Home Film consigliati “Una separazione”, Farhadi neorealista racconta Teheran e diventa universale

“Una separazione”, Farhadi neorealista racconta Teheran e diventa universale

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Video intervista a Babak Karimi e Asghar Farhadi

L’ultimo Festival di Berlino l’ha riempito di premi, con l’Orso d’Oro al regista e l’Orso d’Argento al cast maschile e femminile. In Francia è stato visto da oltre un milione di spettatori e il suo Paese, l’Iran, l’ha scelto per la corsa agli Oscar 2012 (non succedeva dal 1979). Senza dubbio un vero caso cinematografico (ma anche politico e sociale) per un’opera iraniana, un caso che tuttavia non stupisce. Perché “Una separazione” di Asghar Farhadi – in questi giorni nelle sale italiane con la Sacher di Nanni Moretti – è una di quelle pellicole che, per perfezione di scrittura, eccellenza visiva e umanità dei personaggi, ti entrano da subito nel cuore, un raro esempio di Cinema con la “C” maiuscola. Dunque a stupire non è il suo successo internazionale, ma come questo regista trentanovenne riesca a far emergere tutte le contraddizioni dell’Iran contemporaneo senza mai accennare alla politica (stiamo parlando del Paese che di recente ha condannato un’attrice, Marzieh Vafamehr, a 90 frustate e un anno di carcere per aver recitato in un film sulle difficoltà degli artisti nella Repubblica islamica), intrecciando tante verità sussurrate e mai urlate, eppure così prepotentemente rumorose.

I protagonisti della storia, girata come un giallo realista e interpretata dall’intero cast con grande credibilità, sono due coppie di coniugi. La prima, Nader (Peyman Moadi) e Simin (Leila Hatami), è borghese e avanguardista ma è prossima alla separazione: lei vuole trasferirsi all’estero per dare un futuro migliore alla figlia undicenne (Sarina Farhadi), lui vuole restare in patria per occuparsi del padre malato di Alzheimer (simbolo di un Iran decadente e ormai dimentico del glorioso passato). Si avviano le pratiche per il divorzio e intanto Simin si trasferisce dalla madre. Nader è costretto ad assumere una badante: sarà Razieh (Sareh Bayat), una ragazza molto religiosa (quando l’anziano si orina addosso telefona all’Imam per chiedere se è peccato cambiarlo) che viene da un quartiere povero. Più tardi conosceremo suo marito (Shahab Hosseini), un disoccupato pieno di debiti che si impasticca per dimenticare i guai e spesso perde la ragione. Nader non sa che Razieh non solo è incinta, ma sta anche lavorando senza il permesso del marito. Le due coppie si troveranno coinvolte in una fitta rete di bugie, manipolazioni e accuse di omicidio (che non stiamo a raccontare perché di giallo si tratta), mentre davanti al giudice (Babak Karimi, già attore in “Caos calmo” e montatore di Abbas Kiarostami) ogni personaggio presenterà le proprie plausibilissime ragioni.

Con una narrazione che ricorda il nostro miglior Neorealismo (il regista ha ammesso di ispirarsi proprio a quei film), Farhadi non spiega i fatti ma fa parlare i personaggi e, quel che è più importante, non giudica né denuncia alcunché ma lascia allo spettatore il compito di capire le situazioni e magari di giudicarle, sempre se ne sentirà il bisogno. La separazione del titolo, ovviamente, racconta sì la separazione di una coppia ma anche la distanza di censo, cultura e generazioni delle famiglie iraniane, il dilemma dei giovani dopo la Rivoluzione Verde (partire o restare e combattere?), la divisione tra il vecchio e il nuovo. Ogni personaggio, dunque, ha una sua verità perché è lo stesso cinema di Farhadi a essere portatore di tante verità: è una riflessione sull’integralismo religioso come sull’occidentalizzazione a tutti i costi, svela i soprusi di un regime mascherato da Repubblica e allo stesso tempo avverte dai pericoli della “modernità”. Intanto, con il precipitare dei fatti, la densità emotiva e il conflitto interiore dei singoli personaggi hanno già oltrepassato i confini dell’Iran per diventare universali. Lo si capisce soprattutto alle battute finali quando, attraverso lo sguardo perso di una ragazzina con il velo, lo spettatore –musulmano, cattolico o ebreo – si guarda dentro e ritrova le proprie lacerazioni.

Alcuni commenti della critica:

“Una delle più sottili e straordinarie prove di scrittura e messa in scena viste di recente: una ‘dimostrazione’ perfetta di cosa sia il Grande Cinema”.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera 

“Un film di grande umanità, di mirabile scrittura e quindi di altissima godibilità”.
Alberto Crespi, l’Unità 

“Un dramma psicologico avvincente come un thriller, che mette in luce anche temi importanti come le conseguenze di un male subdolo, l’Alzheimer, e i forti condizionamenti religiosi che caratterizzano i paesi islamici”.
Fabio Fusco, Movieplayer.it

“Un puntiglioso realismo senza mai calcare la mano o cadere nella denuncia. Qui, come sempre nel buon cinema, ognuno ha le sue ragioni, buone o cattive che siano. (…) L’arma più forte è sempre la qualità”.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero 

 

 

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