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“Spring Breakers”: la trasgressiva vacanza di 4 bad girls in bikini tra sesso, alcol e droga

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Lo spring break (ovvero la pausa di primavera) è una settimana di vacanza che tradizionalmente hanno in quel periodo molti studenti degli Stati Uniti (e di alcuni altri paesi) che si recano in località turistiche. Il relax però non è l’unico ingrediente di questa vacanza, caratterizzata da sesso, alcol e a volte anche droga.

Il regista Harmony Korine racconta la storia di quattro ragazze sulla via dell’edonismo disposte a tutto pur di fare uno spring break da sballo, persino a compiere una rapina. Giunte a destinazione, dopo una notte di droga e alcol, le ragazze vengono fermate dalla polizia mentre sono in auto e portate davanti ad un giudice. La loro cauzione viene inaspettatamente pagata da un noto criminale del posto che le prende sotto la propria protezione facendogli vivere una vacanza indimenticabile.
Nel cast Selena Gomez, Vanessa Hudgens, Ashley Benson, la moglie del regista Rachel Korine ed un irriconoscibile James Franco.

Il film non dà una visione moralistica, anzi trascina in un vortice di perdizione lo spettatore e lo fa in maniera pop, colorata (grazie anche ad una bella fotografia), divertita ma non divertente, ed estremamente libera. Il limite del film di Korine è che tutto, risultando vuoto, annoia presto e facilmente e non aiutano certo le insistenti scene da selvaggi adolescenti in calore e le continue ripresa di tette e fondoschiena (quando si dice un film di sostanza si intende ben altro) che fanno assomigliare il film ad uno dei trash video hip-hop trasmessi da Mtv. Scene tutte uguali, kitsch ed eccessive, finiscono per rendere interminabile un film che dimostra una durata percepita superiore a quella dei circa 90 minuti effettivi.

Unica salvezza della pellicola è il ruolo del criminale interpretato da James Franco, specialmente in un indimenticabile sequenza in cui suona al piano “Everytime” di Britney Spears, accompagnato dalle ragazze.

Presentato in concorso all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Spring Breakers” è nelle sale dal 7 marzo distribuito da Bim in 230 copie.

ALCUNI COMMENTI DELLA CRITICA:

Federico Gironi, ComingSoon
Cupo, scomodo e disturbante, Spring Breakers è una Messa di Requiem del Sogno Americano a colori fluo e ritmo hip-hop. Eppure, Harmony Korine non rinuncia all’ironia, che è forse l’unico salvagente rimastoci, e fa ridere amaramente il suo spettatore come mai prima d’ora.

Federico Pontiggia, Cinematografo
Sono le Charlie’s Angels 2.0, le  piatte Vixen del Terzo Millennio, e la loro vendetta prende per i fondelli l’American Dream: chi lo vive, accumulando a lot of stuff come Mazzarò, è destinato a soccombere, ma alle spalle ha già un sostituto, anzi, due. Coloratissimo, ultrapop e nichilista per congruenza all’oggetto, un film che esibisce corpi, baci saffici, seni al vento, ma dove non si consuma nulla, nemmeno il sesso, perché tutto è già stato consumato.

Daria Pomponio, Radio Cinema
Con immagini ipnotiche e ammalianti, fotografate splendidamente in 35mm, Korine ci introduce in un universo reale eppure onirico, proseguendo la sua indagine sull’ “estetica del brutto” (caretteristica dei suoi primi film) e allargandola stavolta alle nuove forme auto-rappresentative della cultura popolare americana (prevalentemente quelle dei gangsta rapper). L’obiettivo è riportare alla luce i principi primordiali della cultura statunitense: soldi, sesso e armi. Quasi fossimo in un western archetipico, che ritrae la frontiera prima dell’arrivo della “Legge” e dunque con essa della corruzione, Spring Breakers – Una vacanza da sballo mostra un mondo solo apparentemente depravato, ma in realtà puro, innocente – l’adolescenza – e destinato a finire presto.

Ilaria Feole, Film Tv 
Non è per un divertissement che Korine manda tre reginette della fascia protetta allo sbaraglio in ogni genere di situazione scabrosa: non è uno sterile tentativo di rifare Assassini nati. Natural Born Killers ai tempi di YouTube, piuttosto uno speciale di Jersey Shore diretto da Terrence Malick. L’estetica di Mtv portata alle estreme conseguenze, spettacolo fastidiosamente attraente, così privo di scopo che non puoi smettere di guardare. Irresistibile narrazione, ellittica e onirica, del Niente, intrattenimento puro che smonta le forme dell’intrattenimento televisivo, Spring Breakers sarà amato dagli stessi fruitori delle vacanze da sballo che dipinge impietosamente. Quando James Franco dice di chiamarsi Alien perché ‘non è di questo pianeta’, crede di impressionare le giovani pupille, ma non sa di affermare una triste verità: il pianeta è loro, lui è solo un ospite che ancora crede a un briciolo di romanticismo.

Marzia Gandolfi, MYmovies
In Spring Breakers la forma interpreta il contenuto, traducendo in fascinazione visiva e trasformando in esperienza estetica le pratiche ricreative di adolescenti in bikini e posa plastica. Dentro un’illuminazione antinaturalistica, che avvia un’esplorazione visiva, visionaria e allucinatoria, Korine ‘fa bello’ il lato oscuro che la trasgressività (e la deficienza) portano con sé. Il suo team letale e narcisista, che ha perso le ali e l’intenzione del volo dietro a una canzone di Britney Spears, che è affetto da ipertrofia verbale e svuotato citazionismo, affronta la realtà come un videogame ‘sparatutto’, condotto da un cattivo senza appeal, senza denti, senza causa.

Mauro Corso, FilmUp.com
Se l’intento è quello di attirare e respingere, la parte in cui si dovrebbe allontanare il pubblico non funziona e non si riesce neppure ad ottenere un coinvolgimento pieno. Da questo punto di vista l’intento del regista semplicemente non riesce. James Franco merita poi un discorso a parte. La sua performance in questa pellicola raggiunge i minimi storici non tanto perché il suo personaggio sia una grottesca macchietta, quanto perché lui è del tutto privo di credibilità in quel ruolo. Se poi dietro a questo c’è un’intenzionalità, allora siamo arrivati a nuove bassezze sull’idea del lavoro dell’attore. Ad aggiungere al danno la beffa, questa pellicola è stata presentata in concorso al 69 Festival di Venezia. Probabilmente è questa l’unica vera provocazione di questa “opera”.

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