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La pelle “nera” di Pedro Almodóvar

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Che non fosse un regista convenzionale, nel senso classico del termine, lo aveva dimostrato già da tempo confezionando film in cui mixa perfettamente ironia, assurdità e grottesco, ma dopo 40 anni di carriera Pedro Almodóvar torna a spiazzare pubblico e critica con “La pelle che abito”, in cui esplora il noir e l’horror (benché la pellicola non lo sia) e dà vita ad un genere inclassificabile, per sua stessa ammissione.

Liberamente ispirato al romanzo di Thierry Jonquet “Mygale” (“Tarantola” in italiano), “La pelle che abito” è una storia kafkiana di amore e vendetta che racconta di orrori ma senza mostrarli.

Da quando la moglie è bruciata in un incidente d’auto, il dottor Legard, un eminente chirurgo plastico, studia da anni il modo di riprodurre la pelle in laboratorio. Grazie alla terapia cellulare dopo 12 anni riesce nell’intento ricreando una pelle sensibile ma più resistente. Per testarla decide di usare una cavia umana, un giovane uomo responsabile del tentato stupro della figlia, ma la pelle del ragazzo non sarà l’unico organo ad essere trasformato…

Ad interpretare il protagonista maschile sono due degli attori feticcio del regista spagnolo, Antonio Banderas, che torna a lavorare con Almodóvar per la sesta volta, e Marisa Paredes. Protagonista femminile è invece Elena Anaya (già nel cast di “Parla con lei”), perfetta nella sua mono espressività.

“Le regole del ‘genere’ non le rispetto. – dice il regista in conferenza stampa a Roma spiegando le varie contaminazioni presenti nel film – La pellicola racconta di un abuso estremo e si muove sull’eccesso proprio per raccontare l’abuso”. “Il tema che più m’interessa – continua – è quello dell’identità che, nonostante i suoi continui progressi, la scienza non riesce a catturare”. “Trovo una cosa buona che il personaggio del mio film non sia mutato a dispetto di tutte le trasformazioni fisiche che ha subito”.

Per il regista castigliano però l’essere umano è destinato a mutare drasticamente: “Sono sicuro che cambierà entro la fine di questo secolo. Non so come si chiamerà ma non sarà più il genere umano come lo conosciamo ora”.

Per Banderas, a 21 anni dal primo incontro con il regista sul set di “Légami!”, Almodóvar è cambiato: “Pedro esce sempre dagli schemi tradizionali del cinema spagnolo e rischia ogni volta. Sul set di questo film l’ho trovato più minimalista, più chiaro, più profondo e più serio nei contenuti”.

Con questo film Almodóvar spiazza ancora una volta, cambia pelle, lascia il colore ed il calore delle precedenti opere per diventare più freddo, cupo, distaccato e razionale, ma lo fa con una precisione chirurgica che ricalca quello del vendicativo medico protagonista. Riferimenti e ispirazioni: Bunuel, Hitchcock, Frankenstein e “Occhi senza volto” di Georges Franju. Si resta indubbiamente disorientati uscendo dal cinema, ma con delle immagini ancora una volta indelebili, che fanno del film non certo l’opera migliore del maestro spagnolo ma un apprezzabile rischio.

Passato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, “La pelle che abito” (titolo originale “La piel que habito”) esce in 300 sale italiane il 23 settembre distribuito da Warner Bros.

 

 

 

 

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