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“L’intrepido” mestiere da rimpiazzo di Antonio Albanese

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Arriva nelle sale il primo dei tre film italiani presentati alla 70. Mostra del Cinema di Venezia: “L’intrepido” di Gianni Amelio con protagonista assoluto Antonio Albanese.

In un paese dove la disoccupazione ha raggiunto livelli altissimi, Antonio Pane, senza più un lavoro, per vivere si mette a fare il rimpiazzo di chi si assenta dal proprio posto per giorni o anche solo per qualche ora. Da operaio a tramviere, da pupazzo in un centro commerciale a sguattero in un ristorante fino a pony express, l’uomo si accontenta di poco e non lo fa per soldi ma perché, dice, c’è bisogno di tenersi in forma e di non lasciarsi andare in un momento di crisi buia. Una crisi che spaventa anche chi possiede un enorme talento come Ivo, talentuoso  sassofonista ventenne figlio di Antonio, o chi tenta ancora di farsi strada nella vita, come Lucia, ragazza fragile che il protagonista incontrerà ad un concorso pubblico.
Nel cast anche Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli e i giovani esordienti Livia Rossi e Gabriele Rendina.

Cucito su Antonio Albanese, il protagonista rimanda a Charlot e, soprattutto, a “Tempi Moderni” (nella scena della lavanderia e stireria). Con “L’intrepido” (titolo di un celebre settimanale per ragazzi) Amelio cambia registro, mescolando dramma e commedia nel seguire le gesta di un uomo qualunque che, proprio come in un fumetto, è in grado di compiere qualsiasi mestiere e affrontare le avversità sempre col sorriso sulle labbra.

Stroncato dalla maggior parte della critica italiana che lo ha visto a Venezia e tacciato di buonismo, “L’intrepido” è un film che non brilla nella filmografia di Amelio ma che comunque emoziona e regala la buona interpretazione di Albanese. A non convincere sono i luoghi comuni snocciolati e le parti relative ai giovani personaggi in crisi che risultano appena abbozzati e privi di spessore.

“L’intrepido” è nelle  sale dal 5 settembre distribuito da 01.

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TRAILER

L'Intrepido - Trailer Ufficiale

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ALCUNI COMMENTI DELLA CRITICA:

Natalia Aspesi, la Repubblica
(…) La forza del film sta nella inedita visione di Milano (compresi i vecchi tram che purtroppo non circolano più) e naturalmente nella pacata, poetica, presenza di Albanese e nella sua voce gentile, tranquilla, che una volta sola, in un momento di fatica e sperdimento, si trasforma finalmente in un grido di impotenza.

Fabio Ferzetti, Il Messaggero
(…) L’intrepido di Gianni Amelio cerca di guardare con occhi nuovi ciò che abbiamo davanti da tanto di quel tempo da non farci neanche più caso (…) Solo che a forza di digressioni, giocate per giunta su registri sempre diversi, con bruschi salti di tono e di coerenza, L’intrepido si impantana in una struttura inutilmente complicata che non dà mai vero spessore ai personaggi principali (…).

Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa
(…) il film parte con un elegante stile da strip che permette al bravo Albanese di giocare su una cifra essenziale e stilizzata a lui congeniale, ma la sceneggiatura non sostiene la scelta fino in fondo, introducendo temi narrativi (l’incontro sentimentale con una ragazza depressa e il rapporto d’affetto con un figlio troppo fragile) che anche per l’inesperienza dei giovani interpreti, risultano deboli e poco convincenti.

Alberto Crespi, l’Unità
L’intrepido è un film fatto per le persone – non per la “gggente”, indipendentemente dal numero delle “g”. Bisogna avere cuore, per entrarci.

Paolo Mereghetti, Il corriere della sera
Gianni Amelio con L’intrepido (…) pedina (zavattinianamente?) la realtà sperando che ci regali “da sola” qualche scampolo di verità (…) il film non “cresce” mai, inanella situazioni che sembrano vivere solo della bella fotografia di Luca Bigazzi, finisce per “incartarsi” nella rassegnazione di Antonio.

Valerio Sammarco, Cinematografo.it
Albanese tuttofare per la “fiaba moderna” di Amelio: buone le intenzioni, discutibile la resa.

Giancarlo Zappoli, MYmovies.it
Amelio ci ricorda quanto possa essere difficile, quando non addirittura tragico, vivere il presente, in particolare per le nuove generazioni. In questo trova un valido supporto nella sempre intensa fotografia di Luca Bigazzi (…) e nella recitazione di Albanese che sembra sfiorare la realtà nel timore, forse inconscio, di finirne contaminato. Tutto questo però viene periodicamente indebolito da una sceneggiatura che, oltre a mettere in bocca ad alcuni personaggi frasi di scarsa credibilità in un dialogo tra semisconosciuti (“Io tifo per i tifosi” ad esempio), abbandona a se stessa delle situazioni, quasi costituissero soltanto dei pretesti per creare delle connessioni tra i personaggi ma che non avessero valore in sé (…).

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