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“Moonrise Kingdom”: una fuga d’amore in salsa Anderson

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Wes Anderson torna al cinema e lo fa in stile vintage. Nelle sale italiane dal 5 dicembre. 

Una cartolina ingiallita e vintage, direttamente dagli anni ’50, con uno stile che ricorda i tableau di Melies. Questa è la fotografia, e la scenografia, dell’ottava fatica alla regia di Wes Anderson: “Moonrise Kingdom”, una visione romantica e assolutamente personale nel puro stile del director dei “Tenenbaum”.

Scritto a quattro mani con l’amico, regista, Roman Coppola, il film racconta la storia di Suzy e Sam, due ragazzi che si innamorano e pianificano la loro fuga d’amore scappando dalla piccola cittadina nella provincia del New England. Per cercare i due giovani si attivano tutti gli abitanti della città, compresi i genitori della ragazza, Bill Murray e Frances McDormand, lo sceriffo Bruce Willis e il capo dei boy scout Edward Norton.

Straniamento dalla narrazione e attaccamento ai personaggi sono gli elementi vincenti di questo film, che si colloca a pieno titolo nel filone delle opere di Anderson, film lontani dal concetto stesso del blockbuster, ma capaci di mantenere nel tempo una propria forma e uno stile artistico che caratterizzano tutti i lavori del regista.

I protagonisti, le grandi star hollywoodiane, servono non solo da richiamo per attirare lo spettatore al cinema, ma anche da collante alla narrazione. Grazie al tempismo perfetto delle loro battute lo spettatore è in grado di identificare con precisione i momenti comici e differenziali da quelli più seri.
Il tutto non sarebbe possibile senza l’importante apporto musicale fornito dalle musiche di Alexandre Desplat, che aiutano nel climax, aumentando la tensione e il senso di spaesamento.

“Moonrise Kingdom” è un’opera consigliata non solo agli appassionati di Anderson o del genere, ma anche a chi ha voglia di vedere un film diverso dalle solite pellicole di stampo hollywoodiano.

Al cinema dal 5 dicembre, distribuito da  Lucky Red.

Alcuni commenti della critica:

“(…) Giocando di sottrazione, utilizzando molto l’inquadratura fissa (simile all’occhio dii uno spettatore/entomologo che osserva curioso un’umanità da dissezionare), lasciando a ognuno la coscienza del proprio fallimento, ma senza alcun lascito tragico (come di chi è già rassegnato alla propria sofferenza) e però riempiendo l’immagine di particolari e citazioni così da costringere lo sguardo dello spettatore a cercare continuamente simboli e segnali, Anderson costruisce un universo che sembra fuori dalla storia, a metà fra la favola infantile e il sogno divertito, ma anche finisce per raccontarci – con malinconico amore – i limiti e le debolezze di un’umanità sempre sull’orlo della tragedia (come minaccia di fare un uragano incipiente). Tutto molto garbato e anche divertente, ma con un limite chiaro: quello di una “formula”narrativa sempre uguale a se stessa, che ripete all’infinito un procedimento stilistico già visto (…)”.
Paolo Mereghetti, Corriere della Sera 

“Monrise Kingdom (…) è così. Bisogna entrarci in punta di piedi per non rompere l’incanto, osservare le immagini costruite come illustrazioni per l’infanzia, lasciarsi trascinare dalla forza di personaggi che somigliano a quelli delle favole, entrare a fa parte della famiglia artistica del regista, dove attori, animali e cartoni “recitano “fianco a fianco in totale armonia. In una parola, tornare bambini (…)”.
Fulvia Caprara, La Stampa 

“(…) con tutti i suoi (godibilissimi) vezzi di regia e con il gusto reiterato per le grandi famiglie infelici e i piccoli anarchici che fanno saltare tutto, il regista texano è un campione di felicità creativa (…) quanti altri registi mainstream oggi usano con tanto divertimento gli attori, le scene, la musica (…) i costumi e tutto ciò che appare sullo schermo? Basterebbe il cast (…) a dire la giocosità di un cinema tutt’altro che infantile, anche se i suoi eroi sono sempre bambini o adolescenti malcresciuti. Un cinema che chiede allo spettatore due sole cose, rare in tempi di consumo compulsivo e distratto: un minimo di abbandono e complicità (…)”.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero 

“(…) nessuno dei due protagonisti ha capacità di far vibrare nello spettatore più adulto l’eco di ciò che è stato, i vantaggi della giovinezza sull’età matura, la felicità delle fughe, il piacere di non avere preoccupazioni materiali, ma solo sentimentali, l’età dell’innocenza quando tutto si tinge sempre e comunque dei colori dell’attesa e la libertà è come un gioco dell’oca in cui a ogni errore si ritorna al punto di partenza (…) ciò che emerge è un ritratto infantile dove l’infelicità suscita tenerezza ma non partecipazione, e il continuo mischiare i piani da parte del regista non ci da né una commedia né un dramma, ma un film che non sa mai decidersi su quale strada prendere (…)”.
Stenio Solinas, il Giornale

“(…) Wes Anderson rischia seriamente la maniera di se stesso. Quello che è sempre stato un indiscutibile pregio – l’immediata riconoscibilità del suo stile – potrebbe trasformarsi in un difetto. Soprattutto quando, come nel caso del nuovo Moonrise Kingdom, il talento visuale di questo raffinatissimo regista si applica a una storia molto leggera, e pittosto stiracchiata nonostante la brevità (per altro encomiabile: un’ora e mezzo) del film (…) E’ un film tristissimo, Moonrise Kingdom. Ma di una tristezza “piccola”, che non si fa visione del mondo (…)”.
Alberto Crespi, l’Unità

“Moonrise Kingdom rappresenta una sorta di Neverland non magica – come un istante in cui il mondo può sembrare così piccolo e con un’ingenua infatuazione consumare tutto”.
Peter Debruge, Variety

“Come in ‘Fantastic Mr. Fox’, Anderson è in grado di esprimere una sincera connessione personale e una compatibilità, utilizzando uno stile estremamente artificiale”.
Todd McCarthy, Hollywood Reporter

“Un film molto affascinante, ben girato, benché in qualche modo insondabile ed eccentrico, ma sentito, curato fino al più piccolo dettaglio, nel classico stile Anderson (…)”.
Peter Bradshaw, The Guardian

“Siamo ancora capaci di emozionarci per un bacio? Sappiamo capire fino a che punto un essere umano in formazione abbia bisogno del nostro aiuto per togliersi il costume nero da corvo (e viene in mente ‘Blackbird’, masterpiece dei Beatles) e quanto invece possa e debba affrontare il piacere dell’avventura della vita con quel tanto di libertà che gli permetta di dipingere un mondo nuovo? Sono quesiti che ogni tanto gli adulti dovrebbero porsi. Anderson fa bene a riproporceli”.
Giancarlo Zappoli, MYmovies.it

“Non è la prima volta, è vero, che Wes Anderson mette al centro del proprio cinema i giovani e i loro turbamenti; non è una novità, allo stesso tempo, che il regista de I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou riesca a mettere insieme un cast di così alto livello e sfruttarne il talento anche solo in maniera ‘complementare’ (qui è il caso di Harvey Keitel, che compare verso la fine del film e avrà sì e no tre pose). Non sorprende, poi, il consueto gusto per una messa in scena che, già nel momento di ‘farsi’, sembra prevedere il ritmo definitivo che sarà dato solamente in fase di montaggio (affidato, come per i precedenti Il treno per il Darjeeling e Fantastic Mr. Fox, ad Andrew Weisblum) e l’abituale ricercatezza in campo musicale: quello che davvero lascia a bocca aperta, in Moonrise Kingdom, è l’esplosività dell’insieme di questi fattori, il ‘concerto’ – come si diceva poco sopra – che il regista e ogni dipartimento della produzione (dalla fotografia di Robert Yeoman alle scenografie di Adam Stockhausen, volutamente declinate a cartonati pastello che richiamano gli antichi villaggi Playmobil) sono riusciti ad imbastire al di qua e al di sopra della storia, ambientata nel 1965 “.
Valerio Sammarco, Cinematografo.it

“Pochi registi, nel panorama cinematografico moderno, possono vantare uno stile così personale e riconoscibile come quello di Wes Anderson, e già nelle prime sequenze di Moonrise Kingdom si avverte in modo inequivocabile la sua impronta cinefila e il suo sguardo surreale”.
Marco Minniti, Movieplayer.it

 

 

 

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