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“La più lunga ora” all’Eliseo con Vinicio Marchioni, Milena Mancini e Ruben Rigillo

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Sarà in scena al Teatro Piccolo Eliseo di Roma dal 3 al 21 maggio “La più lunga ora – Ricordi di Dino Campana, poeta, pazzo” con Vinicio Marchioni, Milena Mancini e Ruben Rigillo. Uno spettacolo scritto e diretto da Vinicio Marchioni.

Dino Campana. Un poeta, un pazzo, un viaggiatore, un manesco, un intellettuale, un uomo che ha fatto mille mestieri. Campana che scrive Canti Orfici, la sua unica composizione poetica che ha illuminato la letteratura europea del Novecento. Campana, che Carmelo Bene definiva il suo poeta preferito, riscrisse i Canti Orfici a memoria, sforzo che ha definitivamente piegato il suo già precario equilibrio mentale, dopo che due editori di Firenze avevano perduto il manoscritto originale. Campana conclude la sua esistenza nel manicomio di Castelpulci a Scandicci, nel 1932, dopo quattordici anni di internamento.

Cosa fa un poeta, un viaggiatore, un malato di schizofrenia o più semplicemente un uomo che ha vissuto e scritto come Dino Campana, in un manicomio per tanto tempo? Come fa un uomo a sopravvivere a se stesso e alla propria esistenza rinchiuso in un manicomio per tanti anni? “Essere è essere percepiti” scriveva Beckett. Si vive attraverso lo sguardo degli altri e, quando gli altri non ci guardano più, si ha solo la possibilità di raccontare la propria storia a se stessi, per assicurarsi o illudersi che quella storia sia esistita realmente. Non certo uno spettacolo di ricordi intellettuali o aneddotici quindi, ma uno spettacolo-concerto per voci e musica attraverso il cuore di Campana mentre cerca di ridirsi la vita, di ri-viverla, di ri-metterla in scena per non perdere la memoria di se stesso. Come a memoria ha riscritto il suo capolavoro perché “se lo riscrivevo potevo esistere”.

Dalla sua memoria emerge anche la figura di Sibilla Aleramo, poetessa, donna dalla vita altrettanto burrascosa e drammatica. Emergono i suoi ricordi personali di donna intrecciati a quelli dell’amato Dino per Alda Merini “innamorati del proprio dolore”. Per scoprire che non c’è nulla che possa far morire l’istinto alla poesia in ognuno di noi. Per provare a dire, come Campana, che solo la poesia salverà il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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