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Ai raccomandati “C’è chi dice no”, ma è una commedia

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Video interviste a Luca Argentero, Paolo Ruffini, Myriam Catania, Giambattista Avellino

“Il furto di merito è furto di vita”. O anche: “dove andrà a finire questo Paese? Nessuno studia più un c…o!”. Pronunciate da due personaggi di “C’è chi dice no”, film commedia di Giambattista Avellino prodotto da Cattleya e distribuito in 320 sale dalla Universal, le frasi riassumono da sole il senso della pellicola. Nel mirino del regista di Ficarra e Picone (ma questa volta il progetto è decisamente più ambizioso) c’è l’Italia del malcostume, dove ad andare avanti sono i “figli di” e “gli amanti di”, mentre i meritevoli, almeno quelli che non vantano santi in Paradiso, devono rassegnarsi al precariato e agli stipendi da fame.

Siamo a Firenze. Tre ex compagni di scuola, Luca Argentero, Paola Cortellesi e Paolo Ruffini, ritrovandosi dopo quindici anni, si accorgono di essere perseguitati da un unico nemico: la raccomandazione. Luca-Max è da tempo una bella penna di una testata locale ma, quando arriva il momento dell’assunzione, si vede scippare il posto dalla figlia (Myriam Catania) di uno scrittore importante. Paola-Irma è un medico stimato che vive con le borse di studio: sta aspettando un contratto “vero” e però le preferiscono la fidanzata del primario. Paolo-Samuele è l’assistente-schiavo di un barone universitario: pur essendo un genio del diritto penale, ai concorsi arriva sempre secondo. Stanchi dei continui soprusi, i tre decidono di allearsi diventando ognuno lo stalker della persona che ha preso il posto dell’amico. Quello che sembra un gioco, poco alla volta si trasforma in qualcosa di più: il quasi movimento de “I pirati del merito”.

Con un tema attualissimo e serio, che poteva essere affrontato con un film denuncia, Avellino punta sulla leggerezza. “Abbiamo cercato di raccontarlo  divertendo – spiega nelle note di regia – ma con sensibilità. Senza voler fare la lezione a nessuno, ma senza superficialità. Come nella tradizione della commedia italiana”. Una scommessa vinta? In parte sì e in parte no. Grazie alla bella sceneggiatura di Fabio Bonifacci e alle prove degli attori (su tutti Giorgio Albertazzi, Claudio Bigagli e la rivelazione Ruffini), in sala si ride, ci si commuove e si riflette. Ciò che manca, però, è quella cattiveria che ai tempi di Monicelli, Risi e Scola lasciava lo spettatore con l’amaro in bocca: i loro personaggi, pur estremamente esilaranti, riuscivano a rendere così bene le piaghe sociali dell’Italia proprio perché cinici, crudi, veri. Al contrario, in “C’è chi dice no”, i nostri pirati finiscono per diventare degli outsider del sistema, dei quasi eroi belli “dentro e fuori”, e quindi inverosimili.

Nonostante tutto il film è da vedere. Se non altro perché è il primo ad affrontare (e chissà perché) il vecchio problema della raccomandazione elevata a sistema, tanto diffuso e vergognoso quanto silenzioso. Chissà che ne vengano altre storie, magari meno edulcorate e più pungenti.

 

Alcuni commenti della critica:

“Mettere in commedia la denuncia di un cancro sociale non è una cattiva idea. Peccato che manchino, anche questa volta, quel graffio, quella dose di fiele di cui fu capace la migliore commedia all’italiana. Ritrovarli è così impossibile?”.
Roberto Nepoti, la Repubblica

“Sacrosanta polemica di Avellino, ma si rischia che tutto sia indolore, carino, neo sofisticato e a scorciatoia sentimentale per i simpatici Cortellesi e Argentero. La sorpresa è Paolo Ruffini che, fuori dal martirio da cine panettone, è bravo come Albertazzi”.
Maurizio Porro, Corriere della Sera

“Un’idea brillante, per una commedia carina e a tratti divertente che però non osa quanto avrebbe potuto, ma che ha il pregio di sottoporre all’attenzione delle giovani generazioni, grazie a un cast pensato ad hoc, un tema importante che rimanda a una piaga atavica della nostra bella penisola”.
Federico Magi, Secolo d’Italia

“Grazie ad una solida sceneggiatura, il film sa essere divertente quando descrive le creative vendette, ma anche efficacemente rabbioso (la vergognosa riunione dei docenti) e malinconicamente poetico (le ombre silenziose). Di fiction si tratta, ma l’essenza di happy end è molto reale”.
Stefano Lusardi, Ciak

 

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