentichiamo, però, che si ride sul disagio e alla fine, in bocca, resta comunque un qualcosa di amaro che fa riflettere. “Volevo costruire una storia legata alla realtà -- spiega il regista – che oggi è sempre più conflittuale. E volevo farlo ispirandomi alla grande commedia di un tempo, allo sguardo straordinario di Monicelli sui perdenti. Allora c’era la fame, adesso ci sono altri problemi. Il cuore del film è nella reazione della comunità valdostana: si vede l’ipocrisia di certi borghesucci che prima spalleggiano i rapitori sperando di guadagnarci e poi applaudono alla liberazione dell’ostaggio”.

Ma la rivoluzione non è anacronistica? “Lo sguardo è più esistenziale che nostalgico – chiosa Michele Pellegrini, autore della sceneggiatura con Francesco Cenni e lo stesso regista -- anche se nel film c’è qualcosa di vintage. In effetti, pensare oggi di rapire un ministro per cambiare il mondo è terribilmente demodé”. Spiega Favino: “i personaggi sono dei nostalgici rinchiusi in un’altra epoca, il mondo li respinge e loro non riescono ad adattarsi”. Volo si affida a una metafora: “io indossavo una giacca col pelo come quella che avevo vent’anni fa: mi piaceva così tanto che l’ho conservata. Ma la indosso a Roma, a Milano mi vergogno”. E poi aggiunge: “è una storia sul precariato, era necessaria”. Battiston, in eskimo per quasi tutta la durata del film, descrive il suo Bauer come “un disgraziato vero, un rancoroso che ne fa una questione politica. In fondo, però, è un puro”. La frase-sintesi la suggerisce Claudia Pandolfi, ricordando la battuta di uno dei personaggi di fronte al fallimento dell’impresa: “almeno qualcosa noi l’abbiamo fatta”.

Alcuni commenti della critica:

“Una commedia italiana aggiornata alle maxi frustrazioni di oggi, ma che non trova né per scrittura né per montaggio il tono giusto, restando nel ghigno che non è né serio né faceto in cui il jolly è il cast dei nuovi antieroi”. Maurizio Porro, Il Corriere della Sera

“Una commedia non banale e interpretata da un cast molto bene assortito (…) Migliore della maggioranza delle commedie circolanti, con un gustoso mix di inflessioni dialettali”. Roberto Nepoti, la Repubblica

“Il film non trova un convincente equilibrio di toni, mentre restano sulla carta le interrelazioni all’interno dell’improvvisato commando. Tuttavia alcune scene sono felici e il quintetto degli interpreti maschili funziona bene”. Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa

“Piacerà a chi chiedeva una commedia all’italiana ben scritta e recitata. Per rivaleggiare coi classici dei tempi d’oro è però mancata agli autori la ‘giusta distanza'”. Giorgio Carbone, Libero

“Figli delle stelle vuole inserirsi nel solco della commedia all’italiana ma sceglie il momento e i toni sbagliati, mettendo in secondo piano l’amarezza e la rabbia che questi tempi suscitano per privilegiare la battuta facile e la boutade puerile, e dipingendo tutti i protagonisti come minus habens”. Europa

“Macchina da presa rigorosamente a spalla, Pellegrini si appropria sorrentinianamente di uno spazio architettonico obsoleto per poi renderlo surreale e vitalissimo set (…) Egregio understatement di Sassanelli, solita grande prova dell’impegnato Battiston”. Davide Turrini, Liberazione

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