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“Margin Call”, inizio di una crisi planetaria

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Le prime scene di “Margin Call” ci mostrano decine di colletti bianchi che escono dai grattacieli di Manhattan con uno scatolone in mano. La memoria corre all’autunno del 2008, quando i licenziamenti cominciavano ad abbattersi sugli uffici di Wall Street: era solo l’inizio di una crisi planetaria che avrebbe sconvolto la storia economica e sociale dell’Occidente. L’opera prima di J.C. Chandor (arrivata nelle sale statunitensi nel 2011 e adesso in Italia con 01) ricostruisce i fatti che hanno portato allo tsunami economico-finanziario di cui stiamo ancora pagando le conseguenze, ovvero cosa è avvenuto nelle 24 ore precedenti al fallimento della banca di investimenti da cui tutto è partito. Il riferimento a “Lehman Brothers” è chiaro: si parla di quella ristretta cerchia di manager superpagati che all’alba di un famoso 15 settembre, senza porsi problemi etici e anzi comportandosi come se tutto rientrasse nella normalità, hanno decretato la rovina di milioni di persone (sono note le successive bancarotte a catena, i miliardi di soldi pubblici elargiti a favore delle compagnie, i mutui volatilizzati e i tantissimi posti di lavoro bruciati).

L’azione ha inizio quando il capo dei risk analyst Eric Dale (Stanley Tucci) viene licenziato. Prima di lasciare l’edificio, consegna al giovane impiegato Peter Sullivan (Zachary Quinto) una pennetta usb con i documenti a cui sta lavorando. Dopo una rapida occhiata, il ragazzo scopre che la banca d’affari contiene una bolla gigante di “titoli tossici” (i cosiddetti subprime) che hanno da tempo superato i margini di sicurezza fissati dal mercato (da cui il titolo, che in economia indica “l’ordine perentorio” di coprire una perdita con ulteriori investimenti). La bolla sta per esplodere: appena accadrà, la compagnia accumulerà una quantità enorme di perdite che supereranno il suo valore in Borsa, e a quel punto il fallimento sarà inevitabile. Va deciso il da farsi nel più breve tempo possibile e cercando di ottenere il maggior numero di profitti.

Entrano in campo il controverso Sam Rogers (Kevin Spacey invecchiato ad hoc e bravissimo), che piange perché il suo cane sta morendo e intanto licenzia l’80 per cento dei dipendenti senza battere ciglio; l’uomo d’affari Will Emerson (Paul Bettany), disposto a tutto pur di moltiplicare i guadagni; lo spietato Jared Cohen (Simon Baker) e la sua collaboratrice Sarah Robertson (Demi Moore), che diventerà “il capro espiatorio degli azionisti”. Si parte dal basso della gerarchia, dal più “ingenuo” dei broker fino al grande capo del commando John Tuld (il nome fa il verso al reale Richard Fuld), interpretato da un feroce Jeremy Irons. Man mano che si sale i personaggi si fanno meno umani e più cinici. “Ci sono tre modi per andare avanti in questo campo – dice Tuld – essere i primi, essere i più furbi o truffare”. Alla riapertura dei mercati ognuno venderà quel che può, raggirando amici, conoscenti e parenti, perché “da questo casino si faranno un sacco di soldi” e poco importa se sarà un “bagno di sangue”.

Utilizzando la conoscenza approfondita del mondo dell’alta finanza (il padre ha lavorato per 30 anni alla Merrill Lynch), Chandor realizza un thriller coinvolgente che deve gran parte della sua riuscita a un ottimo script, dal ritmo compulsivo e i dialoghi taglienti (non a caso vanta una lunga permanenza nella Black List hollywoodiana del 2010, oltre alla nomination agli Oscar 2012), e alla coralità di un cast stellare dove ognuno fa la sua (straordinaria) parte. Pur essendo un film indipendente, “Margin Call” non sfigura al cospetto delle grandi produzioni americane: visibile è la cura per le inquadrature e i dettagli, interessante il punto di vista del regista che riesce a denunciare senza giudicare. Chandor individua subito i responsabili ma li tratta sempre da essere umani. In questo senso, il dialogo tra l’analista navigato e il novizio sconvolto dalla spregiudicatezza dei capi è tra i più felici: descrive due modi di pensare e due diverse scale di valori, eppure entrambi i personaggi sono colpevoli. E’ successo a Wall Street nel 2008, continua a succedere oggi nei mercati finanziari di tutto il mondo, nelle piccole aziende e nella vita di tutti i giorni. E chi non si adegua è destinato a soccombere. Alla fine il messaggio che passa è il sempreverde “Mors tua vita mea”: siamo sicuri che al posto loro avremmo agito diversamente?

Alcuni commenti della critica:

“L’operazione mi pare riuscita. Lo stile cinematografico può risultare ‘minimal’, ma è esattamente il compito che questo film si prefigge. (…) Chandor si concentra su pensieri e parole di un microcosmo referenziale che il mondo neanche vede, ma che al mondo farà pagare il prezzo della sua volatilità morale e della sua disonestà professionale”.
Massimo Giannini, la Repubblica

“Non è solo finzione, e lo sappiamo bene, perché il thriller dell’esordiente J.C. Chandor è più vero del vero: tutto in un gelido acquario, in 24 ore o poco più, e a terra rimane l’umanità, pugnalata dall’ultracapitalismo”.
Federico Pontiggia, il Fatto Quotidiano

“Margin Call è una pellicola nervosa e coinvolgente, a tratti spietata, che affronta un tema scottante come quello del crack economico del 2008 fugando ogni possibile rischio di noia grazie alla scelta di puntare tutto sulla struttura corale”.
Valentina D’Amico, Movieplayer.it

“Con la fluidità del cinema di denuncia di alto livello Margin Call riesce a farci comprendere come il destino di miliardi di persone finisca con il concentrarsi nelle mani di pochi. È nello stupore del giovane Peter come nell’amarezza di segno diverso dei veterani Sam ed Eric che leggiamo l’amara verità dei nostri tempi”.
Giancarlo Zappoli, MYmovies.it

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