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Giuseppe Zeno: “Parlare di camorra è un tabù solo in Italia. La serie racconta la realtà”

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Intervista al boss del “Clan dei Camorristi”.

Continua il successo della serie televisiva “Il Clan dei Camorristi”, per la regia di Alessandro Angelini e Alexis Sweet, in onda ogni venerdì in prima serata su Canale 5. Nella fiction Francesco Russo, detto O’ Malese, è interpretato da Giuseppe Zeno che ha l’importante ruolo di un boss camorrista, argomento che ha creato non poche discussioni. “Non è una fiction di genere ma è un vero e proprio spaccato della realtà e credo che il pubblico abbia colto correttamente il messaggio (…) Ci siamo fatti mille domande e sentivamo che, interpretando questi ruoli così delicati, avevamo una grande responsabilità, in termini di valori da trasmettere”.

Tra gli interpreti, oltre a Zeno, anche Stefano Accorsi, Claudia Potenza, Massimo Popolizio, Francesco Di Leva e Francesca Beggio.

“Il Clan dei Camorristi” sta ottenendo ottimi ascolti. Che idea ti sei fatto e come pensi stia rispondendo il pubblico?
Il pubblico sta rispondendo molto bene perché ha inteso l’argomento. Non si tratta di una fiction di genere ma di un vero e proprio spaccato storico che sfiora la realtà. Molte persone hanno vissuto veramente quello di cui si parla e penso che sia risultato chiaro a chi guarda. La rete ha creduto veramente tanto per averla posizionata nel palinsesto del venerdì sera, ma nonostante il posizionamento “difficile” sta ottenendo un buon esito. Mi chiedo che percentuale di share avrebbe raggiunto se fosse stata fissata in un altro giorno della settimana.

Pensi che per molti parlare di camorra sia ancora un tabù?
E’ un tabù solo in Italia. Noi non raccontiamo storie di fantasia di pistoleri napoletani. E’ uno spaccato storico in chiave romanzata e la realtà è anche più cruenta di come l’abbiamo raccontata noi. La serie è già abbastanza violenta ma da principio c’è stata l’intenzione di evitare immagini cruente. Abbiamo usato la sensibilità narrativa grazie all’ausilio di un’ottima sceneggiatura.

Quanto c’è di te nel personaggio che interpreti? Mi riferisco al carattere del personaggio ovviamente.
Fortunatamente davvero poco (ride, ndr), anche nell’indole. Siamo simili solo per appartenenza regionale, nel senso che siamo entrambi campani.

Come ti sei preparato?
Attingendo dal mio essere napoletano, appunto. Mi sono messo a disposizione del personaggio e soffermandomi soprattutto sui suoi aspetti negativi. Al contempo, ho voluto tirar fuori anche le sfumature psicologiche. Non solo il personaggio killer ma anche il suo lato imprenditoriale, disposto a seminare cadaveri per ottenere i propri interessi.

Hai incontrato difficoltà nell’interpretare questo ruolo?
Le difficoltà ci sono state all’inizio; ci siamo fatti 1.000 domande. In fondo, interpretando questi ruoli sentivamo di avere delle grosse responsabilità e temevamo di trasmettere dei valori sbagliati. Volevamo tirar fuori il fascino del “male”, il fascino delle armi, ma ci chiedevamo come evitare l’emulazione (specie nei confronti del pubblico più giovane). Ma è anche vero che determinate storie vanno raccontate nella loro spietata crudezza. La difficoltà più grande è stata forse quella di non renderlo una macchietta napoletana, soprattutto linguisticamente.

Hai dovuto sostenere un provino? Come è andata?
C’è stato solo un confronto con la produzione e il regista. Avevo da poco interpretato per un progetto targato Taodue un personaggio molto simile ma “più perdente”, qui non ho dovuto sostenere un vero e proprio provino; solo un confronto, appunto.

Ricopri sempre ruoli complessi. C’è un personaggio che ti piacerebbe interpretare o attraverso il quale metterti alla prova?
In verità, proprio in questi giorni mi sto preparando per interpretare il ruolo di Baudelaire a teatro, nello spettacolo “Il compleanno di Baudelaire” che andrà in scena il 27 e 28 febbraio al Teatro Nuovo di Napoli. Parliamo di un personaggio totalmente diverso ma altrettanto complesso; si passa sul piano della sensibilità, che in questo caso è all’ennesima potenza e piena di sfaccettature. Insomma, è una bella prova quella di interpretare il poeta maledetto per eccellenza.

Qual è il tuo sogno più grande?
L’augurio principale che faccio a me stesso è quello di seguire progetti sempre interessanti. Questo lavoro è un continuo “work in progress”, non puoi adagiarti mai. Fai un lavoro e lo dimentichi e ricominci da capo. Quindi spero proprio di continuare con cose interessanti. O magari di interpretare il personaggio del romanzo che ha scritto mio fratello, a patto che diventi un film ovviamente.

Hai voglia di cinema?
Il cinema mi stuzzica ma campare solo di cinema in Italia è impossibile. Amo il teatro e amo la tv. In Italia esiste l’abitudine di etichettare le persone, e questo vale anche per gli attori: attori di teatro, tv, cinema, etc. A me piacerebbe poter sperimentare e ammetto che sono pochi i registi italiani con i quali mi piacerebbe davvero lavorare.

Come è nata in te la determinazione a voler diventare attore?
Più che determinazione era una passione. Ho iniziato a fare teatro a scuola. Ero un ragazzo veramente timido e riservato e recitare riusciva a far sparire la mia parte timida. Nel corso degli anni, la recitazione si è rivelata molto utile per lavorare e combattere la mia estrema timidezza.

Prossimi progetti?
Sono impegnato nelle riprese di “Le mani dentro la città” per Taodue, in cui intepreto un ispettore di polizia al fianco di Simona Cavallari e ad aprile sarò in scena al Teatro Augusteo di Napoli con lo spettacolo “Un giorno da signora”, al fianco di Marisa Laurito. E’ una commedia musicale tratta da “Angeli con la pistola” (Pocketful of Miracles), un film del 1961, diretto da Frank Capra, remake del film “Signora per un giorno, del 1933, dello stesso regista.

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