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Passannante, l’anarchico sepolto vivo dai Savoia

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Chi era Giovanni Passannante? A parte qualche accenno sui libri di storia, la sua tragica vicenda è finita nel dimenticatoio per oltre un secolo, fino a quando tre idealisti – il teatrante Ulderico Pesce, il cantante dei Têtes de Bois Andrea Satta e il giornalista dell’Espresso Alessandro De Feo – non hanno intrapreso una dura battaglia per riportarne i resti, fino al 2007 esposti nel Museo Criminologico di Roma, nel paesino lucano dov’era nato. Passannante era un giovane cuoco anarchico che nel 1878, durante una visita a Napoli, cercò di uccidere il Re Umberto I di Savoia con un coltellino di appena 8 cm, definito durante il processo che lo condannò a morte “buono solo per sbucciare le mele”. Il reale se la cavò con un graffio, ma l’attentatore pagò caro il suo gesto: la pena capitale gli fu commutata in ergastolo, che scontò in una segreta sotto il livello del mare e in condizioni disumane. Per lui fu l’inizio dell’inferno, una prigionia trasformatasi in una vera e propria vendetta di Stato.

La storia viene ora raccontata in “Passannante” (nelle sale dal 24 giugno con Mediaplex), opera prima di Sergio Colabona, con Fabio Troiano, gli stessi Pesce e Satta, Alberto Gimignani, Luca Lionello, Roberto Citran, Bebo Storti, Ninni Bruschetta e Citto Maselli. Costruito come una docu-fiction, il film è un continuo alternarsi di passato e presente, che avvicina in una sorta di parallelismo ideologico i problemi dell’Italia appena unita a quelli di un Paese in decadenza. Attraverso i flashback si racconta la vita di Passanante: dalla giovinezza a Salvia (che dopo l’attentato dovette cambiare il nome in Savoia di Lucania) al tentato regicidio, alla prigionia in una cella buia alta solo 1 metro e 40, dove l’uomo, costretto a vivere tra i propri escrementi e legato a una catena di 18 kili, si ammalerà di scorbuto e tenia. Solo allora, ormai cieco e ridotto a una larva umana, verrà trasferito nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, dove morirà nel 1910.

In seguito nemmeno le sue spoglie troveranno pace: la testa staccata dal corpo sarà esaminata secondo le teorie lombrosiane, cranio e cervello finiranno esposti in una teca con la scritta “Passannante, criminale abituale”. Eppure quello di Passannante non era stato il gesto di un malvivente qualunque e tantomeno di un pazzo, bensì un atto politico. Cresciuto nel mito della Repubblica universale, il suo obiettivo era farsi processare in Senato (come previsto dallo Statuto Albertino) e creare un caso che portasse all’attenzione pubblica i problemi della Basilicata: una terra di miseria e povertà dove mancavano scuole, strade, ospedali e tribunali.

E’ cambiato molto dopo un secolo e mezzo di storia? Gli italiani hanno tutti gli stessi diritti? Esistono ancora gli ideali? Sono le domande che sembrano porsi il regista e i protagonisti della pellicola quando, attraverso i flashforward, si torna al presente: Pesce, Satta e il giornalista (nel film si chiama Marchitelli) vagano per tutti gli anni Duemila tra i vari ministeri di Grazia e Giustizia (Diliberto, Castelli, Mastella) in cerca di una degna sepoltura per Passannante, uno spettacolo teatrale su un povero cuoco che sognava diritti per tutti (le scene riprendono frammenti della pièce di Pesce “L’innaffiatore del cervello di Passannante”) attraversa lo stivale, e intanto i Savoia, accolti da un’aurea di comprensione generale, rientrano in Italia. Colabona spiega i motivi che l’hanno portato ad appassionarsi a Passannante: “l’obiettivo era raccontare la storia di un idealista che non ha mai abbassato la testa, vorrei che i miei figli guardassero il film pensando a un Paese che crede ancora negli ideali”. E Pesce aggiunge: “avevo il desiderio di divulgare questa storia perché è educativa; Passannante è un eroe ed è importante ricordarlo soprattutto nell’Italia di oggi, dove a parlare sono i tronisti senza talento e dove tutto è corruzione e intrallazzo”.

A parte i difetti di fattura dovuti all’inesperienza di Colabona, che alle spalle ha parecchie regie televisive di successo ma nessuna prova in campo cinematografico, il film è da vedere per il suo forte valore pedagogico e divulgativo. Certo, salta all’occhio la poca fluidità dei continui passaggi tra rievocazione storica e attualità (e forse si doveva sviluppare maggiormente il personaggio principale dando meno spazio alle performance di Pesce), ma resta il coraggio di aver riportato alla luce una storia spinosa, sconosciuta ai più e sicuramente poco gettonata nel panorama cinematografico odierno. Buone le prove di Troiano (un intenso Passannante), Citran e Lionello, trascinanti le musiche dei Têtes de Bois: il tutto, unito alla passione per gli ideali e allo spirito anti-Savoia di chi questo film l’ha fortemente voluto, riesce in ogni modo a coinvolgere lo spettatore, soprattutto nelle parti in cui la sofferenza di Passannante si fa più atroce.

Per la cronaca, la crociata contro gli ex regnanti continua: da un mese il cast sta promuovendo una raccolta di firme “perché siano sloggiate” dal Pantheon le tombe dei reali. “E’ una nostra battaglia personale – dicono Pesce e Satta – non riteniamo i Savoia padri della patria degni di riposare accanto ad artisti come Raffaello, Annibale Carracci o Baldassarre Peruzzi”. Il sogno è restituire a Savoia di Lucania il nome e la memoria storica, e che “si parta da qui per trovare il coraggio di cambiare”.

Alcuni commenti della critica:

“Partendo da una sana indignazione morale, ma qua e là scivolando in inutili affondi demagogici volti a ‘eroicizzare’ la figura del disubbidiente in polemica col ritorno dei Savoia, Passannante svolge opera di meritoria informazione civile. E ci ricorda come una certa retorica risorgimentale debba fare i conti anche con pagine, vergognose, di burocrazia disumana, di inciprignita ferocia”.
Michele Anselmi, il Riformista

“Con una scrittura intuitiva che non intralcia gli incroci frequenti con le atre parti, dove qualche volta verrebbe voglia di dire a Ulderico, come fece Risi con Moretti ‘spostati e fammi vedere la storia di Passannante’. L’interpretazione intensa e vibrata di Fabio Troiano, per esempio, l’umanità ambigua dell’avvocato (un calibratissimo Roberto Citran), l’amarezza rassegnata della madre (Maria Letizia Gorga). Ma è al tosto, trancinante Ulderico, che, in fondo, si deve questo ritorno di fiamma per uno sfortunato italiano coraggioso”.
Rossella Battisti, l’Unità

“L’insieme, al di là delle ideologie che lo attraversano, con le quali si può o non può essere d’accordo, finisce per apparire soltanto schizofrenico e confusionario; e, di conseguenza, noioso. Un vero peccato, perché, oltre al fatto che la prova degli attori sia tutt’altro che da buttare via, si nota una certa cura sia per quanto riguarda la fotografia che le scenografie”.
Francesco Lomuscio, Filmup.it

“La qualità altalenante del progetto non opacizza la sua passione anti-monarchica, anzi: per quanto il film non abbia certo la potenza evocativa di un’orazione civile, riesce a trasmettere questa ribellione in maniera più verace ed estremamente contagiosa”.
Edoardo Becattini, MYmovies.it


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