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“Albert Nobbs”, straordinaria Glenn Close anche da uomo

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“Che omino gentile”, dice un avventore del Morrison’s Hotel di Dublino. Il commento si riferisce ad Albert Nobbs, impeccabile cameriere dell’Irlanda tardo-ottocentesca che incontriamo, per la prima volta, nel pieno delle sue mansioni. Ogni giorno Albert prepara la sala ristorante, accoglie gli ospiti, soddisfa ogni loro esigenza con estrema compostezza e senza mai guardare negli occhi. E’ un cameriere professionista da trent’anni e sa benissimo come ci si comporta. Per il personale dell’albergo è un collega bizzarro: è tanto perfetto sul lavoro da risultare fastidioso, e poi è impossibile infilarsi nella sua vita privata, ammesso che ne abbia una. Albert, però, ha un segreto inimmaginabile. E’ una donna che ha vissuto gran parte dell’esistenza imprigionata nei panni di un uomo. E non una donna qualunque: questo personaggio efebico e riservato, il cui nome dà il titolo al nuovo film di Rodrigo García, ha il volto trasfigurato di una straordinaria Glenn Close.

L’idea di base viene da un racconto di George Moore (“Morrison’s Hotel, Dublino”, Tranchida Editore), diventato nel 1977 una pièce teatrale e di cui la stessa Close è stata a lungo interprete principale. L’esperienza è per l’attrice una specie di folgorazione, tanto da indurla a coltivare un sogno: trasformare il dramma di Albert Nobbs in un’opera cinematografica. Ci riesce dopo trent’anni e vari tentativi, diventandone non solo protagonista, ma anche sceneggiatrice (insieme a Gabriella Prekop e allo scrittore John Banville) e produttrice (con Bonnie Curtis e Julie Lynn).

La storia è semplice e potente. Figlia illegittima, allevata da una famiglia che viene pagata per non rivelarle le vere origini, Albert (il vero nome non lo sapremo mai) non ci mette molto a finire in orfanotrofio. Stuprata da un branco a soli quattordici anni, scopre che diventando uomo troverà lavoro e fuggirà la miseria più facilmente. Comincia a travestirsi: con il tempo si immedesima così tanto in quegli abiti maschili che, quando l’uomo che la scopre le chiede il nome reale, lei non lo ricorda più. Albert teme che il travestimento salti e invece no, non c’è pericolo. Perché anche quell’uomo è una donna “in maschera”, ed è persino riuscita a sposare la compagna. Albert è un essere puro, non conosce il sesso (tantomeno quello saffico) e non ha gli strumenti per conoscerlo, ma vuole ugualmente realizzare il sogno della vita. Aprire una tabaccheria e metter su famiglia.

Ovviamente, ciò che colpisce vistosamente del film è la prova prodigiosa di Glenn Close. Sin dalle prime scene stentiamo a riconoscerne l’identità sessuale: se non sapessimo per certo che ci troviamo di fronte a un’attrice, non potremmo forse scambiarla per un attore, magari un po’ femmineo? La magia dell’ambiguità arriva in primis attraverso il linguaggio non verbale: la postura, le movenze e soprattutto lo sguardo, il modo in cui quegli occhi di ghiaccio (eppure profondi) fissano, seguono o fuggono la macchina da presa. Un idioma così perfetto e palpitante che da subito si percepisce il coinvolgimento viscerale: Glenn non interpreta Albert, semplicemente lo vive. Non a caso l’attrice, insieme a “La signora di ferro” di Maryl Streep, è la super favorita per la corsa all’Oscar (il film ha altre due candidature, miglior attrice non protagonista e miglior trucco).

Tal protagonista potrebbe cancellare tutto il resto (molta critica è di questo parere) e però, dopo il primo abbagliante impatto, ci accorgiamo che la pellicola ha anche altri meriti. C’è per esempio un regista che sa darsi ai personaggi senza mai soffocarli, così che la bravura degli altri attori – Janet McTeer (l’imbianchino che si rivela donna), Mia Wasikowska (la bella cameriera Helen), Aaron Johnson (l’amante perdigiorno), Pauline Collins (la proprietaria dell’albergo) e Brendan Gleeson (il dottor Holloran) – non risulta ancillare alla Close, ma parte integrante e necessaria all’opera. E soprattutto c’è una sceneggiatura dove i temi – la lotta di classe, la perdita dell’identità in funzione degli altri, l’amore omosessuale – si intrecciano e si amalgamano perfettamente senza mai stridere. Il risultato è una storia commovente e intensa che, pur ambientata nel diciannovesimo secolo, ritorna al pubblico più che mai attuale. Albert Nobbs è uno dei più bei film visti negli ultimi tempi.

La frase: “Siamo entrambi travestiti da ciò che in realtà siamo”.

Alcuni commenti della critica:

“I meriti del film, però, non si fermano alla pur straordinaria interpretazione della sua protagonista, perché a complicare la vita del maggiordomo ci si mette prima il caso (…), poi un ulteriore colpo di scena (…) e infine l’esplosione di una identità repressa per anni, una specie di bisogno/desiderio di costruirsi una vita propria, capace di andare al di là dei confini della sessualità ma pur sempre rispettosa degli obblighi sociali e del decoro vittoriano”.
Paolo Mereghetti, Corriere della Sera

“Il risultato finale rende merito più alle straordinarie doti attoriali di Glenn Close che non all’opera cinematografica in sé, raffinata ed elegante nella sua riscostruzione d’epoca, ma eccessivamente trattenuta”.
Francesca Fiorentino, Movieplayer.it

“Un’opera incompiuta ma con una straordinaria interprete drammatica”.
Adriano Ercolani, MYmovies.it

“Albert Nobbs è anche una straordinaria storia sulla forza delle donne, sul loro coraggio, la loro determinazione, la loro innata sete di speranza nel dare e nel ricevere la vita. In più il film riesce a non essere mai eccessivamente retorico (finale a parte)”.
Marco Luceri, Corriere.it

 

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