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“Il Cecchino”, Placido poliziesco emigra in Francia

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Due giovani sceneggiatori, Cédric Melon e Denis Brusseaux, scrivono un poliziesco di stampo francese, che a Parigi si chiama più elegantemente “polar”. Amano il cinema italiano, sono rimasti affascinati dal “Romanzo criminale” di Michele Placido e vorrebbero lui come regista. Il cast comprende attori del calibro di Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz e Olivier Gourmet, il produttore Fabio Conversi ne acquista i diritti e Placido, che di fronte alle sfide non si tira mai indietro, accetta. Così nasce “Il Cecchino”, produzione italo-belga-francese che in Francia ha incassato più di 3,5 milioni di euro (ne è costato 14), ora nelle sale italiane con 01.

Il film mescola poliziesco d’azione, horror e mélo. Il capitano Mattei (Auteuil) sta per arrestare una banda di rapinatori di banche, ma l’operazione viene guastata da un cecchino (Kassovitz) che, appostato su un tetto, comincia a fare mattanza di poliziotti. Il ferimento di uno dei criminali (Luca Argentero) costringe la gang a cambiare i propri piani e a rifugiarsi nello studio di un medico corrotto (Gourmet). Segue una caccia all’uomo tra Mattei e il cecchino, che assume i contorni di vendetta personale (il figlio del poliziotto è morto in Afghanistan, dove pare si trovasse anche il tiratore scelto), oltre alle vicende della banda che coinvolgono due donne (Violante Placido e Arly Jover) e si fanno sempre più intricate.

La prova non era facile: si trattava di confrontarsi con un pacchetto già pronto comprensivo di ottimi attori dalla personalità forte, quindi non facili da dirigere. Placido l’ha affrontata al massimo delle sue forze, utilizzando la lunga esperienza di interprete, nonché di ex poliziotto che si è spesso trovato al confine tra il bene e il male. Il risultato è un’opera di genere ben fatta con una decisa componente adrenalinica, soprattutto nella prima parte, ma dove si avverte l’intervento di tante teste. Se personaggi e azione lasciano il segno, lo stesso non si può dire della sceneggiatura, che non riesce ad amalgamare tutti gli ingredienti.

Placido si conferma un ottimo professionista, capace di confezionare un prodotto cinico, spettacolare e violento (come probabilmente gli è stato chiesto), che a tratti ricorda lo specialista dei polar Jean-Pierre Melville o anche il più recente Olivier Marchal (36 Quai des Orfevres). Piacerà agli amanti del genere, dispiacerà a chi si aspetta di ritrovare quell’anima storico-politica che ha fatto il successo di film come “Romanzo criminale” o “Il grande sogno”. Un avvertimento: le scene di sangue sono piuttosto potenti, se ne sconsiglia la visione ai facilmente impressionabili.

ALCUNI COMMENTI DELLA CRITICA:

Paolo D’Agostini, la Repubblica
L’aspetto più interessante del film “Il cecchino” risiede nel fatto che dal nostro attore e regista c’è sempre da aspettarsi qualcosa: Michele Placido non ha mai paura di mettersi alla prova.

Federico Pontiggia, Cinematografo.it
Chiamato Oltralpe sulla scia di Romanzo criminale, Placido ricorda quello, pensa a Melville e guarda a Olivier Marchal (36 Quai des Orfevres, L’ultima missione): un polar senza infamie e qualche lode, con fotografia grigio-bluastra di Arnaldo Catinari, azioni ben girate, ma troppe sottotrame e ferraglia nello script. La trasferta dai cugini – ci tornerà presto con L’innesto da Pirandello – fa bene al nostro, e lo aiuta a schiarirsi le idee: Placido è un buon professionista del cinema di genere. L’ha detto lui stesso, e gli fa onore: l’autorialità non è di tutti e, soprattutto, non è una garanzia.

Marzia Gandolfi, MYmovies.it
Volti imposti (dalla produzione) ma decisivi a nobilitare e a compensare un materiale narrativo ‘fiorito’ e poi annegato nell’omologazione a uno schema già masticato. Placido, da par suo, fa quello che può senza sfuggire la medietà delle sue prove da regista ma dimostrandosi più efficace come ‘interprete’ che come autore. Il regista assume fin dall’entrée il punto di vista del cecchino, scegliendo una posizione dominante ed elevata e lasciando sostanzialmente ciechi e parzialmente informati gli altri personaggi, sedotti da un inferno meno infernale di quello di Olivier Marchal, a cui Il cecchino allude, giocando la carta dei ‘reduci’ e dell’esplosa realtà contemporanea (…) La regia di Placido si mette al servizio dei soli interpreti, qualche volta con buona resa scenica, limitandosi per il resto a una generica descrizione d’ambiente, a rimandi convenzionali, lontani, troppo lontani da qualsiasi mitologia di quartiere.

Luciana Morelli, Movieplayer.it
Abilissimo dietro la macchina da presa nelle scene action, Placido perde i colpi quando si tratta di amalgamare le diverse fasi della narrazione, le sottotrame (troppe) e le singole evoluzioni dei personaggi coinvolti non riuscendo a sopperire alla lacuna più grande dell’opera, una sceneggiatura priva di centralità e di equilibrio.

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