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“Hysteria”, storia del vibratore tra rivoluzione e romanticismo

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Da strumento terapeutico che, nella bigotta Inghilterra vittoriana, serviva ad alleviare le pene delle donne affette da “isteria”, a gadget del piacere sessuale tra i più venduti nell’epoca contemporanea. Parlare del vibratore elettrico provoca ancor oggi imbarazzo e sorrisi: per questo l’arrivo di “Hysteria” (dal 24 febbraio nei cinema con BIM), commedia in costume che ne racconta la genesi, non poteva non suscitare una certa curiosità. Il film impasta rivoluzione e romanticismo, manifesto femminista e storia d’amore classica, in un divertissement che, nelle intenzioni della regista Tanya Wexler e del trio produttivo femminile – Sarah Curtis, Judy Cairo e Tracey Becker – vorrebbe andare al di là del semplice racconto biografico.

I fatti si svolgono negli anni ottanta dell’Ottocento, un’epoca ancora dominata da tradizioni antiquate ma in cui il nuovo comincia ad affacciarsi prepotentemente. Mentre la medicina continua a curare ogni tipo di malattia con purghe e salassi, la psichiatria sviluppa la teoria dell’isteria per definire una forma di nevrosi che colpisce soprattutto le donne e si caratterizza per i sintomi più disparati: pianto, ninfomania, frigidità, melanconia, ansia. A Londra, Mortimer Granville (Hugh Dancy), giovane e brillante medico licenziato dall’ennesimo ospedale perché fautore della moderna patogenetica, trova lavoro nello studio di Robert Dalrymple (Jonathan Pryce), esperto in “disturbi femminili” che cura l’isteria praticando massaggi prolungati là dove non batte il sole. Il vecchio dottore ha sempre una corposa fila di signore dell’alta borghesia fuori dalla porta e, dovendo un giorno lasciare la redditizia attività, individua nell’aitante giovanotto un valido erede, nonché un perfetto marito per la figlia Emily (Felicity Jones). Innamorato della ragazza ma attratto anche dall’altra figlia – la ribelle Charlotte (Maggie Gyllenhaal) che lo vorrebbe dedito a malattie più serie – grazie alla fissa per l’elettricità dell’amico Edmund (Rupert Everett), Granville si scoprirà inventore di un congegno elettromeccanico destinato a un glorioso futuro.

Manipolando la realtà dei fatti (il “Martello di Granville” fu inizialmente progettato per alleviare i dolori muscolari e lo stesso dottore non voleva che il suo nome venisse affiancato al successivo uso), gli sceneggiatori Stephen e Jonah Dyer giocano sul contrasto tra la serietà con cui l’esperto di isteria mette in pratica la bizzarra cura e il piacere “palesemente” sessuale delle pazienti. All’epoca si credeva che la donna non potesse raggiungere l’orgasmo senza la penetrazione maschile e, dunque, il “massaggio manuale” si spogliava di qualsiasi componente erotica ritenendosi forma terapeutica puramente neurologica. Insomma, un’intera convinzione morale giustificava tali pratiche agli occhi dei medici integerrimi e si dovrà aspettare fino al 1952, anno in cui l’ottusa teoria fu abbandonata, per capire che in realtà si trattava di casalinghe represse e sessualmente insoddisfatte. Le dirette interessate erano consapevoli? Probabilmente sì, perché proprio dall’equivoco nasce il divertimento.

Risate (tante) a parte, il film ha mire ambiziose: con la figura di Charlotte, suffragetta e socialista pioniera che abbandona gli agi dell’upper class per aiutare i poveri, Wexler tenta di dare forma cinematografica a una celebrazione del diritto femminile all’autonomia – oggi più che mai attuale – ma ci riesce solo a metà. L’happy end romantico finisce per superare l’intenzione impegnata e l’idea, che all’inizio appariva geniale, si perde nella solita commedia mielosa. Restano l’originalità del tema, l’allegra lievità con cui è trattato e la performance di un cast impeccabile, dove spiccano una spumeggiante Gyllenhaal (già candidata all’Oscar per “Crazy Heart”) e un irriconoscibile quanto esilarante Everett. Spassosi anche i titoli di coda.

Alcuni commenti della critica:

“Ben curato nell’ambientazione d’epoca e recitato da un eccellente gruppo di attori, il film resta nella superficie delle tematiche affrontate giocando più sul registro della commedia romantica che su quello della satira di costume, ma far ridere con leggerezza sulle paradossali conseguenze di un’ottusa sessuofobia resta comunque un bel risultato”.
Alessandra Levantesi Kezich, la Stampa

“Il pregio del film va ricercato nel tratteggio di un personaggio femminile che Maggie Gyllenhaal riesce a rendere con un buon mix di sana follia e, perché no, simpatica ‘isteria’: femminista socialista ante litteram, la sua Charlotte – insieme allo stravagante Everett – tiene in piedi il racconto (strutturato con una prevedibilità che sa di furbizia) fino ai titoli di coda”.
Valerio Sammarco, Cinematografo.it

“Hysteria è il film perfetto da consigliare a uomini e donne, non solo per sorridere di ménage impigriti dall’abitudine. La regista Tanya Wexler manipola con quel tanto di gusto birichino che serve, e tuttavia il messaggio proto-femminista, pure positivo e socialista, emerge con la giusta serietà. (…) Interpreti perfetti, specie i protagonisti Hugh Dancy e Maggie Gyllenhaal”.
Michele Anselmi, il Riformista

“Questa linea narrativa, tutta improntata alla critica sociale e all’equivalenza delle conquiste del progresso in campi tanto distanti quanto coincidenti, è quanto di più visto, banale e privo di ironia possa capitare di incontrare in una commedia inglese. L’idea c’è, il divertimento anche, ma la rivoluzione è lontana”.
Marianna Cappi, MYmovies.it

 

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