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“Zero Dark Thirty”, la donna killer a caccia di Bin Laden tra reportage e dramma

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“Zero Dark Thirty”, thriller di Kathryn Bigelow sulla caccia e l’uccisione di Bin Laden, è uno di quei film imperdibili. Primo perché documenta in maniera dettagliata e realistica un pezzo di storia importante per il mondo intero ma di cui il mondo sapeva ben poco, secondo perché lo fa con straordinaria tecnica di regia, che trasforma un attento reportage giornalistico in grande cinema. Il merito va ovviamente alla Bigelow, prima e finora unica donna a vincere l’Oscar come miglior regista con “The Hurt Locker”, ma anche al suo compagno di vita e lavoro Mark Boal, che con lei ha curato sceneggiatura e produzione. La pellicola non risparmia particolari crudi e scabrosi, come le torture praticate dagli agenti della CIA sui prigionieri (il terribile “waterboarding” – forma di annegamento controllato – viene mostrato per la prima volta sullo schermo). Particolari che hanno sollevato accese polemiche negli Stati Uniti, spingendo tre senatori a chiedere la rimozione di tali scene e l’avvio di un’indagine ufficiale che faccia luce sul presunto scambio di informazioni “secretate” tra intelligence americana e sceneggiatori.

Il titolo viene da un’espressione militare che indica qualsiasi ora compresa nel buio della notte, in questo caso le 00:30, ovvero il momento esatto in cui le forze speciali della marina statunitense (Navy Seals) fanno irruzione nella casa-bunker di Bin Laden. L’incipit è inquietante: sullo schermo nero scorrono i titoli e intanto il sonoro riporta a quell’11 settembre 2001 con telefonate disperate, grida, pianti. Si passa all’ambiente freddo di un capannone, dove incontriamo Maya (Jessica Chastain), un’agente della CIA che guarda inorridita ciò che il collega Dan (Jason Clarke) sta facendo a un detenuto (Reda Kateb) per costringerlo a parlare. La trama va avanti con interrogatori e torture, per poi seguire la carriera della donna dalla prima intuizione (per arrivare al leader di Al Qaeda bisogna individuare chi gli porta i messaggi), agli attentati kamikaze (uno a Camp Chapman che costerà la vita alla collega, l’altro al Marriott Hotel di Islamabad dove lei si salverà miracolosamente) all’individuazione del covo di Abbottabad. La parte finale è dedicata al blitz dei Navy Seals: sono sequenze spettacolari e angoscianti, che tengono il fiato sospeso fino alla fine. In chiusura torna la protagonista, ovvero l’agente “killer” che per dieci anni ha dimenticato di essere ragazza e adesso, dopo aver riconosciuto il volto senza vita della sua ossessione, può abbandonarsi a un pianto liberatorio.

Sul piano cinematografico il film è impeccabile: l’amalgama tra report investigativo, dramma e film d’azione forma un ibrido perfetto (da notare la mancanza assoluta di retorica) che solo la mano di due grandi professionisti poteva realizzare; i personaggi sono ben delineati e ci portano a prendere a cuore le loro sorti sin dall’inizio; gli attori, e tra tutti si distingue l’ottima Chastain (candidata all’Oscar), si dimostrano sempre in parte. Riguardo al polverone politico, oltre alla questione delle torture, la tentazione di considerarlo un lavoro pro-Obama è forte – non a caso l’uscita nelle sale americane è stata rimandata al dopo elezioni – ma in fin dei conti la pellicola si limita a raccontare i fatti così come sono andati e, stando alle informazioni raccolte sul campo dal reporter Boal, è proprio così che è andata. Se poi vogliamo allargare l’analisi alla sfera personale e psicologica, la ragazza che anno dopo anno si ostina a perseguire i propri obiettivi contro i pregiudizi di capi e colleghi (maschi), e alla fine la spunta, pare avere tanto in comune con la sua tenace creatrice. E viene naturale tifare per lei, che con “Zero Dark Tirthy” ha realizzato il suo progetto più ambizioso.

ALCUNI COMMENTI DELLA CRITICA:

Maurizio Porro, Corriere della Sera
Zero Dark Thirty è un film straordinario per ritmo, tensione interna, suspense politico-ideologica, come un thriller di cui conosciamo la fine ma che seguiamo con partecipazione totale (….) Opera non consolatoria ma intelligente, critica sulla tentazione di diventare un individuo sopra la storia. Per chi volesse banalizzare anche la rivalsa di una milite nota nel rubare ai maschi la scena di guerra, guardando alla considerazione che il fondamentalismo islamico dimostra verso le donne.

Paolo D’Agostini, la Repubblica
Diversamente da quanto accaduto in passato (…) Bigelow (ma non è la sola) interviene a caldo su materie ancora incandescenti. E lo fa, come già in The Hurt Locker, con uno stile personale e ibrido, di finzione che dà un’impressione documentaristica. Ed è forse proprio questa sua intenzione di rappresentazione distaccata e obiettiva (‘fare un film moderno e rigoroso sull’antiterrorismo incentrato su una delle missioni più importanti e segrete della storia americana’) a procurare commenti e reazioni che travalicano i consueti confini del fatto cinematografico.

Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa
(…) questo materiale ha dato alla Bigelow l’opportunità di immergersi, dietro alla sua combattiva eroina (incarnata dall’intensa Jessica Chastain, una delle tante candidature all’Oscar della pellicola), nel contesto di una subcultura maschile – quella dell’esercito e dei servizi segreti – riuscendo a imprimere un continuo, implacabile clima di suspense a una storia di cui si conosce e la conclusione e che è imbastita su un paziente lavoro di ricerca.

Alberto Crespi, L’Unità
Zero Dark Thirty è lo straordinario ritratto di un’ossessione femminile in un mondo ferocemente maschile travestito da film di guerra. Potrebbe essere – per Bigelow – paradossalmente autobiografico: prima regista donna a vincere l’Oscar, si è fatta strada a Hollywood con stile super-macho e film imbottiti di testosterone. Zero Dark Tirthy è il più ambizioso e complesso, diciamolo pure: il suo capolavoro.

Massimo Bertarelli, Il Giornale
Crudo, interminabile dramma, tratto da un’arcinota storia vera, la cattura di Bin Laden, decorato con cinque esagerate nomination. Un film rimpinzato nella prima, di atroci torture, esibite con sadico realismo, e nella seconda incentrato su un’estenuante caccia all’uomo. In piena notte e in pienissimo buio. Così non si vede niente e si capisce ancora meno.

Valerio Sammarco, Cinematografo.it
Il film, forse il più importante dell’intera carriera della filmaker premio Oscar, sintetizza questo decennio cruciale in 157′: il risultato è sbalorditivo, frutto dell’ormai collaudata collaborazione con Mark Boal e di un lavoro di ricerca che, non a caso, ha ingenerato discussioni e polemiche tanto durante la realizzazione dell’opera quanto a film concluso. La CIA, pur collaborando attraverso l’ufficio relazioni esterne “nei limiti del possibile”, a giochi fatti ha preferito (attraverso le parole del direttore operativo Michael Morell) prendere le distanze su alcune “licenze narrative” riscontrate durante la visione di Zero Dark Thirty: da una parte provando a spiegare quanto il successo finale sia arrivato grazie al lavoro di una squadra ben più nutrita di uomini e non solo per l’indefessa tenacia di un’unica agente, dall’altra riducendo l’importanza che avrebbero avuto alcuni metodi poco ortodossi (leggi: torture) nell’estorcere informazioni cruciali agli affiliati di Al Qaeda per giungere al nascondiglio definitivo di Bin Laden, ad Abbottabad, in Pakistan.
Onestamente, la questione perde importanza di fronte ad un’opera che – attraverso i connotati del film-reportage – riesce a tracciare un solco profondissimo da cui il cinema dovrà ripartire per poter raccontare, intrattenendo, la storia dei nostri giorni.

Adriano Ercolani, Film.it
Può un film dalla fortissima impronta documentaristica essere anche grande spettacolo cinematografico? Zero Dark Thirty risponde prepotentemente di sì. Il rischio di non centrare il bersaglio era altissimo: visto il soggetto trattato, la possibilità di andare sopra le righe nel raccontare la storia della caccia a Osama Bin Laden era più che tangibile. Kathryn Bigelow, aiutata anche dalla fotografia di Greig Fraser, compie il prodigio di una messa in scena assolutamente realistica e concisa, pur dipanata in più di due ore e mezzo di durata. Se consideriamo il fatto che in passato l’autrice ha diretto film testosteronici come Il buio si avvicina, Point Break o Strange Days, la lucidità del suo approccio alla materia è davvero ammirevole.

Marianna Cappi, MYmovies.it
Zero Dark Thirty un film raro e imperdibile: tanto nella ricostruzione quasi documentaristica dei metodi di lavoro dell’Intelligence, delle dinamiche maschili al suo interno, della solitudine al femminile, dell’impegno visivo, strategico e linguistico che ne sono parte integrante e che occupano per intero la prima parte del film, quanto nella grande sequenza dell’azione e nella difficile chiusura, non c’è nulla che manchi al film né nulla che sia di troppo. Non è una questione di realismo, ma una misura tutta interna all’opera, ottenuta con gli strumenti della scrittura e della messa in scena e i tempi del montaggio, che lo rende magnificamente esauriente e mai esondante.

Marco Minniti, Movieplayer.it
Oltre che un thriller politico di ottima fattura, Zero Dark Thirty è (soprattutto) la narrazione di una sfida che si fa ossessione: quella che l’agente della CIA Maya, con caparbia determinazione, muove al nemico numero uno degli USA.

Federico Gironi, Comingsoon.it
Zero Dark Thirty è un film caratterizzato da una solennità elettrica, tesissima e funerea, solo a tratti intervallata dall’adrenalina pura di un’azione diretta egregiamente e che è sempre conseguenza di un pensiero, e mai motore diretto di nulla.
Un film dall’andamento manniano, per via della cura per i dettagli, per il coraggio nelle dilatazioni temporali, per capacità di distrarre lo sguardo dall’ovvio e cogliere così la complessità di un mondo dai confini sfumati, che costringe a indossare il burka sopra le All Star o che prevede tappetini da preghiera dentro la sede della CIA. Per la capacità di essere avvincente e rispettoso delle esigenze di genere e di una storia senza cedere di un millimetro nei confronti delle esigenze di un personaggio e della sua intimità. Di un pensiero che può e deve essere comune e condiviso.
Perché oggi, uomini o donne, siamo un po’ tutti, come Maya: noi contro il mondo. E, come lei, dovremmo tutti trovare dentro di noi quella sicurezza tanto forte da spaventare (ma poi convincere) gli altri.
Quella sicurezza, Kathryn Bigelow ce l’ha. E, a giudicare dalle reazioni, spaventa ancora molti.

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