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Nel film di Placido il “lato oscuro” di Vallanzasca

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Video interviste a Kim Rossi Stuart, Valeria Solarino, Filippo Timi, Francesco Scianna.

“Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato”. E’ una delle battute finali di Kim Rossi Stuart, protagonista di “Vallanzasca – Gli angeli del male”, il crime movie di Michele Placido presentato all’ultima Mostra di Venezia e in questi giorni nelle sale. La pellicola ripercorre la discesa verso il Male del “bandito della Comasina”, “il bel René” che negli anni Settanta terrorizzò Milano e hinterland con una serie di rapine e omicidi efferati, diventando quasi leggenda sulle pagine dei giornali e nell’immaginario collettivo. Pronunciata nella ricostruzione dell’intervista a Radio Popolare che il vero criminale rilasciò da latitante nel 1987, la frase lascia di stucco lo spettatore e, al tempo stesso, gli fornisce la chiave di lettura. Perché, al di là delle tante polemiche che il film ha sollevato e continua a sollevare (dalle proteste dei parenti delle vittime all’attacco del deputato leghista Davide Cavallotto che definisce Placido “cattivo maestro”, fino al sit-in di un sindacato di polizia penitenziaria), è tenendo d’occhio l’analisi del “lato oscuro” dell’uomo Vallanzasca, la sua consapevole discesa agli inferi senza possibilità di ritorno, che il biopic va guardato.

La sceneggiatura è stata scritta dal regista in collaborazione con lo stesso Rossi Stuart, partendo dal libro-intervista di Carlo Bonini. Ragazzino di periferia ma non indigente, a dieci anni Renato Vallanzasca già si ribella all’ordine precostituito: con la sua piccola banda libera una tigre dello zoo perché non sopporta i prepotenti che chiudono gli animali in gabbia, una buona ragione per finire in riformatorio. All’uscita lo ritroviamo cresciuto, nella Milano dei night club, delle bische e della droga. Con lui l’amico d’infanzia Enzo (Filippo Timi), Nunzio (Lino Guanciale) e Rosario (Nicola Acunzo): sono giovani, spacconi, innamorati dei soldi facili. E Renato, a soli 22 anni, è già il loro capo. Tra i primi colpi l’assalto a un portavalori che gli procura anche il primo arresto: ma lui non parla e si prende 6 anni per tutti. In carcere cominciamo a conoscerne il carattere: orgoglioso, provocatore, refrattario a ogni tipo di regola, non si piega nemmeno alle bastonate delle guardie. Dopo 4 anni e mezzo ne corrompe una e riesce a evadere.

Fuori ritrova la sua banda e decide di allargarla con dei veri “fuoriclasse”, perché “non è più il caso di accontentarsi degli spicci”. Arrivano Faustino (Gaetano Bruno), Sergio (Moritz Bleibtreu) “che con il mitra fa quello che vuole” e Beppe (Paolo Mazzarelli), “capace di andare a 200 all’ora su due ruote”. E’ la terribile Comasina. All’inizio le rapine sono “rapide e indolori”, ma con la morte di un poliziotto della stradale gli eventi degenerano e non c’è più tempo per tornare indietro. In pochi anni la vita di Vallanzasca si sbriciola in più di 70 rapine, 4 sequestri e 6 omicidi. E poi di nuovo le sbarre, le botte, le fughe, il clamore mediatico che lo dipinge come il bandito più abile e affascinante d’Italia, le donne deliranti ai suoi piedi. La “calabrotta” che gli darà un figlio (Valeria Solarino) e poi glie lo porterà via, la prima moglie (Federica Vincenti) scelta a caso tra le tante ammiratrici e impalmata in carcere per stringere un patto con il boss Francis Turatello (Francesco Scianna), l’amica d’infanzia Antonella (Paz Vega) con cui il vero Vallanzasca è tuttora sposato.

Complice la bella colonna sonora dei Negramaro, il film prende alla gola e trascina in un ritmo frenetico e adrenalinico senza sosta. Buona la regia, intense le prove di tutti gli attori, in particolare quella di Rossi Stuart la cui somiglianza con il bandito è impressionante (per lo sguardo di ghiaccio, la postura, gli atteggiamenti, la parlata milanese da bauscia), e quella di Timi, straordinario nel ruolo controverso del tossico che lentamente perde l’anima. Alcuni momenti colpiscono per la durezza (i pestaggi in carcere o Vallanzasca che si tagliuzza il corpo), ma anche per la bellezza. C’è il colloquio tra i detenuti in isolamento separati da muri altissimi e poi Renato che uccide il “fratellino” Enzo, colpevole di tradimento: in questa scena gli attori ci accompagnano vorticosamente verso l’inferno dei personaggi e nel farlo dimostrano un vero talento. Dunque, se nel film c’è un difetto, si può forse rintracciare nella mancata caratterizzazione della controparte: il prefetto Achille Serra che dal ’72 gli diede la caccia, ma anche i vari poliziotti, carabinieri e guardie carcerarie che negli anni lo hanno incontrato, rivestono tutti un ruolo puramente ancillare e comunque mai positivo.

Vallanzasca è ora detenuto nel carcere di Bollate (Milano): sta scontando 4 ergastoli e 260 anni di reclusione, ma di giorno esce per lavorare. Al di là di ogni giudizio sulla sua storia personale e giudiziaria, il film racconta la vita dannata di un bandito e però non fa un’apologia del male. Anzi. Placido ci presenta un criminale spietato, narciso e cinico che, spinto da una fame di distruzione, stronca sì la vita di tanti innocenti ma demolisce anche sé stesso. E se “il bel René” può risultare affascinante e persino simpatico, non è certo questa pellicola che l’ha reso tale. Basta leggere i giornali dell’epoca o guardare i filmati di quando i media si litigavano una sua battuta per capire che la creazione del personaggio-leggenda è avvenuta molto prima.

 

KIM ROSSI STUART - intervista (Vallanzasca - Gli angeli del male) - WWW.RBCASTING.COM
VALERIA SOLARINO, FILIPPO TIMI, FRANCESCO SCIANNA - intervista - WWW.RBCASTING.COM

Alcuni commenti della critica:

“A dispetto delle polemiche leghiste, il film racconta un mondo sotterraneo, assassino e perduto trascurando la drammatica epopea della Milano anni 70. Non mostra un eroe sia pure del male, ma un incallito assassino, sbruffone e narcisista . (…) Fosse stato in concorso a Venezia, Kim Rossi Stuart avrebbe potuto vincere la Coppa Volpi per il miglior attore”.
Natalia Aspesi, la Repubblica

“Michele Placido ha un bel dire che il suo film è “contro” Vallanzasca. Le scene centrate sulle qualità umane del bandito- fascino, simpatia, umorismo, indipendenza, senso del clan – sovrastano di gran lunga quelle in cui è odioso o violento. (…) Certo il cinema racconta il mito non la realtà e questo è apertamente un ‘film di genere’. Ma allora perché non cambiare nomi, mantenendo l’ispirazione?”.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

“Placido, in linea con quel cinema americano sui gangster, ha scelto di non dare giudizi e tutte le sue attenzioni le ha rivolte a quella figura centrale di cui, ignorandone forse un po’ attorno le cornici, ha messo soprattutto in rilievo la determinazione e, in alcuni passaggi, anche la ferocia, rappresentandole con un dominio sempre più sicuro del cinema. (…) Sostiene l’impresa Kim Rossi Stuart, intento a modulare con sapienza – gestuale e mimica – tutte le gamme di un carattere selvaggio e irruente”.
Gian Luigi Rondi, Il Tempo

“Il ritmo è incalzante nell’andirivieni temporale, non si guarda mai l’orologio, e il Vallanzasca dal baffo sbarazzino costruito con immedesimazione totale da Kim Rossi Stuart, a partire dalla straniata parlata milanese, è balordo, spavaldo, incosciente, borioso, feroce, prigioniero del proprio mito fino all’autolesionismo. (…) Non cerca assoluzioni, al massimo rivendica una possibile espiazione”.
Michele Anselmi, il Riformista


 

 

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