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“Harry Potter e i doni della morte (Parte 1)”, che la fine abbia inizio

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“Giuro solennemente di non avere buone intenzioni”, prometto che sarò cattiva, cinica e spietata, userò la mia penna (digitale) come se fosse una bacchetta magica e vendicherò, nel mio piccolo, i brandelli di carta che David Yates ha fatto a pezzi con i suoi primi due film “Harry Potter e l’Ordine della Fenice” e “Harry Potter e il principe mezzosangue”. Rovinare una saga letteraria così amata a livello internazionale è un crimine, farlo per due volte di seguito un affronto. Sconsolata, e già sicura di vedere per l’ennesima volta deturpata la storia che nei libri, tra alti e bassi, in molti abbiamo amato, mi sono accomodata sulla poltroncina del cinema, piena di pregiudizi e con l’occhio clinico pronto a evidenziare difetti e imprecisioni che Yates sicuramente aveva seminato nel corso dell’opera. Ma è successa una cosa strana.

Nel buio della sala più le scene si susseguivano e più non riuscivo a trovare difetti evidenti come nelle precedenti trasposizioni. Non stavo osservando l’orologio per sapere quanti minuti di lenta agonia mancassero per uscire, lo stavo guardando perché non volevo che il film finisse. Perché non potevo aspettare fino a luglio per vedere la seconda parte. È stato inaspettato. Improvvisamente tutti i tasselli si sono, magicamente, ricomposti.

La narrazione era fluida e scorrevole, senza intoppi, nonostante nel libro ci fossero parti lente e tediose atte solo ad allungare la carta stampata e raggiungere quota 697 pagine. Dei personaggi principali, Harry Potter (Daniel Radcliffe), Ron Weasley (Rupert Grint) e Hermione Granger (Emma Watson), è stato posto maggiormente in risalto l’aspetto psicologico e introspettivo, su cui Yates aveva sorvolato troppo nel capitolo precedente. La scelta delle location e le ricostruzioni degli edifici era in perfetta sintonia con l’idea trasmessa attraverso il libro da Joanne K. Rowling. Per non parlare degli effetti visuali che si integrano alla perfezione con il girato reale. Ne sono un esempio gli elfi domestici Dobbie e Kreacher, ma anche le innumerevoli battaglie e smaterializzazioni di ogni sorta. Un connubio perfetto che rende la visione dinamica e piacevole. Una trasposizione fedele che osa in alcune scene, regalando una nuova visione al racconto.

Nonostante questo sia un capitolo dark, forse il più cupo e oscuro di tutti, l’ironia e una vena di leggerezza non sono state tralasciate grazie alle battute e le situazioni divertenti che si alternano a momenti più tristi ed emozionanti. Ovviamente non è tutto oro quello che luccica. Non basteranno i flashback sul Preside di Hogwarts a farci dimenticare che il regista non ha voluto realizzare cinematograficamente il funerale di Albus Silente. Abbiamo sperato si fosse dimenticato di aggiungerlo nella parte finale del sesto film, “Harry Potter e il principe mezzosangue”, e avesse scelto tale scena come un buon inizio per questa prima parte del gran finale, ma così non è stato. Qualche piccola imperfezione qua e la c’è ancora, ma per non rovinare la trama non verranno sottolineate.

Ma questi sono semplici dettagli, giusto a voler trovare il pelo nell’uovo. “Harry Potter e i doni della morte (Parte 1)” riporta in auge la filiera cinematografica della saga riproponendo l’alto livello dei primi quattro episodi e conferendogli, se non la medaglia d’oro, almeno quella d’argento. Ma la vera sorpresa è un’altra, come ha fatto lo stesso regista dei due adattamenti peggiori a creare un prodotto filmico come questo in questione? Il minutaggio lo ha senza dubbio aiutato. Avendo circa cinque ore per trasporre l’ultimo capitolo la narrazione appare più chiara e dettagliata. Ma questa è una spiegazione “babbana”. Forse fino alle riprese di “Harry Potter e i doni della morte” David Yates era sotto l’effetto di un incantesimo “Confundus”. È molto più probabile come teoria, infondo è sempre di maghi e streghe che stiamo parlando! Ad ogni modo per il verdetto finale, così come Harry Potter e Voldemort, dobbiamo aspettare il 15 luglio 2011.

Alcuni commenti della critica:

“Il fatto è che non si dovrebbe mai dare l’ultima parola su un film tratto da un libro all’autore del libro stesso. L’ossessione della Rowling per la fedeltà al testo ha già prodotto il danno incalcolabile di escludere dalla regia della serie un genio come Steven Spielberg e di limitare progressivamente la fama e quindi l’autonomia dei registi, da Chris Columbus e Alfonso Cuaròn fino al non proprio conosciutissimo David Yates. Per non tagliare la trama del settimo libro si è deciso di spalmarlo in due puntate per un totale di sei ore, come neppure la Bibbia, pure dotata di trame complesse e di un autore suscettibile”.
Curzio Maltese – la Repubblica

“Harry Potter? Bambini astenersi! è il consiglio preventivo che viene da dare dopo la visione di ‘Harry Potter e i doni della morte’. Atmosfera cupa, mortifera, toni gotici invasivi. E scene di paura con il serpente di Voldemort che inghiotte macchina da presa (e spettatori). …con le sue scelte difficili (Hermione che cancella il ricordo di sé dalla vita dei genitori per proteggerli), i suoi momenti di rabbia (Ron geloso dell’attenzione di Harry per Hermione), le pause di tenerezza (Potter che consola l’amica facandola ballare) o quelle di sconforto (Ron che ascolta alla Radio l’elenco dei maghi uccisi, dove si inflia ance il nome di George Lucas!). Il tutto avvolto da un’atmosfera cupa, mortifera e contraddittoria, proprio come deve apparire il futuro a un ragazzo che si affaccia all’età adulta”.
Paolo Mereghetti – Corriere della Sera

“Anziché capire perché Hermione si affanni a cancellare la propria immagine dalle foto di famiglia, o apprezzare lo sgomento del maghetto di fronte alla scopera che il fu Albus Silente e l’infame Voldemort non erano così lontani, ci perdiamo dietro a sidecar volanti, nubi nere e vorticose come missili, metamorfosi multiple e reiterate (con risvolti esilaranti da commedia degli equivoci)…Fra tente mirabilia e colpi al cuore digitali, la parte del leone la fa una fiaba nella fiaba, che poi è quella che da il titolo al film, realizzata con la antica e sempre nuova tecnica delle silhouettes”.
Fabio Ferzetti – Il Messaggero

“Piacerà agli adulti. L’ala della morte lo domina dall’inizio alla fine. Gli attori paiono vivere in una sorta di incubo. Lo stesso legame affettivo fra Hermione e Harry suggerisce al regista l’umbratile scena del ballo e qualche bacio. Troppo poco”.
Francesco Bolzoni – Avvenire

“Un consiglio? Se siete emotivi, prima di andare al cinema prendete una camomilla. Il regista David Yates al suo terzo film su ‘Harry Potter’ rompe la tradizione, gira un red-movie e allontana i nostri protagonisti, che non sono più scolaretti in cerca di protezione, dai confini familiari di Hogwarts… Quello che sorprende è che David Yates da voce, forza e intelligenza superiore al personaggio femminile di Hermione, che diventa la coraggiosa coprotagonista del film”.
Annamaria Piacentini – Libero


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