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“Tutto tutto niente niente”: Albanese si fa in tre in Parlamento

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Video interviste ad Antonio Albanese, Giulio Manfredonia, Lorenza Indovina e Lunetta Savino.

Dopo il successo di “Qualunquemente” Antonio Albanese si fa in tre e, oltre ai panni di Cetto La Qualunque, veste anche quelli di Olfo Favaretto e di Frengo Stoppato in un unico film dal titolo “Tutto tutto niente niente”. A dirigerlo è ancora una volta Giulio Manfredonia e nel cast compaiono pure Fabrizio Bentivoglio, Lunetta Savino, Lorenza Indovina e Paolo Villaggio.
Al sessuomane politico corrotto si affiancano il nuovo personaggio, razzista e secessionista, Rodolfo Favaretto e una vecchia conoscenza televisiva: il “fumatissimo” Frengo. Tutti e tre finiscono in galera per diversi motivi e, in quanto primi non eletti delle rispettive liste, vengono fatti uscire per riempire un vuoto di tre voti in un parlamento traballante.
Tra scenografie e costumi surreali, a metà tra l’impero romano e il futurismo, queste schegge impazzite si muovono nella scena politica in un modo che purtroppo sa tanto di déjà vu, nonostante l’attore tenga a precisare di aver precorso i tempi nella creazione di Cetto, Olfo e Frengo.

Attraverso i suoi tre caratteri Albanese racconta ancora con colorato sarcasmo di corruzione, Chiesa, cannabis, dubbia sessualità, secessione e immigrazione; certo lo fa in modo poco approfondito e il film sembra seguire più i personaggi che una trama definita, quasi come fosse solo un pretesto per vederli in scena e dando l’impressione di tanti sketch che si susseguono, ma questo non toglie il divertimento dello spettacolo. Merito certo della bravura di Albanese, anche se un personaggio funziona meno degli altri due sul piano comico: quello di Olfo.

Il vero problema del film non è riconducible ad esso stesso ma al fatto che le storie e i personaggi di Albanese siano stati superati dalla reatà e ormai, altro che ridere, come diceva Troisi “Non ci resta che piangere”…

“Tutto tutto niente niente” è nela sale dal 13 dicembre distribuito da 01 in 700 copie.

Alcuni commenti della critica:

“Il bravissimo Antonio Albanese si fa uno e trino diretto da Giulio Manfredonia superandosi in volgarità ma sempre un gradino sotto il reale, ne grottesco cabaret sulla nostra classe politica che dall’inizio, viene arrestata”.
Maurizio Porro, Corriere della Sera

“Che pasticcio. Niente a che vedere con il precedente, quello si spassoso, Qualunquemente. Antonio Albanese triplica i suoi personaggi, ma il divertimento è meno che dimezzato (…) Nonostante strepiti e battutacce da osteria”.
Massimo Bertarelli, il Giornale

“(…) E’ il film spesso a mancare. La regia di Giulio Manfredonia è enfatica, eccede in effetti grotteschi e primi piani dal basso, spesso sottolinea in modo eccessivo ciò che sullo schermo non c’è. Il vero ‘autore’ del film è il costumista Roberto Ciocchi, che si diverte a creare un mondo di potenti e politici esagerato, psichedelico, ‘felliniano’. Con il risultato che il paradosso è meno assurdo della realtà”.
Alberto Crespi, l’Unità

“(…) la satira riacquista la sua forza d’impatto e i tre personaggi, per non parlare dell’eminenza grigia Bentivoglio, diventano caricature allarmanti di una realtà che si ripresenta. Concepita come l’affresco di un’Italia stavolta dai giochi di potere e dalla corruzione, la commedia non è sempre ben calibrata, ma offre materia di che ridere amaro e a denti stretti”.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa

“Albanese è bravo, lo sappiamo, ma probabilmente le sue maschere non riescono a rendere sulla lunga distanza del racconto filmico: che in questo caso, maggiormente rispetto al precedente, tenta di affiancare ai tre protagonisti ulteriori spalle per garantire dinamismo e tempi comici (su tutti, oltre al già citato – e indubbiamente riuscito – sottosegretario interpretato da Bentivoglio, la convincente Lunetta Savino nei panni della mamma invasata di Frengo, decisa a far beatificare il figlio da vivo…): comicità che però non va oltre le gag più o meno indovinate, schiacciata dalle sue stesse ambizioni (anche scenografiche, basti pensare al trucco e ai costumi o alla scelta di ambientare la “politica romana” in edifici che non a caso ricordano i marmi del ventennio fascista dell’Eur), scissa tra il pensare alto (le caricature di Grosz o il cabaret di Valentin durante la Repubblica di Weimar, come ricordato da Bentivoglio) e lo sfogo becero e populista affidato ai tre “mostri” di Albanese”.
Valerio Sammarco, Cinematografo.it

“Albanese ci (ri)prova ma davanti a ‘cavalieri’, compari e cortigiani è senzadubbiamente destinato a fallire. Non è comico da barzelletta lui. Ma come il suo paradigma immorale dovrebbe smettere di godere all’accendersi delle luci e decidersi a spegnerle. Nel modo in cui facevano le vere dive, nel modo di Raffaella Carrà, che compare in bianco e nero nella schermo di Cetto, richiamando una televisione frequentata da show girl ‘scoperte’ per il talento e legate per amore ai loro coreografi”.
Marzia Gandolfi, MYmovies.it

“Il film non è così facilmente accessibile come sembra. L’aggettivo che chiunque tenti di descrivere Tutto tutto niente niente non potrà fare a meno di usare è psichedelico. All’arrivo dei titoli di coda ci si sente un po’ frastornati, come si fosse fumata una canna insieme a Frengo. Ma proprio questo è privilegio che Antonio Albanese si è guadagnato in tutti questi anni di lavoro, la familiarità con il pubblico televisivo, teatrale e cinematografico. Quello di Albanese è sì un universo in costante espansione, ma sulla sonda che lo sta esplorando ci siamo anche noi insieme ai suoi personaggi. Da quasi vent’anni ormai”.
Antonio Bracco, ComingSoon.it

“Folle ritratto che, tra imprevisti con presunto tè verde, immancabili escort e vaghi riferimenti al berlusconismo, prosegue a dovere – e con la giusta dose di risate – quanto raccontato nel non inferiore lungometraggio precedente; rispetto al quale, però, questo secondo capitolo sfoggia un ritmo decisamente più incalzante e un look meno teatrale e maggiormente legato all’universo cinematografico.
Senza dimenticare di comunicare in maniera fortunatamente divertita che l’Italia, ormai, non possieda altro che i connotati di un Paese ingovernabile se non tramite quell’amore che, in realtà, altro non rappresenta che una delle tante forme di camuffamento della inarrestabile e sempre più dilagante corruzione”.
Francesco Lomuscio, FilmUp.com 

 

 


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