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“Django Unchained”: il western secondo Tarantino

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Video dell’anteprima/red carpet a Roma con Quentin Tarantino, Samuel L. Jackson, Jamie Foxx, Kerry Washington, Christoph Waltz, Franco Nero, Ennio Morricone ed Elisa.

A quattro di distanza da “Bastardi senza gloria”, Quentin Tarantino torna al cinema con “Django Unchained”, mix di western ironico e blaxploitation ispirato allo spaghetti western di Sergio Corbucci, con cui però non ha nulla in comune.

Ambientato nel sud degli Stati Uniti due anni prima dello scoppio della Guerra Civile, “Django Unchained” ha per protagonista uno schiavo nero che viene salvato da un cacciatore di taglie di origine tedesca (il dott. Schultz), che gli promette la libertà in cambio del suo aiuto per trovare due assassini su cui pende una grossa ricompensa. Il loro rapporto però si evolve e, dopo aver compiuto la missione, Schultz decide di affiancare Django nella ricerca della sua amata moglie, venduta come schiava.
Ancora una volta il regista statunitense raggruppa un cast eccellente che comprende i nomi di Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, lo straordinario Christoph Waltz e l’irriconoscibile Samuel L.Jackson, notevolmente invecchiato per il ruolo. In un ironico cameo anche l’originale Django, Franco Nero, protagonista della scena più divertente del film (insieme a quella sul Ku Klux Klan).

Lontano dai fanatismi che caratterizzano questo regista di indubbio talento, seppure amato dalla sottoscritta, non si può considerare “Django Unchained” alla stregua dei  precenti film di Tarantino, che risulta discreto se paragonato al resto della sua filmografia, poiché non raggiunge i livelli di film cult come “Le Iene”, “Pulp Fiction” e “Kill Bill” (sebbene si tratti di un genere diverso), né la potenza e la vitalità di “Bastardi senza Gloria”. Con quest’ultimo “Django Unchained” presenta dei punti compositivi comuni, che vanno dalla stessa struttura narrativa al racconto di un tema serio in modo faceto; se nel primo viene messo al rogo il nazismo, nel secondo viene ucciso a pistolettate il razzismo.
“Django Unchained” è certo un film complesso che parte dal genere cinematografico americano per eccellenza, il western, per raccontare in qualche modo la storia dell’America, riscrivendola, parodiandola e mantenendo quelle che sono le caratteristiche del cinema tarantiniano: violenza, splatter, verbosità e citazionismo. A penalizzare l’opera è anche qualche lungaggine: mezz’ora in meno rispetto alle  2 ore e 45 di durata avrebbe certo giovato alla compattezza.

Come sempre irresistibile nel cinema di Tarantino la colonna sonora, che mischia le musiche originali degli spaghetti western all’hip-hop e al funky e comprende il refrain di Luis Bacalov e quattro brani di Ennio Morricone, di cui uno cantato in italiano da Elisa.

Candidato a 5 premi Oscar e vincitore di due Golden Globes (per la sceneggiatura e per il miglior attore non protagonista, Christoph Waltz), “Django Unchained” è nelle sale dal 17 gennaio dsitribuito da Warner Bros in 500 sale.

N.B.: anche stavolta Tarantino si concede un cameo.

ALCUNI COMMENTI DELLA CRITICA:

Gianluca Arnone, Cinematografo.it
“Il nuovo film di Tarantino è un western ironico e morale, meno compatto diBastardi: Christoph Waltz e Samuel L. Jackson mostruosi”.

Marianna Cappi, MYmovies.it
“Un’opera impeccabile, in perfetta continuità stilistica e tematica con la precedente, ma lontana dalle sperimentazioni del passato di Tarantino”.

Marco Triolo, Film.it
“Come sempre nel cinema del regista di Pulp Fiction, Django mette in scena le performance incendiarie di un gruppo di attori assolutamente in palla. Christoph Waltz è una conferma – anche se praticamente rifà lo stesso personaggio di Bastardi senza gloria – Jamie Foxx è un Clint Eastwood nero che sorprende per la sua quieta potenza e Leonardo DiCaprio finalmente si ritaglia una parte diversa dal solito eroe tormentato. Ma la vera sorpresa è Samuel L. Jackson, impegnato nel suo ruolo migliore da una decina di anni a questa parte: il suo Stephen è un capo schiavo claudicante e tremolante, ma insospettabilmente sottile e maligno. Tarantino rinuncia alla sua solita struttura a episodi, ma ne adotta una comunque inusuale che si divide in quattro atti, anziché i tre canonici, con uno scontro finale che arriva dopo una prima resa dei conti già colossale. Non mancano svariate lungaggini, specialmente nella seconda parte, quando Foxx e Waltz giungono nella piantagione e incontrano DiCaprio, ma nel complesso il ritmo tiene e il film diverte. Non siamo purtroppo ai livelli di Bastardi senza gloria, ma era francamente impossibile replicare dopo un tale capolavoro”.

Federico Gironi, ComingSoon.it
“Su un canovaccio pressoché identico a quello del precedente, e assai più riuscito, Bastardi senza gloria, Tarantino ha costruito un western tutto di testa, privo di fango e sudore e dal sangue grottescamente iperrealista, dove sono il meccanismo e la strizzata d’occhio a dominare i toni di una sceneggiatura letterariamente sempre notevole, ma a tratti inutilmente prolissa.
Forse perché, come accade al King Shultz che scommetteremmo essere l’unico possibile alter ego del regista nel film, lasciar andare la pancia Tarantino teme possa portare all’errore fatale.
Eppure quell’errore, quel non saper resistere del personaggio di Waltz, appare davvero il momento più significativo e liberatorio, nella sua prevedibilità, di tutto un film che pare non volersi mai concedere un attimo di distrazione da sé stesso. E che diventa maniera quasi fuori (dal) tempo”.

 

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