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Freud, Jung e Sabina: quel “dangerous method” versione Cronenberg

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Un mènage à trois in bilico tra rispetto delle “norme” e abbandono agli istinti più animaleschi. Non il classico triangolo fatto di sotterfugi e bugie, ma qualcosa di più sottile e raffinato che, avanzando sul filo segreto dell’inconscio, adotta come arma principale la straordinaria potenza del dialogo. E non il triangolo comune: è dell’intreccio amoroso-intellettuale tra il professor Sigmund Freud, il dottor Carl Gustav Jung e la giovane ebrea Sabina Spielrein, prima malata di isterismo e amante di Jung, poi apprezzata psicanalista, che stiamo parlando. “A dangerous method” del canadese David Cronenberg (“La promessa dell’assassino”, “A History of violence”), già passato alla 68ma Mostra del Cinema di Venezia e adesso nelle sale con Bim, descrive tutto questo con abile maestria evitando i facili tranelli del “biopic” e interessando fino alla fine non solo per la materia di per sé stimolante, ma anche (e soprattutto) per la perfezione stilistica e la profondità con cui tale materia è trattata.

Scritto dal premio Oscar Christopher Hampton che l’ha adattato dal suo testo teatrale “The talking cure”, il film ci riporta alla vigilia della Grande Guerra. Un’urlante Sabina (l’affascinate Keira Knightley) viene trascinata nell’ospedale Burgholzli di Zurigo e sottoposta alle più orrende pratiche dell’epoca (elettroshock, bagni gelati, ecc.): solo quando la prende in cura il ventinovenne Jung (Michael Fassbender), che su di lei sperimenta il “metodo pericoloso” del titolo, la ragazza comincia a dare segni di miglioramento. Jung scrive a Freud (Viggo Mortensen) chiedendogli consiglio e il “padre” della teoria delle parole glielo dà. Viene fuori l’infanzia di Sabina che, maltrattata dal padre violento, ora si eccita ogni volta che un gesto o un comportamento la riportano indietro nel tempo. La scoperta conferma le teorie di Freud sul rapporto tra sessualità e disordini di carattere mentale ma c’è un problema: per il lungimirante Jung, sposato alla ricca e incinta Emma (Sarah Gadon), Sabina non è più solo una paziente. Che fare? Rispettare la deontologia professionale o prendersi la bella ragazza?

Il rapporto epistolare tra i due medici, intanto, si fa sempre più intenso e oltre ai preziosi consigli, Freud manda a Jung il “pericoloso” Otto Gross (Vincent Cassel), psichiatra anche lui ma psicopatico, sostenitore della poligamia e nemico acerrimo di ogni forma di morale. Il suo motto è “non reprime mai nulla”, sarà lui a spingere il fragile dottore tra le braccia di Sabina. Medico e paziente intrecceranno una “liaison dangereuse” (tra le scene la Knightley carponi e seminuda che si prende le sculacciate da Fassbender in occhialini), ma a un certo punto Jung ha paura: la moglie sospetta, se la verità viene fuori può arrivare la rovina professionale e lui decide di troncare. Da Sabina ci si aspetta una ricaduta nella follia e invece no: lei è una mente brillante, si è laureata in psicoanalisi e si è fortificata, a tal punto da inserirsi nel rapporto professionale e umano (già alla frutta) tra Freud e Jung. Anche il “maestro” sarà sedotto dall’intelligenza (e non solo) della ragazza, ma tra loro non ci sarà mai nulla. Fuori dal film Sabina diventerà un pioniere della psicologia infantile, i documenti ritrovati negli anni ’70 proveranno la sua forte influenza sul pensiero degli illustri maestri, anche se nella storia della psicoanalisi a stento viene ricordata. Riuscirà persino ad avere una vita normale: si sposerà e avrà due figlie ma morirà con loro nel 1941, fucilata dai nazisti nella sinagoga di Rostov, in Unione Sovietica.

Tornando alla finzione, a Venezia i tanti fan di Cronenberg si sono divisi: alcuni l’hanno amato per essersi confermato “grande narratore e grandissimo direttore d’attori”, altri sono stati spiazzati per non aver ritrovato quella rappresentazione estrema e allucinante della realtà che lo ha reso uno degli autori più quotati al mondo. Come la si pensi “A dangerous method” è indubbiamente un bel film, che prende per una buona serie di ragioni. A sedurre sono prima di tutto i dialoghi: non si era mai vista una pellicola in cui si parla così tanto e dove temi come l’interpretazione dei sogni, l’Io e l’Es, il transfert, le pulsioni sessuali e tutto il resto vengono scandagliati così bene. Ovviamente Cronenberg ha tratto vantaggio dagli ottimi ingredienti di base – storia intrigante, sceneggiatura impeccabile e tre attori di sicuro appeal – e però la ricetta non può riuscire se non si è in grado di combinare tutti gli elementi nelle giuste dosi.

Non è questo il caso. Qui ogni pezzo del puzzle si incastra perfettamente con l’altro: dai colori delicati di scene e costumi alle inquadrature semplici e autentiche, fino all’attenzione meticolosa per i particolari dell’epoca, tutto è lì per sostenere attori e dialogo. Il risultato è un contrasto originale tra il ritratto estremamente freddo della superficie e l’evolversi delle passioni violente che pulsano in profondità, per descrivere un mondo dove tutto è teso a controllare (invano) le pulsioni indicibili di chi lo abita. Allo spettatore resta una storia di esseri umani che, cercando di allontanare i propri pazienti da comportamenti “folli”, si rendono conto di quanto certe “norme” siano assurde e che loro stessi, come tutti noi, prima o poi devono fare i conti con i propri istinti. A Jung, che preferisce zittire gli impulsi più selvaggi e però sarà colto da una lunga crisi depressiva, è affidata la frase chiave: “talvolta bisogna compiere qualcosa di imperdonabile per continuare a vivere”.

Alcuni commenti della critica:

“Rubando il mestiere ai due pionieri della psicoanalisi, Cronenberg usa il cinema come strumento analitico, per far emergere quello che si vorrebbe nascondere o dimenticare (…) e alla fine il messaggio arriva forte e chiaro”.
Paolo Mereghetti, Corriere della Sera

“David si conferma un grande narratore e grandissimo direttore d’attori (Keira Knightley sembra nata per la parte, Viggo Mortensen è un Freud plausibilissimo e il muscolare Michael Fassbender suggerisce bene il nevrotico arrivismo di Jung)”.
Giorgio Carbone, Libero

“A dangerous method è un grande film a metà, che si vede con inesausto interesse per l’argomento ma lascia una persistente sensazione di incompiutezza”.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

“Sul filo dell’esercizio di stile, Cronenberg conduce lo spettatore dentro una disputa teorica agli albori della psicoanalisi che si muta, passo dopo passo, in una sorta di spogliarello morale (…) Viggo Mortensen è miracoloso nell’incarnare ‘il padre della psicoanalisi’ senza farne una macchietta, anzi restituendone grandi visioni e piccole meschinità”.
Michele Anselmi, il Riformista

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